Archivio (110)

La felicità si vede, Mario il mio socio.

Di prima mattina, con Mario abbiamo scelto di cacciare sui millecinquecento metri, perlustrando per prima la valle del Carzen, ho sciolto Astro da non più di dieci minuti e subito dopo il primo allungo sparisce. Il campano che porta al collo non si sente, ma vista la configurazione del terreno ciò succede spesso. I fitti abeti ancora giovani formano dei muri veri e propri, inoltre tutta una serie di vallette che compongono la cosiddetta valle del Carzen, confondono i suoni. In certe posizioni non si riesce neanche a capire esattamente da che direzione proviene una fucilata. Caccio poco volentieri di primo mattino in questa località proprio per la difficoltà di controllare il cane, ma d’altronde quest’anno è l’unico posto dove è certa la presenza della beccaccia.

Procediamo quindi nella direzione dell’ultimo suono e infine lo ritrovo in ferma, come lo vedo, e sarà ad una cinquantina di metri, cerco di portarmi sotto. Per farlo devo però alzarmi diritto su per una costa mozzafiato, e mentre ci provo, vedo il cane forzare e un attimo dopo abbaiare più volte alla direzione di volo della beccaccia. Maledetto, ha forzato la beccaccia nell’unico posto che la vegetazione permetteva di spararle decentemente. Cerco di richiamare il cane e fermarlo ma non mi dà ascolto, è come gli scendessero due saracinesche sugli orecchi, tento di non mollarlo troppo e mi dirigo nella direzione presa, sapendo che andrà a rimettere la beccaccia. Ogni volta che mi passa a una trentina di metri, alzo il tono della voce e lo minaccio, vedo che mi degna di uno sguardo ma prosegue imperterrito la corsa. Purtroppo non ho molta scelta, Astro ha bisogno che gli si ammazzi ancora un poco di selvatico e capire che da solo non la prende, finché non lo capisce, sono io a doverlo seguire sperando che tenga la ferma il tempo necessario a portarmi sotto.

Questo modo di cacciare stronca le gambe e non gonfia il carniere, eppure sto maledetto cane ha i numeri per diventare buono: “ e poi ha solo quattro zampe”. Quando incontra la rimessa se la beccaccia non regge, o la forza, lo sento abbaiare in direzione del volo. Abbaiare il selvatico alzato, è per me un grosso vantaggio, mi permette di localizzare il cane anche molto oltre la portata del suono del campano, inoltre so le volte che alza la beccaccia. Purtroppo stamattina è impazzito, in genere una rimessa o due e riesco a farmi ubbidire, o a portarmi sotto sufficientemente per ammazzare la beccaccia e ciò, per lui è il miglior calmante. Invece questi maledetti abeti giovani, non ci consentono di sparare neanche quando riusciamo sia io sia Mario a metterci a posto. La beccaccia ha retto, il cane anche e dopo almeno una decina di rimesse non può essere sempre la stessa, ma la fortuna è dalla sua. Nel frattempo Astro è ripartito e non riesco più a vederlo per circa un’ora, ad eccezione di un suo passaggio oltre i quaranta metri dove, oltre alla voce gli mollo una fucilata sopra la coda che non produce alcun effetto. D’altronde non avevo sparato a colpire, anche se la rabbia aveva premuto il grilletto. Mario è a terra senza il suo Rol, abituato al cane maturo, dispera seriamente che un tale animale ci permetterà di cacciare anche quest’anno. La preoccupazione sta nel fatto che l’eccessiva passione per la caccia lo renda inservibile. Negli anni scorsi, pur essendo stato sempre poco collegato, si riusciva a controllare, perché la giovane età non era ancora dominata dalla passione smisurata di vedere la beccaccia, ma ora sembra impazzito, non sente più niente, corre e abbaia. Ogni volta che si avvicina a noi, si sente il suo ansimare in lontananza molto prima di udire il campano. Non abbiamo dunque scelta o smettiamo di andare a caccia o dobbiamo trovare il modo di domare il cane. Dopo aver riflettuto, e la lunga attesa me ne aveva dato il tempo, dico a Mario che dobbiamo cambiare terreno, lasciare le beccacce, anche se sono più di una. Appena riusciremo a riprendere il cane, bisogna portarlo più in basso dove il terreno si apre e la vegetazione ci permette di controllarlo meglio, intanto lo sentiamo abbaiare ancora un paio di volte, però talmente lontano che decidiamo si sederci e aspettare che sia lui a tornare. Facciamo colazione e comprendo che Mario è veramente a terra, probabilmente sta pensando che perdiamo tempo per niente ma cerca di non farmelo pesare. E’ il compagno di caccia migliore che mi poteva capitare. Finalmente dopo una mezz’ora Astro arriva, ha la lingua che gli penzola venti centimetri fuori della bocca. Si ferma a debita distanza da noi, ha paura di prenderle e tiene le orecchie sollevate dal collo quasi rivoltate indietro, gli si vede il padiglione interno dell’orecchio, suo tipico atteggiamento di paura. Troppo comodo aver paura e passarla liscia, cerco di farlo avvicinare facendo finta di non esser arrabbiato, ma non mi crede e si siede a terra a debita distanza, devo ricorrere a scartare una merendina per convincerlo ad avvicinarsi, quando lo prendo, lo maltratto perché lo devo fare, ma non ho la rabbia dentro. Mario se ne accorge e vorrebbe che lo menassi un poco più cattivo, ma non me la sento di malmenarlo è più cocciuto di un mulo. Inconsciamente mi sono convinto che ci vuole dell’altro. Così convinco Mario a cambiare posto e completare la giornata di caccia come programmato; Mario veramente non è molto convinto ma mi viene appresso perché è un amico.

Ci spostiamo verso il basso per mezz’ora di cammino e poi sciolgo Astro che si mette in caccia abbastanza collegato. Nel momento in cui siamo arrivati sul confine fra la zona A e la zona B, penso: “Per oggi non dovrebbe fare altre pazzie” sparisce. Lo avevamo a portata d’orecchio sopra di noi fino a poco fa, e ora il silenzio, mi alzo subito convinto che sia in ferma, Mario resta sul sentiero. Dopo un poco che lo cerco, sento una scampanellata veloce e di nuovo abbaiare, però neanche stavolta vedo la beccaccia. Il setter non era molto distante, una ventina di metri e ora dirige sulla probabile rimessa, lui deve aver visto la direzione ed io lo seguo. Seguirlo però non è agevole, alcuni abeti caduti durante l’inverno mi ostacolano. Mario seguendo il sentiero si porta avanti al cane ed io cerco di stargli appresso, ma ovviamente mi semina. Cammino seguendo il suono del campano finche lo sento, e poi, vago al buio, niente, nulla più si sente, chiamo Mario, che a sua volta mi risponde di proseguire diritto. Astro è fermo davanti a me, avanzo con non poche difficoltà, fra una scivolata e l’altra cerco i chiari, e il cane che non trovo. Mario che m’individua mi urla “avanti ancora”, proseguo, e poi scampanellata e abbaiata furiosa. Mario non si trattiene più, va bene che siamo amici però ora è troppo, e lo sento imprecare, che Astro è un bastardo, un figlio di… ecc. Individuo la sua posizione, sentendo le imprecazioni e le sue valutazioni, mi consigliano di mollare tutto e tornarcene a casa che almeno non fatichiamo, tanto è lo stesso, questa non è caccia. Non ha tutti i torti.

Mi avvio nella sua direzione, sconsolato senz’altro curarmi del cane, che è in giro per i fatti suoi, sento a tratti il suono del campano. Giunto in un chiaro, non molto distante dal sentiero, dove si trova Mario una trentina di metri circa, all’improvviso più in basso, sette, otto passi sulla diagonale destra, frulla la beccaccia, sparo d’istinto e la vedo cadere. Mi avvicino, e dopo un suo salto, mi rendo conto che non riesce a rimettersi in ala, metto la sicura al fucile e la catturo con le mani. Devo rincorrerla un poco, mentre goffa saltella con l’ala rotta che le penzola sulla sinistra e la coda allargata a ventaglio. Esco dal folto con la faccia demoralizzata e mi avvio sul sentiero con la beccaccia viva in mano. Rubare una beccaccia alzata con i piedi dopo almeno quindici, venti volte che il cane incontra, è sì una beccaccia, ma è anche il metro che dice: “A fine stagione se il cane continua così, ne ammazzerò forse tre”. Mario, sentendo la fucilata aveva intuito, invece Astro che deve aver sentito la fucilata, non si degna d’avvicinarsi, segno evidente che ancora non ha capito. Mi convinco che potrei trarne profitto della beccaccia ferita, per la verità subito mi era passata in mente l’idea che la beccaccia rubata, potesse almeno servire ad addestrare il cane. Avviso Mario che esploderò un altro colpo, facendo finta di sparare alla beccaccia appena il cane rientra. Poco dopo Astro si avvicina dando l’impressione di aver avvertito l’emanazione che c’è in zona. Nei pressi della beccaccia s’irrigidisce in ferma, punto il fucile per terra e lascio partire un colpo, mezzo metro davanti alla beccaccia stordita e ordino il riporto, continuo la sceneggiata come se fosse tutto vero e il cane dopo il riporto si placa, anzi si ferma proprio. Nel pezzo di giro che ci riporta a quota millecinquecento, dove andiamo a mangiare perché oramai è quasi mezzodì, Astro mi sta tra i piedi e caccia ben poco, ha l’aria di essere scoppiato e con tutto il correre della mattina non mi meraviglia troppo. Arrivati alla casa di caccia dell’amico Saletti, come di consueto mettiamo il cane in macchina e tolti gli zaini, ci avviamo presso il fuoco acceso, che immancabilmente ci attende. Nello è curioso di conoscere l’esito della mattinata, perché ha udito Astro abbaiare più volte e immagina che ne abbiamo trovate parecchie. Durante il pasto a base di pastasciutta, salamini arrostiti sul fuoco, innaffiati di vino rosso, raccontiamo a Nello i fatti della mattinata; delle mie preoccupazioni e di come Mario, demoralizzato, non nasconde di dare Astro come inservibile a cacciare la beccaccia. Io sostengo la teoria che Astro ha solo quattro gambe e ho l’intenzione di domarlo a furia di farlo correre. Mario esprime qualche fondata preoccupazione, a quasi tre anni con il sangue e la passione che si ritrova, o diventa bravo oppure sarà per sempre un cane vagabondo. Dopo aver assaporato il caffè, ci apprestiamo a uscire per cercare le beccacce alzate il mattino.

Nello eccitato dalla presenza delle regine e curioso di vedere in azione un cane così chiacchierato si unisce a noi nell’uscita del pomeriggio. Rimesso il campanaccio al collo, faccio scendere Astro dal Suzuki ed entriamo in selva prendendo il sentiero del “roccolo”. Mi accorgo subito che l’oretta di sosta ha fatto recuperare le energie al cane, infatti, sparisce ancora prima di imboccare il folto. Mario veramente a terra accusa un forte dolore alla schiena e a pancia piena, ci viene dietro con malavoglia. Astro si è messo in caccia ma grazie al suono del campano riusciamo a controllarlo abbastanza, anche se ogni tanto sparisce completamente, ma poi rientra e si sente. Giungiamo sul filo del dosso che divide l’alto Garda con la valle Sabbia, sbuchiamo dal bosco per prendere un ripido tratto di pascolo quando vedo Astro in ferma; punta in direzione di un bosco di faggio isolato e già completamente senza foglie. Prontamente Nello ed io ci piazziamo, io mi porto in alto a destra del boscone, Nello sotto a sinistra. Attendiamo pensando che potrebbe anche non essere una beccaccia, infatti, il terreno sul versante Alto Garda appena oltre il pascolo diventa terreno da galli. Il cane muove due passi e si blocca ancora più vicino al bosco spoglio, ci spostiamo anche noi di un paio di metri ma nulla vola. Dopo un tempo che sembra più lungo del reale, Astro muove ancora un paio di passi, ciò nonostante ancora non vola niente. Finalmente dalle radici del boscone come scacciata da un rifugio diventato troppo esposto, la beccaccia affida alla velocità che le sue ali sono in grado produrre la possibilità di scamparla, due colpi che paiono uno solo e Astro riporta soddisfatto.

Penso che Mario abbia sentito i colpi e lo attendiamo un poco e nel frattempo con Nello ci godiamo la beccaccia. Vedendo che Mario non arriva, chiamo più volte alzandomi verso il pascolo, ma non ricevo risposta. Continuo lentamente ad alzarmi per toccare l’ultimo lembo di bosco oltre i pascoli sulla cima del monte Carzen e ogni tanto chiamo, “op, op, “ niente. La nebbia ha avvolto completamente la vetta e il pomeriggio comincia a farsi grigio, strano che Mario non mi senta, di solito non sbaglia un appuntamento, ci siamo lasciati appena sotto i pascoli e almeno le fucilate avrebbe dovuto sentirle. Macino questo pensiero, scambio qualche parola con Nello tenendo l’orecchio attento al suono del campano e cosi mi accorgo che il suono si ferma appena imboccato il folto del crinale. Faccio qualche decina di metri allungando il passo e vedo Astro in ferma. Avviso Nello di portarsi al chiaro, sul versante Alto Garda, io avvicino il setter che ferma puntando nella mia direzione. Si gira e ora ferma verso Saletti che si è messo in posizione, allora supero Astro di qualche passo e attendo, la beccaccia dovrebbe frullare e attraversare il piccolo chiaro che ho di fronte. Passano alcuni minuti e infine senza che Astro si muova parte la beccaccia, qualche attimo per imbracciare e cercarla con le canne poiché ha infilato il chiaro e ancora due fucilate esplodono assieme, la osservo cadere. Sono al settimo cielo due beccacce fermate e uccise in un centinaio di metri e senza perdere tempo in rimesse, anche Nello è felice, non si ricordava il tempo di sparare a due beccacce. Beh ora Mario deve averci sentito e senza riguardo lo chiamo a tutta voce, ma lui non risponde, Nello ed io, insistiamo a chiamarlo niente, che cavolo succede. Mario non è uno che si può smarrire nella nebbia. Mi preoccupo per lui perché accusava un forte dolore alla schiena, però conoscendolo, non credo che abbia mollato. Così mi dirigo verso il luogo, dove ci siamo lasciati e Nello si sposta in alto oltre la valle dei Carzen; continuiamo a chiamarlo, finalmente Nello sente rispondere ai richiami, ci fa capire che è tornato alla casa e la ci aspetterà. Deve veramente fargli male la schiena e non deve aver sentito sparare, altrimenti non mi spiego come ha perso collegamento. In ogni modo rincuorato di sapere che si trova alla casa, decidiamo di completare il giro attraversando la spessa valle dei Carzen, ora perlomeno i giovani abeti sono più asciutti. Nello si porta avanti sui dossi ed io batto le vallette, dove anche con il cane in ferma a due passi sparare è un’impresa. Dentro il cuore c’è sempre la speranza che cacciando cosi disposti, un gallo si rubi da sopra un larice e passi a tiro. Procedo meticolosamente e nonostante il folto il cane è collegato, arrivato all’ultimo dosso, mi ritrovo con Nello e assieme entriamo nell’ultima valle. Lui procede un poco più in basso quando, il cane dopo una breve filata va in ferma. Tento di avvisare Nello senza gridare più del dovuto, ma non mi sente, decido cosi di provarci da solo e salgo verso il setter. Dopo avermi dato il tempo per piazzarmi, Astro riprende a guidare, muovo anch’io qualche passo e all’improvviso sento la beccaccia partire, è coperta dagli abeti grido a Nello che è partita, ancora due secondi e sfreccia sulla mia testa. Mi giro squilibrandomi sull’appoggio ripido e lascio partire un colpo come posso, a una beccaccia a non più di cinque metri, d’altronde non ho scelta ancora un attimo e sarà coperta. Una nuvoletta di penne sale verso di me dondolando nella nebbia, ma ho l’impressione che sia caduta lunga, ci mettiamo, infatti, un bel po’ a ritrovarla. Astro indugia, sentendo l’odore sulle penne, portate dal vento parecchio più in alto, e solo richiamandolo più in basso, proprio in mezzo al ripido vallone riesce alla fine a ritrovarla.

Astro ha avuto la lezione che da un po’ contavo di dargli. Stamattina ha fatto dieci, quindici incontri, senza darci modo di sparare e da solo non le ha catturate; oggi in poche ore assieme alla messa in scena della beccaccia rubata al bosco, ne ha abboccato quattro di fila; sotto ferma alla prima alzata. Finalmente se non è stupido, ha avuto modo di capire che ci vuole lo sparo e la nostra presenza per poterle prenderle, in genere sono queste le esperienze che servono i cani giovani per maturare.

Questo colpo Mario lo deve aver sentito per forza, ma dal sentire sparare, a immaginare che in un’ora di caccia abbiamo preso tre beccacce, ne corre, perciò con Nello inventiamo uno scherzo. Mario è sull’uscio della casa che ci aspetta, ha sentito l’ultimo colpo e intuito il primo, dalle nostre facce capisce che qualcosa abbiamo ucciso. Appena ci avviciniamo anticipandoci, pronto a parare il colpo, con voce che lascia capire che fa un’affermazione che non crede possibile, ci dice: “Due”. Noi rimaniamo un attimo bloccati, perché pensavamo che al massimo pensasse che ne avessimo presa una e allora fingendoci scoperti ne togliamo dal tascone, una io, e una Nello. Mario, come pensavo, nel costatare che sono effettivamente due, resta un poco sorpreso e lamenta che aveva perso il collegamento pensando il cane in giro per i fatti suoi, e alla fine non sentendoci era rientrato. Lo lasciamo digerire le due e quando non se lo aspetta, fingendo di prendere il cioccolato dal tascone, gli tiro addosso la terza, lui indietreggia per prenderla e si ritrova con tre beccacce nelle mani. Per tutta la stagione quando cacciavo solo, vedendomi rientrare con il sorriso stampato sulla bocca, mi ci volevano diversi minuti a convincerlo che non nascondevo altro, oltre al dichiarato.