“Adelio, il Gentiluomo Cacciatore ci ha lasciati” di Rodolfo Grassi

Adelio Ponce de Leon

Se n’è andato in silenzio, come accade ai protagonisti veri, nella notte fra la Pasqua di Resurrezione ed il lunedì dell’Angelo. Se n’è andato, a 96 anni, mentre tutti consumavano un giorno di festa e di vigilia. Domani altri racconteranno la sua storia con la malinconia dei verbi al passato e lui non potrà non sorriderne in quel volto sereno di uomo sereno. Perché Adelio Ponce de Leon, ultimo dei grandi di Spagna a Milano dov’ebbe quattro secoli fa un avo governatore, era fatto così. Capace di  nascondere un immenso dolore dietro il sipario d’una risata o dividere con gli amici un traguardo meritato tenendone solo un poco per sè. Come accadde quando il presidente della Provincia onorevole Guido Podestà, su proposta dell’assessore Luca Agnelli, lo insignì della medaglia d’oro della riconoscenza di Milano in una cerimonia con altri significativi protagonisti della cultura, dell’industria,  dell’informazione e della Società civile. E lui disse che divideva  il merito con il popolo dei cacciatori, con la  gente, con quanti  gli volevano bene e strappò applausi.  Amava il piombo con un affetto infinito. Poco importava se tipografico o da caccia. Se destinato a diventare libro, fogli di riviste, articoli di quotidiani o gli facesse conquistare una preda. Giovanissimo e tra i fondatori del Club del Beccaccino nel mitico ristorante Savini in Galleria Vittorio Emanuele a Milano ha camminato nel Novecento insieme a tanti altri personaggi che cercarono la sua amicizia e ne ebbero affetto. Fu collega di caccia ad Eugenio Barisoni, Giulio Colombo, leggendario presidente Enci, Guglielmo Mozzoni architetto già allora incamminato ad entrar nella storia dell’arte, Luigi Ugolini, Alberto Noghera  e tanti, tanti altri fra cui il non dimenticato Carlo De Angeli industriale di fama e presidente dei “riservisti italiani”, l’avvocato Giacomo Griziotti, il professor Remo Faustini prorettore alla Statale, Luigi Consonni inventore della Fiera di Seveso e Giuseppe Negri che amò d’un affetto vero. Ha scritto pagine e pagine tanto da farne 40 volumi, tutti di successo, destinate a rimanere nella memoria collettiva e già oggi nella letteratura e nella storia. C’è chi ricorda “Padelle e centrate” chi invece “Dall’Allodola all’Elefante” e chi rilegge “Beccace a sbattinfaccia” oppure quell’inarrivabile “I preumani della caccia” dove ogni pagina somiglia ad un lembo di commedia all’italiana.. Su “Il Beccaccino parlante”, mensile stralunato, geniale e coinvolgente  raccontava l’attualità sorridendone ed immaginando un futuro poi diventato vero. Ridisegnava con un linguaggio colorito  vicende di beccaccini e starne, Colini della Virginia e tortore del Magreb, raramente – e quando accadeva pretendeva la promessa, da me sempre onorata, del segreto – svelando confidenze di un’esistenza che fu eroica e mai di carta come lo divennero invece le sue avventure di caccia. Primo ad entrare a Tobruk il 21 giugno 1942 alla testa di una colonna di carri armati (ebbe la croce di guerra e la menzione dal generale Rommel), fu, nel deserto libico, in testa alla  squadra dei suoi carristi il terrore degli Inglesi. Adorato dai suoi soldati, divenne patriota negli anni della guerra civile quando passò 48 volte il confine con la Svizzera sempre rischiando la vita per portar in salvo quella degli altri. Anche allora non rinunciò nelle stagione dei beccaccini e nei giorni delle beccacce a preferire a mitra e pistola il fucile a pallini. Con Luciano Ferriani, incisore, pittore, artista con il tarlo dell’Editoria diede vita a  periodici di caccia e collane di classici dell’arte venatoria e dell’ornitologia. Avvocato di fama, nella difesa dei cacciatori era avaro di parcelle e prodigo di consigli. Presidente della sezione comunale Federcaccia di Milano la portò allo splendore d’esser prima in Italia. Ebbe dalla Federazione la medaglia d’oro di Gentiluomo Cacciatore ed impreziosì un albo d’oro che comprende, fra gli altri,  De Martino, Luigi Angeletti segretario generale UIL ed Andrea Monorchio già ragioniere dello Stato. Con Giuseppe Negri fu a Milano il direttore di Caccia & Pesca ed io, insieme a loro, a completar l’equipe: fu una stagione della nostra vita mai dimenticata, indimenticabile e che Giuseppe, per primo, da quasi due anni oramai, ha portato nel suo silenzio.  Erano i giorni dell’occupazione delle fabbriche, dei cortei alla Statale e di Mario Capanna che incideva un nuovo volto alla storia. Erano le notti della banda Vallanzasca, del maresciallo Oscuri e dei suoi della Volante.  Erano i mesi della caccia da rifondare con Rosini, Migliorelli, Bana, Fabbri ed altri che gli anni a venire avrebbero incastonato in un’epoca di titani. Erano i nostri giorni, e lui li ha percorsi  mantenendo sempre il volto sereno di uomo sereno.

One Response

  1. Lorenzo Maffioli

    La morte di Adelio Ponce de Leon

    Gentili,

    vorrei spendere alcune righe per raccontare cosa ha significato, per la mia giovane vita di 27enne ottimista e fantasioso, questo personaggio dal nome raffinato e singolare.

    Adelio Ponce de Leon è un nome che nella mia famiglia ha sempre raffigurato il profilo del protagonista di fantastiche storie e leggende, spesso esasperate come solo i nonni sanno fare, per stupire, affascinare e zittire i nipotini chiassosi e curiosi.

    Adelio era compagno di classe di nonno Ettore, al Liceo Classico E. Cairoli di Varese.

    Quei due, dopo il liceo, scelsero la medesima facoltà, giurisprudenza, divennero avvocati e condivisero per i primi anni di avvocatura lo stesso studio in via Bagaini a Varese, di proprietà dei Ponce de Leon.

    Compagni di formidabili battute di caccia e di molte avventure che la vita riserva, i due si persero di vista, come spesso accade, col passare degli anni.

    Da fanciullo passavo insieme a mio fratello Luca interminabili pomeriggi in un luogo chiamato ” i culurin ” nei boschi di Casale Litta, dove la boscaglia (che offre uno spettacolo raro di colori in autunno, da qui il nome) ancor oggi riserva uno spicchio di prato ideale per l’ubicazione di un appostamento fisso, un capanno, che esiste tutt’ora.

    Mentre aiutavamo l’acciaccato Ettore (o meglio gli complicavamo le cose) nel mantenimento dell’habitat ideale per l’imminente arrivo della stagione venatoria, eravamo affascinati dai mille racconti del mitraglietta e dei fratelli Dante ed Eustacchio: memorabili padelle, grandi Beccacce, tiri formidabili, bottini di Starne, Beccaccini e Lepri, la battuta a Germani in Palude Brabbia o a Groppello, grandi pranzi ricchi di selvaggina e vino, la memorabile volpe al sacro monte…

    Il giorno del funerale di nonno Ettore, anni dopo, nello sconforto generale, apparve un signore anziano eretto ai piedi del feretro: stringeva al petto, in segno di cordoglio, un cappelo, con una piuma incastonata sul lato.
    Era la “penna del pittore”, trofeo di un cacciatore raffinato e nobile.

    Dati gli indottrinamenti avuti da Ettore ero certo che si trattava proprio di quella penna, che tanto è ambita da chi non ha ancora tra i trofei la Regina del Bosco.

    Solamente il tempo di cercare mamma Daniela o Zia Angela per chiedere chi fosse, che quel personaggio misterioso sparì, lasciandosi dietro il commento di un altro caro amico e cacciatore, Aldino, che affermò: “Era il Ponce! quanti anni! non ero sicuro, ma poi gliel’ho chiesto ed era proprio lui. L’è scapà a Milan!”

    Negli anni successivi ho solamente apprezzato i suoi libri, che narravano storie tanto simili alle avventure che mi venivano raccontate.

    “Il profumo della Caccia” è un vecchio libro che ho sempre sul comodino: pagine ingiallite, “Dedicato ad Ettore, compagno di tante battute.” dedica l’autore.

    E’ a tratti un vero documento storico che descrive la Varese dei primi 30 40 anni del 1900, quando ancora la città era nel verde, quando ancora le colture erano abbondanti e diversificate, quando ancora non c’erano pesticidi, quando i nostri prati e boschi erano abitati da molti animali che purtroppo oggi non incontriamo più.

    Ometti ossuti e canuti fuori dai circoli, leggende di cani e fucili, che oggi non sentiamo più, perchè non ci sono più circoli, stanno sparendo, e nemmeno i vecchietti, anche quelli di quel tipo stanno sparendo, perchè non cè più il tempo di raccontare, di inventare, di gonfiare, le cose che quotidianamente ci accadono.

    L’anno scorso, grazie ad una interminabile pazienza, mio fratello Luca scoprì che Adelio Ponce de Leon abitava a Milano, in una piazzetta ben nota nei dintorni del tribunale.

    Dopo una telefonata finalmente riuscimmo ad organizzare una visita all’Avv. Ponce de Leon proprio a casa sua.

    Un uomo distinto, di ormai 95 anni ci aprì la porta: occhi vispi e pieni di vissuto, camicia a quadri verde, pantofole ed un bastone fatto a mano da qualche valligiano durante una delle sue memorabili battute alpine.

    Tra ricordi e ripetizioni, dovute all’età, Adelio ripercorse molte delle leggende che sapevo, molte narrate nei suoi libri, altre a me sconosciute, riferimenti a cose, persone, luoghi e avvenimenti fatti con una precisione stupefacente per un ultra novantenne.

    La chiacchierata finì con qualche ricordo commovente di Ettore, e con un dono:

    Andò nello studio ed estrasse due copie del libro “Beccaccie a sbattinfaccia”.

    Prese penna e pazienza e scrisse: “A Lorenzo, figlio di Ettore, caro amico e compagno di tante battute. Con affetto Adelio Ponce de Leon” e così replicò sul libro di Luca.

    La vecchiaia gli fece saltare un grado di parentela, ma l’orgoglio e la felicità invasero i nostri animi.

    Ci lasciammo col desiderio di incontrarci nuovamente, promettendo che avremmo portato una foto che lo ritraeva insieme a Ettore, sorridenti sul lago a Varese, terra che tanto amava.

    La foto giaceva sul fondo di un vecchio scatolone, con la promessa di essere recapitata all’ultimo sopravvissuto di quell’istantanea.

    Purtroppo inadempienti ci rattristiamo per la sua scomparsa, e la scomparsa di un uomo che oramai apparteneva ad un altro secolo, ad un altra epoca, ma che fortunatamente ha saputo mettere su immortale carta tutta la sua strepitosa esistenza.

    Grazie per l’attenzione.

    Un cordiale saluto

    Lorenzo Maffioli

    gennaio 4, 2012 at 3:35 pm

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