Concorsi Setterfoto

Questa pagina raccoglie le 15 migliori foto di ogni concorso organizzato dal nostro sito

3° CONCORSO SETTERFOTO “CACCIA FOTOGRAFICA : LA NATURA CON IL CANE DA FERMA” REGOLAMENTO

Art. 1 Partecipazione al Concorso : Il concorso è gratuito ed aperto a tutti, è subordinato alla presentazione delle foto che dovrà avvenire dal giorno 13-03-2013 ad entro e non oltre le ore 24:00 del giorno 05-04-2013.

Art. 2 Tema del Concorso : Saranno ammesse al Concorso solo le fotografie inerenti la natura vissuta con il cane da ferma di qualsiasi razza esso sia, sono altresì ammesse foto relative alla selvaggina cacciabile con il cane da ferma e fotografia relative agli ambienti che ospitano la selvaggina ricercata con il cane da ferma. Tutte le fotografie presentate dovranno riportare il nome dell’autore e una didascalia con eventuale nome del cane, o titolo se la fotografia raffigura selvaggina o ambiente.

Art. 3  Numero, Tipologia e Formato delle fotografie : Ogni autore potrà presentare un massimo di due fotografie, che dovranno essere inedite quindi non aver partecipato ad altri concorsi fotografici o pubblicate su riviste di qualsiasi genere. Le fotografie possono essere sia in bianco e nero sia a colori. Non sono ammesse foto ricavate da filmati. Non sono ammessi fotomontaggi, doppia esposizione, ritocchi di alcun genere, salvo correzioni cromatiche ed esposimetriche.

Art. 4  Uso del materiale fotografico presentato : Il sito www.setterfoto.com, si riserva il diritto d’uso non esclusivo delle fotografie presentate che potranno essere pubblicate su qualsiasi mezzo e supporto (cartaceo e/o digitale). Si riserva altresì la facoltà di non accettare immagini la cui realizzazione presume abbia arrecato danno al soggetto della stessa o comunque non in linea con lo spirito del sito.

Art. 5  Diritti e responsabilità dei partecipanti : Ogni partecipante è responsabile di quanto forma oggetto delle proprie opere, sollevando il sito www.setterfoto.com da ogni responsabilità anche nei confronti di eventuali soggetti raffigurati nelle fotografie. Ogni partecipante dichiara di possedere tutti i diritti sugli originali e ne conserva la proprietà, ma cede il diritto d’uso non esclusivo delle immagini e delle loro eventuali elaborazioni al sito www.setterfoto.com, autorizzandolo alla pubblicazione su qualsiasi mezzo e  supporto e ad usare le immagini a scopi promozionali senza fine di lucro, redazionali e documentaristici, senza l’obbligo del consenso da parte dell’autore, ma con il solo vincolo di indicare nella pubblicazione il nome dello stesso.

Art. 6  Giuria : La giuria sarà composta dagli amministratori del sito www.setterfoto.com e da un fotografo esterno. Il giudizio della giuria è inappellabile. Sarà compito della giuria elencare, per le foto vincitrici, la motivazione ed il criterio di giudizio.

Art. 7  Validità del Concorso : Il concorso sarà valido solo dopo la presentazione della trentesima foto.

Art. 8  Presentazione e visibilità delle Fotografie presentate : Le opere devono essere presentate entro e non oltre le ore 24:00 del giorno 05-04-2013, all’interno dell’Album appositamente realizzato e denominato 3° Concorso Setterfoto “Caccia fotografica : La Natura con il cane da ferma” del Gruppo Facebook “Setterfoto.com”, dove sarà possibile a tutti visionarle. In alternativa possono essere inviate specificando “3° Concorso Setterfoto “Caccia fotografica : La Natura con il cane da ferma” alle seguenti mail : stocchid@gmail.com , camino.fabio@gmail.com , marcofrattini2@gmail.com

Art. 9 Sponsor e Premiazione : Sponsor del Concorso sono Franco Subinaghi e Alessio Mascia, che per l’occasione offrono i seguenti premi:

1° Classificato : Dipinto 30 x 40 realizzato da Franco Subinaghi

2° Classificato : Campano originale sardo con battocco in osso e rilievo di beccaccia o pernice realizzato da Alessio Mascia

3° Classificato : Una copia del libro “Il diavolo nel lariceto” offerta dall’autore Franco Subinaghi

Inoltre le migliori immagini selezionate resteranno visibili nella pagina “Concorsi Fotografici” del sito www.setterfoto.com

N.B. : I premi saranno inviati ai recapiti degli autori che saranno forniti da parte degli stessi dopo la votazione e la pubblicazione delle immagini vincenti.

Art. 10 : Disposizioni finali : La partecipazione al concorso fotografico dà per scontata la conoscenza di questo regolamento ed implica, da parte dei partecipanti, l’accettazione per intero del presente regolamento.

1° CONCORSO FOTOGRAFICO SETTERFOTO “UNO SCATTO PER LA REGINA PRO FONDAZIONE ROSA GALLO”

Cliccare sulle immagini per visualizzare la classifica e la critica fotografica delle prime tre

2° CONCORSO SETTERFOTO “LA PENNA VENATORIA”

Finalisti e Vincitori con tanto di relazione del dott. Vincenzo Celano

Premetto che mi complimento con tutti i partecipanti per i bellissimi racconti inviati, dal primo all’ultimo veramente tutti molto belli. Leggendo la premessa di Celano, mi sono riconosciuto in quello che dice, forse proprio perchè non sono uno scrittore ma mi piace scrivere, di solito anche io calco la mano sulla sveglia, sul

la ferma e sulla descrizione nuda e cruda della giornata di caccia, quindi mentre leggevo la sua premessa ho pensato che questi piccoli concorsi che facciamo, oltre a farci divertire, potrebbero in qualche modo anche farci crescere……..ma adesso vi lascio allo scritto di Vincenzo e quindi alla scoperta dei primi tre classificati…..buona lettura David “Caro David,
ho letto con la dovuta attenzione i racconti di caccia che mi hai trasmesso per un giudizio e devo purtroppo dirti che in essi “il loglio è assai più abbondante del grano”.
Dimentichi della grande eredità degli scrittori ottocenteschi (Tolstoi, Turghenev, Maupassant ecc.) nonché della magistrale lezione degli scrittori americani (uno per tutti Hemingwei) e degli autori italiani, alcuni dei quali anche non legati esclusivamente al mondo della caccia (Paolieri, Fucini, Niccolini, e, a noi più vicini nel tempo, Barisoni, Cantalamessa, Ugolini, Calvino, Cassola, Rigoni Stern, Tomasi di Lampedusa, Landolfi, Tombari, Parise, Sanminiatelli, Modugno, Nobile, Pellegrino, Maurizio Corgnati col suo ineguagliabile e coinvolgente racconto “Morte accidentale di una beccaccia”), i cacciatori nostrani raccontano per lo più, in maniera ripetitiva e banale, come è andata la giornata di caccia, la notte insonne, il risveglio prima dell’alba, le camminate mozzafiato, il naso prodigioso dei cani e le ferme da cardiopalma, le schioppettate infallibili, poche volte le padelle clamorose, i recuperi prodigiosi…
C’è però da dire anche che da scrittori che si sono fatti un nome sulle riviste venatorie sono state tentate altre e più interessanti soluzioni, nei cui scritti la caccia è pretesto per esplorare il mondo e l’animo dell’uomo, per cui i prodotti della loro attività scrittoria possono considerarsi letteratura a pieno titolo.
Il compianto Piero Pieroni, uno che e da critico e da scrittore in proprio di queste cose s’intendeva, rifuggiva dalle narrazioni in cui l’aspetto tecnico della caccia predominava sul nucleo narrativo. Per lui,oltre che storie di selvatici, di armi e di cani, i racconti devono poter essere soprattutto vicende di uomini, delle loro motivazioni e reazioni di fronte al gioco bello e crudele della caccia, senza finzioni e retoriche di sorta.
Tra i racconti che hai sottoposto alla mia attenzione, credo che in questo filone privilegiato s’inserisca a buon diritto “Un angelo frangiato” di Alessandro Bassignana, in cui si narra il dramma dell’ imprenditore Carlo che di fronte all’imminente crac fallimentare decide di andare a caccia per suicidarsi e far credere alla caduta accidentale in un burrone, ma proprio sull’orlo del precipizio arriva, deus ex machina a sciogliere i nodi del dramma, Sky, setter dalla coda frangiata, che porta in bocca il magnifico gallo cui Carlo ha tirato. L’evento riscuote l’uomo dai cattivi pensieri. Si dilegua come per miracolo la disperazione e… domani sarà un altro giorno, non solo di caccia.
Dovendo individuare una terna, il racconto di Bassignana, oltre che per il merito della scrittura accattivante, si aggiudica la prima piazza anche per aver trattato un tema di scottante attualità nel particolare momento storico della crisi economica.
Il secondo posto va a Franco Subinaghi che, col racconto “Neve di novembre”, ricrea con garbo l’ambiente e il clima, e anche i sentimenti che attraversano la mente e il cuore del cacciatore in una giornata d’inverno. Subinaghi raggiunge il momento più felice nel tratteggiare la figura dell’uccellatore Ménec che gli parla con i suoi grandi occhi tristi e umidi da basset-hound delle viscarde e di qualche disavventura famigliare.
Il discorso tecnico va per buona parte a scapito del lavoro di Stefano Belloi, “Il sogno tra le mani”, lavoro che si riscatta però alla fine, quando cioè viene liberata dai quattro cacciatori compagni la beccaccia che Nuccio, il cane di Marco, ha catturata e riportata viva e integra. Nel “volo danzato come quello delle farfalle”, che si dilegua dietro la chioma degli alberi, si scioglie così un inno alla vita che viene ad alimentare per il tempo a venire il sogno dei protagonisti.
Vincenzo Celano

1° Classificato “Un’Angelo frangiato” di Alessandro Bassignana

Il sensore elettronico percepì la sua figura e due lastre di vetro s’aprirono simultaneamente, quasi fosse Ali Babà che aveva recitato la formula magica di fronte alla grotta.

Uscì dalla banca a passo spedito, dispiaciuto di non poter sbattere le porte come invece avrebbe voluto fare.

“ Fanculo !!! ” esclamò con un moto di rabbia, e sferrando un calcio a vuoto.

Poi s’accorse che stava dando spettacolo e si calmò.

Del resto lo sapeva già anche lui, e glielo aveva pure detto il suo commercialista.

“ Le banche potrebbero aiutarti;  potrebbero ma non lo faranno, perché da un po’ di tempo non lo fanno più con nessuno. ”

Anche il direttore della sua poi l’aveva fatto capire, e senza tema di smentita: lui, così gli aveva raccontato, ormai aveva ben poca autonomia decisionale e ogni richiesta della clientela veniva vagliata dalla sede centrale che, con una regolarità …quasi cronometrica, la bocciava!

Quella era stata la sua ultima possibilità e adesso avrebbe dovuto arrendersi, alzando bandiera bianca: la crisi mordeva e lui ne stava per esserne dilaniato; i sacrifici d’una vita sarebbero sfumati tra conti in rosso, debiti e carte bollate.

La sua piccola attività artigianale, che oltre alla sua nutriva altre quattro famiglie, era sull’orlo del fallimento e nulla poteva essere ancora fatto per salvarla.

All’inizio le aveva tentate tutte, ma adesso la situazione non dipendeva più da lui; pure il mondo stava cambiando e, molto amaramente, bisognava prenderne atto.

“ Vedrai, ” l’aveva ammonito anni prima suo padre “ questa vigna continua non può durare a lungo. Prima o poi faremo tutti il botto e, credimi, sarà un gran botto ! ”

Carlo però non gli aveva voluto dar retta, continuando a spendere e investire nella sua attività.

Adesso che quella previsione, precisa e funesta come le sestine di Nostradamus, s’era rivelata esatta e  l’aveva capito anche lui, a sue spese;  un paio di fallimenti, molti clienti che non pagavano più e il buco s’era creato con una velocità che non pareva possibile.

Ma quello che più gli bruciava sulla pelle, tanto da non riuscire a darsi pace, era che il suo principale debitore fosse l’amministrazione pubblica, sempre solerte e implacabile a incassare tasse e gabelle ma inaffidabile quando c’erano da onorare gl’impegni.

L’avessero pagato, lui ne era certo, avrebbe potuto farcela e salvare l’attività.

E così, in attesa che la situazione si sbloccasse, aveva usato gli ultimi soldi per  garantire gli stipendi; nemmeno quello era bastato e alla fine aveva pure dovuto impegnare tutti i suoi beni.

S’era rivolto a parenti e amici ma poi s’era reso conto di come quella volta fosse davvero grigia per tutti e, a malincuore, aveva desistito per non metterli in difficoltà.

Cosa fare adesso ?

Alla moglie non aveva voluto raccontare tutto ma lei, come ogni donna che conosca bene il suo uomo, aveva colto la gravità della situazione e cercava di non farlo pesare.

Erano sposati da dieci anni e avevano due figlie piccole, in età scolare; la sua preoccupazione era principalmente per loro.

Le bimbe poi, come spesso capita, erano affezionatissime al padre e lo colmavano d’affetto.

L’anno prima Carlo, che ormai presagiva il disastro economico in arrivo, aveva sottoscritto una robusta assicurazione sulla vita, una di quelle che pagavano una forte somma in caso di morte.

E così, gli fosse accaduto qualcosa di grave, almeno i suoi avrebbero avuto di che tirare avanti. Quella polizza ora ….sembrava essere l’unica soluzione !

“ Se non trovo i quattrini che mi servono, ” s’era confessato tra il serio e il faceto con un amico avvocato “ la faccio finita, e risolvo tutto con il risarcimento dell’assicurazione.”

L’altro, che non aveva colto le sfumature del suo discorso, non gli aveva dato peso. Non aveva però potuto fare a meno di fare un’osservazione arguta, da avvocato qual’era.

“ Bravo tu, tanto le compagnie non li pagano i suicidi se avvenuti prima di un certo numero d’anni. Per farla franca dovresti simulare un incidente, e farlo bene! ” e poi, sempre convinto che Carlo scherzasse aveva aggiunto “ Se però ti decidi dimmelo che ti do qualche dritta. Inteso che lo faccio gratis, sei un amico! ”

Aveva chiuso con una risatina che voleva essere simpatica ma, avrebbe potuto scoprire, era fuori luogo.

E così quell’idea che gli frullava da giorni nella testa, combinata a rabbia e disperazione, divenne un folle progetto.

Anche l’ammonimento dell’amico andava tenuto presente, e allora Carlo predispose un piano così diabolico che nemmeno il miglior Hercul Poirot o il commissario Montalbano l’avrebbero potuto svelare:  l’incidente perfetto.

La soluzione, quasi senza volerlo, la suggerì Giovanni, amico e compagno di caccia che gli telefonò quella sera stessa.

Senza preamboli il collega esordì con una domanda che rimbombò a lungo nella testa di Carlo.

“ Hai sentito di quello che è successo domenica scorsa in bassa valle ? ”

“ No, ho avuto un mucchio di problemi e non ho nemmeno sfogliato un giornale. Perché, cos’è successo? ”  rispose, senza aggiungere altri commenti.

“ C’è stato un incidente durante una battuta al cinghiale e un cacciatore è morto per la fucilata d’un compagno.”

Carlo stette zitto per qualche secondo e poi riprese, quasi balbettando perché il suo cervello stava elaborando a mille.

“ Pa…pa…pazzesco! Ma…, ma…dimmi:  è stato davvero un incidente ? ”

“ Così dicono!” e poi stupito per quella domanda “ Ma perché penserai mica che l’abbia fatto apposta? ”

“ No, no, ma che dici! Nemmeno so di chi mi stai parlando” e poi per cercare di buttarla sullo scherzoso:  “ Piuttosto fai attenzione tu, e la prossima volta vedi di non spararmi ! ”

L’altro per nulla insospettito per quelle divagazioni assurde abboccò:

“ Non dire scemenze Carlo sono io a rischiare con te …. ”

Poi s’accorse che l’altro taceva nuovamente.

 “…Carlo, Carlo …ma sei ancora in linea ? ”

“ Sì, sì scusami ! Riflettevo su quello che m’hai raccontato. ”

“ Non pensiamoci più. Piuttosto volevo dirti che domenica io non ci sarò. Mio figlio gioca a pallone e devo accompagnarlo. Tu che fai ? Vai ? ”

Ma Carlo ormai aveva trovato la risposta che cercava e ripose sicuro.

“ Sì Giovanni, vorrei andare con il cane a cercare quel vecchio gallo; sai quello che sta sopra il Dente del Diavolo. ”

“ Lassù, da solo?  Ma guarda che è molto pericoloso. Mi raccomando fai attenzione.”

“ Ma certo, stai tranquillo sarò prudente. ”

“ A proposito, ” chiese ancora Giovanni che sapeva delle sue difficoltà economiche “ com’è poi andata con la banca ? ”

“ Cosa vuoi, lo sai anche tu come sono quegli usurai autorizzati: mille promesse, ma alla fine fatti davvero pochi. M’han detto di ritornare.”

“ Vabbè  Carlo, allora auguri;  e in bocca al lupo per domenica. ”

“ Crepi ! ” rispose lui, immaginando che però a crepare quella volta non sarebbe stato il lupo.

I giorni trascorsero veloci e nulla successe per fargli cambiare idea.

Il sabato sera andarono a cena dai genitori di lei e lui quasi non mangiò.

“ Cos’ha tuo marito stasera, non ha toccato praticamente nulla? ” chiese la madre alla figlia quando lui s’alzò e uscì a fumarsi una sigaretta.

“ E’ molto preoccupato per il suo lavoro, sapete da un po’ le cose non vanno affatto bene. ”

“  Sai cara, ” aggiunse con sincerità il padre “potessimo l’aiuteremo in tutti i modi, ma abbiamo appena sposato tuo fratello e siamo rimasti a secco.”

“ Lo so, lo so mamma. Ma non dovete preoccuparvi, Carlo è in gamba e troverà certamente qualche soluzione.”

Diceva questo con il cuore gonfio di tristezza e preoccupazione, e senza nemmeno sapere che lui il problema l’avrebbe risolto comunque.

La sveglia nemmeno suonò perché quella notte lui non chiuse occhio.

S’alzò e si preparò velocemente, lo stomaco era ancora chiuso e bevve solo un caffè.

Tornò in camera e baciò sulla fronte la moglie, poi entrò nella cameretta delle bimbe, in punta di piedi. Si fossero svegliate certamente gli avrebbero parlato e l’avrebbero voluto abbracciare, togliendogli la forza di compiere quel folle gesto.

Le carezzò, chiudendo con forza gli occhi per darsi coraggio.

Fu tentato di lasciare un biglietto alla moglie, l’ultimo messaggio d’amore per lei e le bimbe, ma così si sarebbe scoperto rendendo inutile quel sacrificio.

Controllò d’aver tutto e poi uscì.

Quand’era giornata di caccia Fly, il setter inglese di tre anni, faceva il diavolo a quattro tanto che spesso gli era toccato di farlo dormire chiuso in macchina, nel garage, ad evitare che lui all’alba svegliasse tutto il vicinato

Quella volta invece il cane era ancora nel serraglio, ma stranamente calmo e dimesso, tanto da sembrare svogliato.

“ Che abbia capito?  ” s’interrogò; ma poi quando gli aprì il portellone del fuoristrada Fly ci saltò su, con un prodigioso balzo e gioioso come sempre.

Un girò di chiavetta e il motore tossicchiò rumoroso, emettendo una densa nuvola di fumo nero.

“ Dovrei fargli cambiare le candelette ” disse tra se e se, fugando subito quel pensiero quando realizzò che il giorno che andava nascendo, per lui, sarebbe stato anche l’ultimo.

La notte era incredibilmente stellata e s’avviò.

Il profilo dei monti screziati di bianco era illuminato da uno spicchio di luna e spiccava sullo sfondo del cielo d’un blu scurissimo. Di lì a poco avrebbe cominciato a schiarire.

Durante il viaggio ripeté più volte il piano.

Il Dente del Diavolo era un posto infame: si trattava d’una specie di grosso sperone, un rilievo roccioso che s’elevava di una trentina di metri dalla cresta, molto simile a quelle torri costruite un tempo sulle coste mediterranee per avvistare i pirati saraceni.

Pietre lisce e taglienti che spaccavano il fianco del monte lo orlavano su ogni lato, ed era punteggiato da larici e pini contorti e tappezzato da arbusti e rododendri cresciuti in ogni anfratto. Lì dimoravano i vecchi galli e uno in particolare stava a cuore a lui e Giovanni.

Diverse volte l’avevano insidiato, ed era anche capitato che i cani riuscissero a fermarlo e farlo involare.

Che poi fosse sempre la stessa bestia lo pensavano solo loro, perché non v’era alcuna ragione per crederlo.

Quel forcello stava in pianta, di vedetta, e quando s’accorgeva che cacciatori e cani stava salendo si fiondava a valle, beffando i suoi inseguitori che potevano intravederne solo la sagoma scura saettare tra i rami.

Se invece i cani l’agganciavano al suolo, in pastura, allora lui andava via di pedina, rimontando gli aspri canalini ben nascosto dalla fitta vegetazione per aprire, una volta in cima, le sue potenti ali e tuffarsi dall’alto, a velocità folle, sul versante opposto che precipitava quasi in verticale.

Lassù a rischiare la vita non erano certo gli uccelli, e più d’un cacciatore ci aveva lasciato il suo prezioso ausiliare, sfracellatosi tra quelle rocce che s’aprivano infide ed improvvise tra la fitta boscaglia.

Carlo ci aveva pensato a lungo, e poi s’era convinto che si fosse gettato da là tutti avrebbero certamente creduto all’ incidente.

Certo ci andava un grande coraggio, ma in quel frangente lui ne aveva da vendere.

Abbandonò la statale e imboccò il ripido sterrato che conduceva all’alpeggio del Sole.

Da quel punto in meno d’un’ora sarebbe arrivato al Dente del Diavolo.

Parcheggiò al solito posto: tutto doveva sembrare normale e anche la ritualità andava rispettata.  

S’allacciò gli scarponi e fece scendere Fly dall’auto fissandogli il beeper elettronico al collo.

Trasse un profondo respiro e s’incamminò.

La giornata prometteva bene e il cielo s’era ormai acceso dei colori dell’alba, con la palla del sole incendiata e che faceva timido capolino sopra la catena alpina, continua ed ininterrotta che sgranava da oriente sino a riempire tutto l’orizzonte.

Per un attimo ripensò alla follia che s’apprestava a compiere ed ebbe qualche tentennamento, le prime perplessità da quando aveva preso la fatale decisione.

Poi la tragica realtà della sua situazione tornò a riaffacciarsi alla sua mente confusa e scosse rassegnato la testa: bisognava farlo perché non c’era altra soluzione.

Fly incrociava davanti a lui, attraversando i prati ancor verdi che circondavano l’alpeggio abbandonato da bestie e margari  rientrati a valle dopo la stagione estiva.

Un paio di volte aveva già nevicato, ma il sole era ancora forte e caldo e la neve s’era disciolta quasi del tutto, lasciando solo qualche lingua bianca nei canalini più riparati.

D’un tratto Fly rallentò l’azione e poi bloccò decisamente. Fu un attimo solo, tanto che nemmeno il beeper suonò.

Carlo fece appena in tempo a rendersene conto e una lepre grigia schizzò davanti al cane che restò immobile.

Lui, d’autentico amante della caccia con il cane da ferma, s’era sempre dato una regola: mai sparare alla lepre levata dal cane, ad evitare che lui ne…prendesse il vizio e l’inseguisse.

Fly era perfettamente addestrato e l’ignorò, ma lui era anche un cacciatore e la lepre pur sempre preda ambitissima. E poi quella volta era tutto diverso, si trattava dell’ultima uscita e uno strappo alla regola ci stava.

Alzò il fucile e con sicurezza esplose un solo colpo, che andò perfettamente a segno.

Poi quando vide la vide rotolare, colpita a morte, esclamò senza che ci fosse nessuno ad ascoltarlo :

“ Meglio così, almeno quando mi troveranno con lei nella cacciatora non sospetteranno nulla! ”

Erano le farneticazioni d’un uomo disperato e pure Fly, che invece aveva udito le sue parole, rimase stupito, guardandolo perplesso e incerto su cosa fare.

“ Bravo Fly! Su, su bello porta, porta. ”

“ Che strani gli uomini ” dovette pensare in quel momento il setter “ sino a ieri m’avrebbe punito e ora si complimenta. ”

Ma lui cacciava per il suo padrone e conosceva bene i doveri  e così andò a recuperare la preda, presentandosi di fronte a lui, seduto e con il pregiato lagomorfo in bocca; Carlo lo carezzò mentre glielo toglieva dalla bocca.

“ Bravo, bravo tu non puoi capire ma va bene così.”

Ma Fly invece aveva capito, eccome se aveva capito e uggiolò come a lamentarsi o rimproverarlo.

Lui mise la lepre nella ladra e la segnò sul tesserino.

“ Andiamo, ” disse rivolto al setter “ che adesso tocca a me.”

Entrarono nel bosco.

I larici cominciavano a spogliare, con gli aghi che dal verde brillante sfumavano in tonalità che andavano dall’ocra al ruggine, e cadevano a mazzetti ad ogni soffio d’aria o lieve scossone.

Fly esplorava minuziosamente e lui per un attimo fu preso dall’azione di caccia, indirizzandolo con il fischietto e il braccio nelle zone ove solitamente trovavano le pasture dei galli.

Fu questione di poco, e subito nella sua mente  tornò a riaffacciarsi il pensiero che l’aveva portato in quel posto.  Lasciò perdere.

Risalì il ripido pendio e si diresse verso la cresta che nascondeva l’inaccessibile torrione diabolico.

In realtà si poteva salire e raggiungere quel recesso, ma prima bisognava fare una pericolosa azione d’equilibrismo, passando su un gradino di rocce e terriccio franoso; sopra e sotto pietra grigia e lucida, e intorno…aria, molti metri d’aria.

Superato quello stretto passaggio un piccolo canalino consentiva di salire alla cima dove, tra sfasciumi di granito, larici e ginepri contorti si nascondevano i vecchi galli.

Altre vie non c’erano e probabilmente questo lo sapevano anche i fagiani.

Il loro poi era un fantasma, un autentico diavolo nero piumato, e forse, pensavano lui e Giovanni, era stato proprio lui a dare il nome a quel posto.

Arrivò alla base del Dente del Diavolo preceduto da Fly che con il suo passo veloce e felpato si muoveva sicuro.

Il cane attraversò mostrando una certa irrequietezza, con il muso rialzato e le nari frementi alla ricerca d’ effluvi del selvatico.

Carlo trasse un profondo respiro: il salto, di qualche decina di metri, era sotto lui; un passo falso e sarebbe volato giù.

Soffriva di vertigini, e tutte le volte che era stato lì con Giovanni aveva usato la massima cautela.

Quella però era l’occasione che cercava per farla finita, e risolvere così tutti i suoi problemi; che fosse vigliaccheria, o atto di coraggio, in fondo non lo interessava più di tanto.

Lo turbava invece  il fatto di compiere una vera e propria truffa, un’azione contraria alla legge e alla morale: il delitto di se stesso !

Ricordò le parole dell’amico : “….dovresti simulare un incidente, e farlo bene”; la messa in scena deve essere perfetta e allora scaricò il fucile, come normalmente faceva tutte le volte che affrontava punti pericolosi. Poi, con la suola dello scarpone, cominciò a scalzare il gradino di terra, a fingere la fatale scivolata.

Stranamente non era agitato e il cuore, anziché rullare a tamburo come sarebbe stato normale in quel frangente, aveva rallentato i suoi battiti, sin quasi a fermarsi.

Era impegnato in quell’azione quando udì il lamentoso richiamo del beeper di Sky.

“ Dannazione, proprio adesso ” esclamò d’impeto riprendendo a scavare con il tacco, ma poi l’istinto del cacciatore prese il sopravvento e l’ansia di completare l’azione del suo ausiliare divenne sempre più forte, quasi pressante.

Con qualche rapido passo superò l’infido passaggio e si portò al sicuro. Ci avrebbe pensato dopo a completare il suo piano.

Aprì il fucile e lo ricaricò, cercando di fare meno rumore possibile; poi cercò d’individuare la sagoma di Sky.

Fece qualche metro, aggirando un pietrone grigio che gli oscurava la visuale restando sempre appoggiato con la mano aperta ad alcuni larici che erano cresciuti sull’orlo del burrone; infine imboccò un ripido canalino, lo stesso risalito poco prima dal cane.

Il cuore ormai sembrava essersi risvegliato e pompava sangue alla grande, la fronte s’imperlò di sudore e una magnifica tensione venatica tornò a scorrergli nelle vene.

Affannato fece dieci, forse quindici passi e poi lo vide e si bloccò.

Sky era affondato tra i rododendri con la coda frangiata che, mossa da un vento che s’era alzato beffardo e improvviso, s’inarcava a sciabola, quasi a farlo sembrare un guerriero samurai che avesse estratto la sua affilata katana prima di sferrare l’attacco definitivo.

Il beeper continuava a ritmare l’azione, ma sembrava non disturbare la pace di quell’estremo  rifugio; quel cumulo di vegetazione e rocce disordinate in quel momento a lui parvero d’essere l’eden in terra. La mente si sgombrò da tutto e Carlo si concentrò solo più sull’azione di caccia.

Portò il fucile in posizione d’imbracciata e alzò cautamente lo scarpone per avanzare nuovamente.

Il piede era ancora sollevato che s’udì il fragore dell’involo, il decollo d’un missile nero che spuntava dal terreno, l’immagine magica d’una creatura celeste che ancora una volta s’era fatta demonio.

L’uccello gli sfilò di fronte, tanto che Carlo riuscì persino a distinguerne le caruncole; l’osservò estasiato ed esitò. Poi, ripresosi, esplose la prima fucilata che andò a vuoto.

Ruotò decisamente il busto per seguire il volo del forcello e sparò nuovamente.

Questa volta ebbe l’impressione di colpirlo, ma fu un attimo perché sbilanciato dall’azione, e in equilibrio precario com’era, cadde all’indietro.

Il fucile gli sfuggì di mano e lui ruzzolò rovinosamente  lungo il canalino da cui era salito, tutto raggomitolato a proteggersi dagli urti.

Perse conoscenza per qualche istante e quando la riprese, ancora tutto indolenzito, s’accorse che era proprio sul ciglio del burrone fermato nella sua corsa da quegli stessi larici che già l’avevano aiutato a salire.

La sua doppietta era rimasta qualche metro più in su, impigliata per la cinghia ad uno spuntone roccioso. Tutt’intorno i segni della sua caduta.

La scenografia che s’era così creata sembrava essere perfetta per il suo dramma, e lo era così tanto che nemmeno Agata Christie avrebbe saputo scriverla meglio: bastava sporgersi un po’ e il gioco era fatto, perché un salto come quello non avrebbe lasciato scampo e nessuno avrebbe mai sospettato nulla.

Lui poi non avrebbe nemmeno sofferto, tant’era certo che quel volo sarebbe stato fatale.

Mille pensieri intasarono il suo cervello, e mentre cercava di tirarsi su con la coda dell’occhio vide un movimento.

Di là, oltre il gradino roccioso che faceva da passaggio, stava arrivando Sky.

Il setter aveva l’aspetto d’ un mistico e austero sacerdote che tenesse sulle sue braccia la vittima d’un sacrificio, doloroso e violento quanto necessario.

In bocca infatti Sky portava un magnifico gallo, intatto nel suo piumaggio nero bluastro dai riflessi metallici; le caruncole, rosse e gonfie come frutti maturi, spiccavano e parevano la corona d’un re, il re di quelle montagne.

Sul suo viso, rischiaratosi come il cielo dopo un temporale estivo, riapparve il sorriso e scoppiò una gran risata.

“ Vieni bello, vieni qua. ”

Carlo s’alzò, si rassettò e sistemò la lepre che durante il ruzzolone sulle rocce l’aveva salvato dalle botte e i lividi alla schiena, poi s’avvicinò a Sky che prudentemente s’era fermato a qualche metro da lui.

Il setter s’era seduto, trionfante, e fiero esibiva il suo trofeo.

Lui muovendosi lentamente allungò una mano per togliergli il gallo dalla bocca, mentre con l’altra cominciò a carezzarlo.

“ Bravo Sky, sei stato formidabile tu, ….tu…tu m’hai dato…tu, tu…non puoi capire…” e una sola lacrima, che però ne concentrava mille, forse centomila, gli rigò la guancia.

Ma Sky, proprio come prima, aveva capito e gli leccò la mano.

“ Recuperiamo lo schioppo e andiamo, che oggi il carniere l’abbiamo fatto, ” riprese Carlo, tornato sicuro e motivato come un tempo “ …domani è lunedì ed inizierà un’altra durissima settimana di lavoro.”

Poi, mentre compiaciuto stringeva tra le mani quel corpo piumato ancor caldo aggiunse sorridendo:

“ Domenica prossima ti porterò a coturnici.”

Il cane si mise accanto a lui, quasi a proteggerlo come ne fosse l’angelo custode, un magnifico angelo frangiato.

Infine i due s’incamminarono.

Mentre scendevano verso l’auto, tra quei boschi antichi ed eterni, un raggio di sole, impertinente e lucente come non mai, s’insinuò tra rami e vegetazione e li colpì, seguendoli per tutto il tragitto e facendoli rilucere.

Chi li avesse visti avrebbe facilmente potuto scambiarli per…..beh, …questo sceglietelo voi !

2° Classificato “Neve di Novembre” di Franco Subinaghi

La nostra casa è lì, quasi sospesa fra lago e montagna. Il lago è forse a venti passi, presenza viva e quotidiana con la sua “breva”, il “ tivan” o altri venti più tempestosi, oppure con la sua calma assoluta nella quale si riflettono in tutta la loro selvaggia bellezza i monti della Val d’Intelvi.

La montagna è altrettanto presente, quasi incombente: una fascia di prati a terrazza, testimonianza del faticoso lavoro di antiche generazioni, nell’erigere quei muri a secco che resistono alle intemperie e all’incuria delle nuove generazioni del paese. Fra i campi e la roccia, ripida, alta, scoscesa, v’è una zona di costoni costellati di roccette con alcuni radi carpini e quercioli intervallati da vallette coperte da  tassi (il nass tipico delle nostre zone, i cui frutti sono assai appetiti dagli uccelli), di querce e robinie. Queste vallette offrono il dono più prezioso del monte: le esili vene d’acqua perenne che scorrono silenti in ogni stagione, anche in tempi molto siccitosi.

In certe giornate di neve le coturnici si abbassano fino alla zona delle vallette sovrastante i prati  ed è lì che usavamo cercarle con i nostri cani, come in quella mattina di Novembre di fine anni ’80. Avevo programmato un’ ultima uscita a cotorne, su, all’Alpe Vecchio, prima della chiusura.

Scrutando il cielo nuvoloso che riversava una pioggerella fredda e insistente, mi avvidi che la neve aveva imbiancato la montagna fino in basso, ricoprendo i contrafforti rocciosi e i miei posti da cotorne alti, su presso l’Alp Vecc.

“Oggi è un giorno da posti bassi” mi dissi mentre mi avviavo per gli incolti a terrazze; avevo con me il bravo Day, setter tricolore, uno dei miei più amati che da anni viveva con noi in casa, ed il gordon Athos, cane dalla grande forza e resistenza, focoso ma prudente.

“Se la riga della neve rimane a quella quota è facile trovarle sulla costa di Prada, dove una volta era tutto pascolo” pensai.

E via! in un turbinio di nevischio bagnato.

La padella bruciava,  un tarlo che mi rodeva dentro.

Rividi più e più volte la scena nitida davanti agli occhi: i due cani puntati, fradici e bellissimi, il piazzamento favorevole su un dossello, il frullo della brigata, sette, otto missili cerulei sul paglione e poi contro il grigio del lago , due fucilate alla più “facile” e niente, non una piuma che si staccasse dal cielo.

Avevo seguito con lo sguardo i cotorni per  marcarne la rimessa o quantomeno la direzione, pensavo di sapere dove s’erano buttate, ma finora nulla. I cani cercavano con gran foga su e giù per le coste, dentro e fuori le vallette, ma delle coturnici neppure l’ombra.

“Si saranno incrodate” supposi, mentre la pioggia si intensificava frammista a molli fiocchi di neve bagnata e pesante. Dal lago era salita pure una leggera foschia che mi permetteva appena di vedere casa, piccola macchia chiara giù in basso e avanti, al limitare del paese, in riva al lago.

Mi prese un desiderio di fuoco di rovere e faggio nel camino, giusto mentre mi accorgevo d’esser bagnato fino al midollo.

Fu nell’ultima valletta prima di iniziare la discesa che il bravo Day s’inchiodò in ferma, schiacciato a terra fra i quercioli presso una stilla d’acqua, dove il terreno coperto di foglie era morbido e recava le tracce dell’abbeverata dei caprioli.

Athos consentì dalla costa sopra la valletta e fu accanto al gordon che mi piazzai, godendo di un’ottima visuale.

“Possibile che siano i cotorni di rimessa?” mi chiesi incredulo, ripensando anche a quel vecchio fagiano tenebroso che avevamo incocciato quella volta, proprio lì in quel valletto, fermato dal bracco del Gino.

Fui riportato al presente da un frullo ovattato, una beccaccia esplose dai ributti di carpine, a pochi passi dal setter, la vidi un attimo sullo sfondo del lago , le tirai una botta che non la colse (dietro!!), la intravidi contro il paglione, la centrai con un colpo del sei destinato ai cotorni, proprio nell’attimo in cui si eclissava dietro un querciolo. Il vento che veniva da Porlezza portò alcune piume che turbinarono fra gocce di pioggia e fiocchi di neve.

Mentre la ricevevo dal riporto del gordon, mi meravigliai ancora una volta di quanto fosse asciutta in questa giornata fradicia.

Scendendo verso il paese, verso casa, vidi le cento candele arancio di un enorme albero di cachi al limite dei prati a terrazza con alcuni grandi sorbi a fargli da corona. Un grosso volo di uccelli girava tutt’intorno, riconobbi le cesene dal volo e dal canto: chiamai cani e li misi seduti sotto un querciolo.

Le viscarde si posarono su un ciliegio ormai spoglio, da dove occhieggiarono a lungo prima di venir sedotte dal canto dei richiami appesi  al caco e ai sorbi. Dapprima alla spicciolata, poi tutte insieme si andarono a posare sulla grande brocca secca (“el seccòn”) che sporgeva dall’arancio vivo dei frutti. Dalla cascina, lì vicino, partì una coppìola serrata, sei, sette uccelli caddero, chi pesantemente e chi sbattendo le ali.

Il branco si allontanò disordinatamente, rifugiandosi su alcuni alti faggi, richiamando i dispersi. Una cesena, forse disorientata, andò ancora a posarsi sul seccòn e cadde fulminata. Alla nuova detonazione il volo si allontanò definitivamente. Mi mossi solo quando vidi il Ménec uscire dalla cascina-appostamento, dalla quale usciva un filo di fumo attraverso il comignolo.

«Ciao Ménec»

«Oh, ciao ta set ti…»

«Alura», chiesi, «et fai caccia

«Ma sì, ‘na quai viscarda, dü merli, tri ziif e ‘na sgaggia», (qualche cesena, due merli, tre sasselli e una ghiandaia) rispose, e poi: «Dai, vegn dent in cassina a sugass, che ta set bagnà fin ai oss».

Nelle gabbiette, riparate da un quadro di lamiera arrugginita, le viscarde e i sasselli da richiamo saltellavano avanti e indietro.

In cascina faceva piacevolmente caldo, appesi la cacciatora su una sedia davanti al camino ardente. Il Ménec aveva sentito l’eco delle mie fucilate, mi chiese dei cotorni, gli mostrai la beccaccia.

«Cume la va, Menec? », gli chiesi, mentre mi porgeva una tazza di caffè bollente corretto con la grappa.

«Come vuoi che vada?», mi rispose con una sconsolata domanda, e mi riparlò della moglie che un male inesorabile gli ha strappato dopo lunghi anni di lotta.

E della figlia, donna facile, dai tanti, troppi amanti e purtroppo madre di due figli piccoli, con un marito “tant bon de vess cojon”, tanto buono da passare per fesso. E cornuto, pensai , senza però esternargli la mia amara considerazione.

Ménec continuava a raccontare, e i suoi grandi occhi da basset-hound erano tristi e umidi. Ogni tanto si interrompeva, guardando dalla feritoia, forse un diversivo per non mostrarmi la sua commozione.

«Meno male che c’è la caccia e questi quattro uccelli che vengono a farsi accoppare sul caco!», concluse con un sorriso malinconico.

Uscii dalla cascina col fucile scarico e i cani al dietro. Nevicava fitto, ora.

Il terreno era bianco fino al cimitero dove nel ‘45 confessarono i partigiani prima di fucilarli.

Il lago era grigio, plumbeo, quasi non si vedeva nel turbinare dei fiocchi.

Nell’aprire la porta di ferro che dà accesso al giardino di casa, mi voltai a guardare la mia montagna, ormai bianca e avvolta da una cappa di nubi lattiginose, e mi chiesi dove fossero le cotorne.

Dolce pomeriggio di Novembre. Fuori aveva quasi smesso di nevicare, piovigginava e faceva freddo. Un ceppo di faggio ardeva nel camino.

Seduto nella   mia poltrona, guardai il mio piccolo Brian, tre anni, che giocava con la beccaccia, la esaminava, la osservava, sembrava non volerla più lasciare.

Mia moglie venne a sedersi accanto a me e mi sussurrò che «il seme della passione venatoria era  stato seminato, avremmo avuto un altro cacciatore in casa, fra qualche anno».

Pensai ancora un attimo al Ménec e le dissi che sì, ero un uomo fortunato.

Lei mi guardò, mi sorrise dolcemente, poi mi rispose che, se quella che stavamo aspettando era una femmina, oltre che fortunato sarei stato il più felice dei padri.

3° Classificato “Il sogno tra le mani” di Stefano Belloi

È stato come fissare lo sguardo su di un quadro tridimensionale, concentrarsi su un punto esatto del disegno apparente, fino ad avere la sensazione di sentirsi trasportati all’interno dell’immagine; Stefano era lì, con i piedi ben piantati su una roccia, a osservare i rami della quercia davanti a lui, fino a perdersi nel verde scuro e chiaro delle foglie. È accaduto una domenica di dicembre.

Alle 6,00 del mattino la sveglia del cellulare ha suonato una musica rock: The show must go on, i mitici Queen! Stefano non ha spento la sveglia subito, è rimasto ancora un po’ a letto ad ascoltare la voce di Freddy Mercury. Stefano ama la musica di ogni tipo, la ascolta sempre, lo aiuta a liberare la mente da tutti i pensieri della quotidianità; per lui un buon risveglio mattiniero è il primo passo per affrontare ogni giorno in maniera positiva.

La moka da tre tazze, la stessa che ancora accompagna fedelmente Stefano dai tempi universitari, è sul fornello, già pronta dalla sera prima; pochi minuti a fuoco lentissimo, fino a vedere il caffè colmare il bicchiere della caffettiera con una schiuma dorata in superficie. Per Stefano, preparare il caffè è un rito: l’acqua rigorosamente minerale naturale versata fino a metà valvola, tanti cucchiaini di caffè per creare un piccolo cono, chiaramente senza mai schiacciare la polvere! Il fuoco del fornello al minimo e, nel frattempo, la preparazione della tazzina: tre cucchiaini di zucchero. Mai bevuto un caffè amaro o bollente, Stefano lo fa raffreddare per qualche minuto e lo beve in piedi, davanti alla finestra, gustandolo a grandi sorsi.

Uno sguardo attorno a sé per non dimenticare niente dell’attrezzatura di caccia: lo zaino, il sovrapposto, la cartucciera, il cappellino rigorosamente arancione nel tascone della cacciatora, il fischietto appeso al collo, il beeper e la cerata nello zaino ..ok, è tutto pronto! Via in macchina a prendere il cane, un bracco italiano.

Stefano ha la passione dei bracchi italiani fin da bambino, da quando aveva circa sette anni. Ogni notte portava a letto un volume della vecchia Enciclopedia del Cacciatore di suo padre; sfogliava quei libri come fossero giornalini di Topolino: osservava estasiato le fotografie dei cani e degli animali. Un giorno, tra un’immagine e l’altra aveva trovato la foto di un cane roano marrone; la dolcezza degli occhi, l’espressione, la fierezza del portamento, il colore caldo del mantello gli fecero capire che un giorno quello sarebbe stato il suo compagno di caccia, poi nella didascalia lesse: Il bracco italiano ha aspetto vigoroso e armonioso. È di natura docile, ha fisionomia seria e intelligente. I migliori esemplari hanno membra asciutte e muscoli ben sviluppati.

Mirto di Cascina Croce è il nome del cane di Stefano, un giovane bracco italiano bianco arancio, di buon carattere, iperattivo e gioioso; Mirto ha affrontato una bruttissima malattia da cucciolo, ma ha superato tutto con grande vitalità. Ora quel quinto mese della sua vita è solo un ricordo rimasto nella mente del suo padrone.

Quella domenica, Stefano e Mirto hanno cacciato in compagnia di Marco e del suo setter inglese Nuccio.

Stefano e Marco si sono conosciuti all’università, in tempi in cui la lira aveva ancora corso legale, in tempi in cui la preoccupazione più grande era il temutissimo esame di diritto commerciale. Da allora sono passati tanti anni, entrambi sono diventati avvocati; per loro sono cambiate molte cose, ora non studiano i libri scelti dai professori, ma le cause. E così sono cambiate anche le responsabilità: da studenti si cerca di conseguire la laurea nel più breve tempo possibile, da lavoratori ci si impegna per guadagnare la pagnotta. Ora, per loro quell’esame di diritto commerciale è semplice come portare a spasso il cane!

Con il fucile in spalla, lo zaino e la borsa frigo, Marco è già sull’uscio di casa con Nuccio; il tempo di caricare tutto sulla macchina di Stefano e via!

A beccacce, decidere dove andare è sempre una scelta che Stefano e Marco si riservano al primo mattino: dipende sempre dal tempo, dal periodo e un po’ anche dall’intuito.

Quella domenica i due hanno scelto di cacciare in collina, alle porte di un paesino sorto sui graniti della Gallura; un territorio coperto da boschi di sugherete, attraversati dai sentieri tracciati dai raccoglitori del sughero e da due ruscelli. Boschi dove domina il verde delle chiome degli alberi e del sottobosco, il grigio dei graniti, il rosso dei tronchi spogliati dalla loro preziosa corteccia; luoghi dove si sente il profumo del muschio, dei funghi porcini, delle foglie cadute in terra, ora umide e marce, pronte a diventare humus. Ma tanti particolari si notano solo quando si osserva il bosco in silenzio, ciò che accade in particolare a caccia.

Come sempre, anche quella volta a spezzare il silenzio e a riportare l’attenzione di Stefano e Marco sulla caccia, ci hanno pensato i cani; chissà se mentre cacciano anche loro osservano la natura o se, al contrario, pensano solo al loro istinto antico.

I campani del bracco e del setter hanno risuonato tutto il tempo a ritmi e tonalità diverse, ora vicini ora lontani, rompendo in questo modo il lieto silenzio del bosco; Nuccio a destra, Mirto a sinistra, e poi un continuo scambio di direzioni, quasi come fosse il copione di un balletto.

Da buon inglese, Nuccio ha cacciato al galoppo, ma consapevole di dover durare fino a sera lo ha fatto in maniera intelligente e ha dosato le energie; Mirto è stato il solito iperattivo e anche lui si è mosso al galoppo, ma la gelosia per la presenza di un altro cane ha contribuito a dargli la resistenza per muoversi tutto il giorno allo stesso ritmo. Un setter inglese e un bracco italiano, chi l’ha detto che non si può? Mirto è giovane e inesperto, Nuccio meno giovane e più esperto, entrambi vogliono incontrare la beccaccia, sentire il suo odore, provare a fermarla, sentirla volare via e inseguirla fino a vederla cadere, fatta preda della fucilata; nessuno dei due cani ha intenzione di arrivare per secondo all’appuntamento. Uno corre con la coda un po’ a falce rivolta all’ingiù, l’altro la dimena a destra e a sinistra con ritmo cadenzato; uno avverte e guardingo si acquatta per procedere rasente terra, l’altro avverte e porta il naso alle stelle, muovendosi qualche metro a destra e qualche metro a sinistra per trovare il filo giusto dell’emanazione.

Ma anche stavolta la giovinezza ha ceduto il passo all’esperienza.

Stefano e Marco hanno appena saltato un muro a secco, Nuccio li ha raggiunti e superati; anche il campano di Mirto si sente sempre più vicino.

I due amici si sono fermati sopra una roccia, hanno chiacchierato e commentato le prime ore di caccia:

Stefano: «Accidenti che freddo oggi! Ricordi? Qui l’anno scorso Nuccio ne aveva fermata una! Poco più avanti le due trovate insieme»

Marco: «Certo che mi ricordo! E quella che ha catturato viva sotto la quercia vicino al roccione?»

Stefano: «Chissà se era ferita..»

Marco: «Non so, ma certo è strano, a volte trovi beccacce impossibili da lavorare, altre volte ne trovi che si fanno pure catturare vive! Per cambiare discorso, questa volta hai portato gli scarponi di ricambio?»

Stefano ha capito a cosa si riferisce Marco e gli ha risposto ridendo: «Ahahahah.. pensi che ricada dentro il ruscello una seconda volta? Quante risate quel giorno!»

Marco, sbeffeggiando l’amico, ha ripetuto a memoria il dialogo dei due che ha preceduto il bagno di Stefano: “Quando salti il ruscello stai attento ai rami del rovo! Sì! Pestali bene! Eja! Guarda che è un attimo inciampare! Ajò, pensa a saltare tu e lasciami fare! …e poi, splash, un bel bagno fino a metà coscia!».

Capita ai due compagni di fermarsi a chiacchierare e ricordare qualche aneddoto degli anni precedenti, specialmente se si vuole fare una pausa dal silenzio obbligatorio della caccia o se si vuole smorzare la delusione di giornate poco generose di incontri. Se poi oggetto di ricordo sono le disavventure di Stefano, beh, allora si ride fino alle lacrime!

Tutto a un tratto il suono del beeper ha richiamato l’attenzione di Stefano e Marco; Nuccio ha fermato a pochi metri da loro. Il cane non si vede perché è coperto dalla folta chioma della sughereta.

Uno a destra e uno a sinistra, con i fucili armati, i due compagni hanno atteso in silenzio l’evolversi dell’incontro; nel frattempo è arrivato anche Mirto.

Attimi interminabili, adrenalinici, durante i quali i pensieri si sono moltiplicati e accavallati nelle loro menti: volerà a candela sopra la cima dell’albero? Partirà dritta lungo il canale scavato dal ruscello? Uscirà dalla macchia e andrà incontro ai due cacciatori? Farà sentire il suo batter d’ali o volerà via silenziosa come fosse ovattata?

Fermo sulla roccia, con lo sguardo rivolto verso l’albero, nel punto esatto da dove giunge il suono del beeper, Stefano si è incantato sulla chioma; è stato un brusco movimento di frasche a riportarlo alla realtà. Dopo due o tre minuti di ferma ininterrotta, il setter ha rotto e con un balzo si è lanciato sulla preda; un attimo di silenzio, poi il classico “starnuto” di Nuccio ha fatto capire a Stefano e a Marco che pur senza sparare un solo colpo, avrebbero preso una beccaccia in mano.

Senza esitazione, con occhio lucido e passo trionfante, Nuccio è arrivato ai piedi di Marco con la beccaccia in bocca ancora viva e intatta; quella non è stata la prima volta per il setter, già l’anno precedente ne aveva presa una!

Ad avere l’onore di tenere tra le mani una regina dei boschi viva, ovviamente Marco, d’altronde Nuccio è il suo cane!

Ben ferma nella bocca del setter, forse inconsapevole di ciò che le è accaduto, la beccaccia ha mosso la testa, ha osservato intorno a se; nelle sue piume ha avvertito l’umido del respiro affannoso del cane. Quanti sforzi ed energie ha speso inutilmente per provare a liberarsi dai denti di Nuccio; povera bestiolina, chissà quante immagini saranno passate davanti ai suoi occhioni neri in quel momento, chissà se ha avuto qualche pensiero per un luogo, per un’altra beccaccia o per il viaggio che pensava sarebbe finito là, nella bocca di un setter inglese.

Il vero beccacciaio è stregato da questa nobile caccia e il suo animo è stranamente conteso da due volontà inconciliabili tra loro: incontrare e incarnierare la beccaccia e, una volta tenuta in mano senza vita, poterla rivedere volare via miracolosamente, per dare così inizio a una nuova sfida. È lo strano atteggiarsi dell’animo di un cacciatore verso la sua preda: la vita e la morte, il sentimento e l’istinto, l’azione dinamica e il carniere statico, il brivido della sfida con la beccaccia e il rammarico per aver scritto la parola “fine” a un incontro. Cacciare significa inseguire per catturare, ma forse oggi l’animo del cacciatore vorrebbe inseguire di più e catturare un po’ meno, giusto l’essenziale: “il premio per il cane!”, si dice.

Quella domenica è andata proprio così, e Marco e Stefano hanno avuto la possibilità di vedere avverato ancora una volta il sogno di tutti i beccacciai.

Marco ha tenuto tra le mani la beccaccia, l’ha osservata, accarezzata, odorata, ammirata, si è assicurato che non fosse ferita; Stefano ha fissato ogni istante nella memory-card della telecamera. Per la contentezza, come è solito fare, Nuccio ha sfregato la sua schiena nell’erba; Mirto, in piedi su due zampe, ha continuato a masticare l’odore della beccaccia.

Un ultimo saluto al misterioso animale e Marco ha rilanciato la regina su nel cielo, sperando così di restituirle le sue mete, i suoi sogni, un destino diverso fatto ancora di vermicelli, di pedinate, di fla fla fla, di lunghi viaggi, di danze amorose e di nuove ripartenze.

Chissà se spinta dal terrore dei minuti appena trascorsi, la beccaccia ha pensato solo ad allontanarsi velocemente verso una rimessa sicura; oppure, se a suo modo ha voluto ringraziare e salutare tutti regalando un volo danzato come quello delle farfalle. Certamente ha sorriso tra sé nel vedere otto occhi incantati nell’ammirarla!

Stefano, Marco, Nuccio e Mirto sono rimasti fermi, in silenzio, a seguire con lo sguardo la beccaccia, fino a vederla scomparire dietro le chiome degli alberi.

Un’avventura, un ricordo, un’esperienza, un sogno tra le mani che rimarrà nella mente di tutti i protagonisti, e ora anche nelle righe di questo racconto.

“Le pernici di Mont’Entosu” di Alessio Mascia

Ore 1,00. L’allarme della sveglia irrompe come un tuono, per un momento non capisco cosa sia e da dove arrivi, poi istintivamente allungo la mano e disattivo.

Meno di mezzora e sono pronto, ma,  invece di sentire agitazione nei box, stranamente, sono io a svegliare i cani, come se anche loro siano stati colti di sorpresa per questa partenza largamente anticipata.

Il viaggio è occasione di riflessione su tante cose, ma soprattutto sulla programmazione della giornata di caccia con itinerario,  percorso, variabili ecc.; inoltre questa è una giornata particolare poiché ho ipotizzato una soluzione per rintracciare una numerosa brigata di pernici individuata una volta, cercata altre volte, mai più trovata.

E’ meglio fare un passo indietro nel tempo per inquadrare al meglio gli avvenimenti.

Per me “caccia” è solo con il cane da ferma: pernici in autunno, beccacce nel resto della stagione. Questa passione l’ho sempre coltivata con pochissimi compagni, ma solo uno è stato “il compagno”. Purtroppo per motivi di lavoro da circa 10 anni si è dovuto trasferire nel “continente”. Nonostante i sacrifici dati dal viaggio almeno l’apertura a pernici e qualche giornata a beccacce le abbiamo sempre trascorse insieme. Lui si è programmato in modo da trascorrere ogni estate circa dieci giorni di vacanza in Ogliastra ed io lo raggiungo almeno 3-4 volte per il consueto allenamento, per verificare la consistenza delle brigate e  organizzare l’apertura nel “nostro” Gennargentu.

Le caratteristiche della nostra Alectoris Barbara sono tali che le permettono di vivere e adattarsi a tutti i diversissimi biotipi ambientali della Sardegna: pianura, collina, montagna, boschi e microclimi tra i più svariati. La sua presenza è capillare su tutto il territorio ma per noi esistono solo le pernici del Gennargentu. Selvatico unico in un ambiente unico.

Alternanza di crinali, vette, costoni, canali a perdita d’occhio, distese di erica,  felci, astragalo, ginepri striscianti, timo, ginestre corse, profumi e colori che non si possono descrivere: solo chi ne ha  conoscenza diretta sa di cosa parlo. Qualche ovile e poche strade ne fanno un paradiso per chi ha la nostra  passione.  Per noi una pernice in Gennargentu ne vale dieci in una qualsiasi altra zona. Con la fortuna di avere a disposizione tanto territorio non si caccia mai per due volte nello stesso posto durante la medesima stagione, ad eccezione dei casi in cui, avendo certezza della presenza dei selvatici  ma non  trovandoli, la giornata viene ripetuta.

Mont’Entosu si erge sino a 1400 metri e dalla sua sommità si diramano tanti lunghi crinali con direzioni a 360° ma quelli più interessanti sono quelli con direzione est – sud/est. La vegetazione è quella tipica già descritta, erbe aromatiche dalle fortissime fragranze che con le alte temperature creano non poche difficoltà all’olfatto dei cani. Chi ha avuto l’opportunità di frequentare questi posti sa che pantaloni e scarponi dopo un’escursione, lasciati nella classica stanza di caccia, inondano l’ambiente di questi aromi per più giorni.

Dai crinali principali si dipanano poi quelli secondari e si creano numerosi canali dove, grazie alla presenza di rigagnoli e fontanili ed al riparo dai venti dominanti, la vegetazione diventa più fitta e più alta con la presenza, oltre alle specie già elencate, di boschetti di corbezzolo. Questi canali spesso diventano i siti di rimessa  delle pernici insidiate e sbrancate dalle zone più alte ed è proprio in questi frangenti ed in  luoghi di questo tipo che si evidenziano le qualità dei nostri ausiliari.

Giornata di allenamento. Non ci andavamo da diverso tempo e tutt’e due sentivamo il desiderio di organizzare l’apertura in quella zona ma non prima di aver verificato e censito le brigate. In una calda giornata d’agosto partii da Cagliari con i cani, incontro all’alba, caffè veloce all’unico bar aperto e via subito per arrivare in tempo al canto. Il programma al telefono già discusso e condiviso prevedeva l’arrivo al buio ed un piccolo spostamento a piedi per salire lui su un promontorio dominante ed io su un costone immenso orientato a ovest. Superata l’ora fatidica del canto, di nuovo alla macchina per confrontarsi sui risultati. Lui aveva sentito distintamente e ubicato con precisione una brigata vicinissima; io ne avevo sentita una lontana ed un’altra ancora più distante non localizzata con precisione. L’esito  era soddisfacente per cui non vedevamo l’ora che l’alba si facesse più luminosa per sciogliere i cani. Il programma stabiliva sia il percorso che il tempo necessario per arrivare alle 14,30 (orario consentito dal calendario venatorio) sotto la vetta di Mont’Entosu, per poi rientrare alla macchina, tagliando giù dritti, intorno alle 17,00.

Fu una giornata entusiasmante. Localizzammo  ben quattro brigate, di cui tre numerose, e  ne controllammo le rimesse. Ci rendemmo conto che si trattava di selvatici che avevano avuto pochi incontri con cani ed umani visto che si facevano accostare e fermare con facilità.

Arrivati al punto in cui saremmo poi dovuti tornare indietro, Rip, uno dei miei setter, nonostante l’orario e i 35 gradi agostani avessero ristretto la sua cerca, iniziò a scendere lungo un canale lunghissimo con forte pendenza. Pensammo subito che avesse fiutato l’acqua e la cercasse. Ma all’improvviso il beeper iniziò a suonare. La vegetazione era talmente fitta da impedirci di localizzare il cane ma avevamo comunque capito che si trovava tanto in basso da suscitare in entrambi la stessa domanda: “scendiamo?”. La difficoltà stava nel fatto che a quell’ora risalire da lì sarebbe stata  una follia, ma la possibilità di vedere l’esplosione in volo di un’altra brigata, di cui peraltro non conoscevamo l’esistenza, ci fece trovare il coraggio (… o l’incoscienza!??).

Raggiunto velocemente Rip ci rendemmo conto che anche Cico era immobile ma che non si trattasse di un consenso  era chiaro, sia per la posizione che per l’espressione. Con nostra sorpresa avevamo trovato una brigata di circa 16 pernici, in un’area di 200 metri; stavano in gruppetti di 3/5 perniciotti  ma erano insolitamente piccole, poco più grandi delle quaglie. Erano tra le felci che crescevano negli spazi lasciati liberi dalle  siepi di erica. Nonostante la presenza dei cani e nostra non prendevano il volo; per costringerle all’involo  bisognava forzarle ed  una volta alzatesi facevano delle lunghe rimesse, sempre seguendo il canale.

Anche se le pernici in montagna, a parità di periodo, rispetto a quelle di pianura o collina sono sempre più piccole, in questo caso la differenza ci parve eccessiva e pensammo che potesse trattarsi di una covata ritardata o ripetuta. Comunque, considerato che all’apertura mancava poco più di un mese, le avremmo poi trovate con la giusta maturazione. Durante la lenta e faticosa risalita ci era di incoraggiamento la soddisfazione di aver trovato numerosi selvatici e quindi la prospettiva di una eccellente giornata d’apertura a settembre.

Prima domenica. Fortunatamente, come nelle migliori aspettative, raggiungemmo abbastanza agevolmente il numero di capi consentiti senza dover poi cercare la brigata del canale, tant’è che il mio compagno, con una punta di rammarico, mi disse: “quelle le dovrai trovare senza di me nelle prossime domeniche”.

Seconda domenica. Da solo, raggiunsi a metà giornata il limite consentito del carniere, ma pur sapendo di  non poter più sparare, la tentazione di andarle a cercare era troppo forte: mi bastava anche solo vederle. Chiaramente quando giunsi sul posto Rip e Cico non erano nelle migliori condizioni: erano le 12,30 di una giornata particolarmente calda con venti caldo-umidi da sud ma nel canale neanche la più piccola emanazione, traccia, fatta o spollinata delle pernici. In una sola parola “scomparse”.

Terza domenica. Ricevetti l’invito ad un pranzo organizzato da amici pastori in un ovile alquanto distante dalla solita zona: non potevo ne volevo rinunciare ma precisai che gli avrei raggiunti intorno alle 15. Lasciata la macchina all’ovile raggiunsi il mio canale, stavolta dalla direzione opposta, dopo circa due ore di cammino senza alcun incontro. La giornata era fresca grazie al vento di maestrale ed i cani ancora andavano, anche perché in quel versante l’acqua non mancava mai. Ma delle pernici neanche l’ombra. Battuto palmo a palmo, cercato nei punti più probabili, niente. Ormai stava diventando un rebus … e una sfida. Durante il rientro verso l’ovile, variando il percorso, le buone azioni dei cani, qualche buona fucilata e qualche altra meno buona non riuscivano a distogliermi dal pensiero delle pernici del canale. Ma seduto a tavola tra prosciutto, carni varie e formaggi, nonché grazie al buon cannonau ogliastrino e alla piacevole compagnia, riuscii a non pensarci più.

Ma torniamo ora all’inizio del racconto. L’ipotesi è quella di arrivare al parcheggio al massimo alle 3; poi 2 ore di marcia con i cani al guinzaglio per arrivare sopra il canale e sperare di sentirle al canto ed avere così più possibilità di localizzarle. Altro aspetto positivo, Rip e Cico sarebbero stati in condizioni fisiche migliori.

Quarta domenica. Parcheggiata la macchina la prima sorpresa è quella, nonostante il periodo di  luna crescente, di trovarmi nel buio totale a causa del cielo nuvoloso. Ma non mi scoraggio: pila sulla fronte, cani al guinzaglio e saliamo. Andatura veloce (un piccolo ritardo può vanificare tutto) a metà percorso sono già un bagno di sudore. Indecisione su una ramificazione del crinale visto che i miei punti di riferimento sono purtroppo oscurati.

Come da programma alle 5 sono nel punto alto del canale. Arrivato in quota completamente fradicio vengo accolto da una brezza di maestrale che mi congela; trovo un affranto fra le rocce e mi metto al riparo ad aspettare l’alba. Ma certo non mi annoio. Per ingannare l’attesa faccio qualche foto ai cani (chissà cosa mi direbbero se avessero il dono della parola!!!). Nel buio intravedo delle sagome: è uno splendido e folto branco di mufloni che mi si avvicina tranquillamente, poiché il vento è a mio favore, ed ho tutto il tempo di godere di questo spettacolo prima che  un movimento dei cani allerti il loro sensibile udito e gli metta in fuga. Dopo poco sale dal fondo del canale anche una famiglia di cinghiali, mamma scrofa e la sua prole. Insomma, il sonno perso e la fatica sono ben  poca cosa rispetto alle sensazioni provate  in questi momenti.

Il maestrale si fa più deciso e inizia a spazzare le nubi, la visibilità aumenta ed il dubbio diventa certezza: ho preso il crinale sbagliato (questo è quello precedente, quasi parallelo al mio e molto simile!). Realizzo che ormai è giunto il momento del canto e non ho il tempo di spostarmi al posto giusto.

Mentre albeggia il vento  si attenua e un bassa nuvolosità avvolge la vetta a qualche centinaio di metri da me. Sento i primi canti che provengono da un punto più alto ma non riesco a localizzarli: l’impressione è che siano al limite del banco di nebbia. Attendo una migliore luminosità per le rimesse e sciolgo i miei setter che, ormai impazienti, salgono verso un rocciaio. Ferma e consenso immediati. La folta distesa di felci mi consente di raggiungerli con calma e  li affianco. Inizia una lunga guidata. Si sale ed entriamo nella nebbia. Il classico frastuono metallico, sempre emozionante. La più vicina mi ruba una fucilata ma in un attimo vengono ingoiate dalla foschia. Come spesso avviene la rimessa è a valle, nel canale, tra le eriche più alte.

Lascio che i cani dettaglino la zona dell’involo, per qualche isolata ritardataria, mentre il sole dirada la foschia ed inizio la discesa costeggiando, dirigendomi sulla ipotizzata rimessa.

L’intuizione si rivela azzeccata. Arrivati nel punto più depresso del canale, nel folto delle eriche, il beeper ne dà conferma; attraverso con difficoltà un tratto con le siepi alte e molto fitte e trovo Rip e Cico fermi in una piccola radura circolare. Accosto ai cani che iniziano la guidata ma si bloccano nuovamente dopo poche decine di metri, là dove le siepi diventano di nuovo bosco fitto:  cani immobili mentre le pernici, ormai al sicuro, rallentano la pedinata.

Il primo pensiero va all’assenza di un compagno che rende tutto dannatamente complicato. Ovviamente se si è in due uno fa guidare il cane e l’altro si piazza in buona posizione. Ma da solo l’unica possibilità è quella di lasciare lavorare i cani in autonomia mentre io cerco di salire sulle rocce più alte per una visuale migliore. Sparo tra i rami alti delle siepi e, pur  senza certezza di aver colpito, riesco a prendere diverse pernici. Vedere poi i cani comparire con la preda è un’emozione unica, vissuta tante volte ma sempre come fosse la prima; non mi faccio subito consegnare la pernice ma li abbraccio, li accarezzo, voglio sentano che il merito è solo loro.

E’ stata un’ora esaltante. Alla fine sono stravolto, completamente fradicio e con la schiena colma di aghi di erica, dopo aver attraversato lunghi tratti a carponi nei passaggi dei cinghiali e goduto di tante belle azioni. Ma, soprattutto, ho avuto l’ennesima conferma di avere due ausiliari che anche nelle condizioni più difficili dimostrano il loro valore.

Uno sguardo rapido all’orologio e la consapevolezza che mezza mattina è già andata ed i cani hanno già speso molto, mi riporta al programma originario della giornata e, dopo una piccola pausa in un fontanile per rinfrescarci tutti,  punto deciso al mio canale.

Il risultato purtroppo è quello solito ovvero di pernici neanche l’ombra anche dopo aver perlustrato l’area in lungo ed in largo ed aver controllato tutti i recessi dove mi pareva che i cani non fossero passati. Ormai scoraggiato ad un tratto noto che Rip e Cico dettagliano in un rocciaio a terrazza, agitando la coda, ma penso si tratti della traccia di una lepre. Nel dubbio li raggiungo comunque e con mia grande sorpresa inizio a vedere i primi mucchietti di escrementi con qualche piuma, ed alla fine ne conto sicuri e ben definiti almeno 14: sono loro!! Con l’euforia di averle ritrovate mi aspetto che i cani le individuino da un momento all’altro ….. ma non accade. Metto a fuoco che questo è solo il giaciglio notturno mentre i siti di pastura e abbeveraggio, che devono aver raggiunto subito dopo l’alba, sono da tutt’altra parte.

Mi chiesi (e mi chiedo tutt’ora) se si trattasse di una brigata che dormiva in una zona ma durante il giorno si spostava da tutt’altra parte oppure se utilizzava due siti alternandoli periodicamente. L’anno successivo il quesito rimase comunque irrisolto poiché le cercai ancora, anche se non con la stessa insistenza, ma il risultato fu il medesimo.

Io non le ho prese e mi piace pensare che nessun altro lo abbia fatto e che la brigata di Mont’Entosu esista ancora. Forse, anzi sicuramente, anche quest’anno le cercherò. E chissà che, trovandole, mi limiti a seguirle con lo sguardo planare verso valle……. tenendo il fucile in spalla.

“Il mistero risolto” di Alessio Gallinucci

Non sono  molti anni che mi dedico alla caccia con il cane da ferma ma questa passione forte, nata in un momento in cui tante certezze sul mio futuro agonistico erano diciamo così svanite, mi dette la possibilità di iniziare un percorso così entusiasmante che forse devo ringraziare proprio quel fatidico giorno di qualche anno fa.

Fu durante un campionato italiano assoluto di pesca in apnea che fui vittima di un “incidente” che mi costrinse, ancorchè nel fisico più nella mente, a dovermi aggrappare  a qualcosa che mi facesse sentire di nuovo in pista.

Fu così che dopo quel pessimo fatto, una brutta ischemia cerebrale durante la prima giornata di gara, che tra l’altro vinsi, sentii la necessità, minato in quel momento nel fisico e totalmente giù di morale, di fare attività motoria per recuperare sia le forze che la fiducia in me stesso. Attività fisica,  in un elemento che, date le circostanze, non fosse più quello liquido.   

La caccia fu la mia fisiopsicoterapia principale, nello specifico accompagnavo i miei due vecchi ed esperti amici beccacciai  Maurizio e Carlo durante le loro uscite con i loro fidi bracchi tedeschi. Fu una stagione entusiasmante  in cui imparai davvero tanto e, forte anche del mio spiccato istinto venatorio e valutate le circostanze , sentii che potevo farcela anche da solo.

Fu così che rinnovai il mio permesso di caccia tenuto per tanti anni nel cassetto, proprio nella convinzione  dell’impossibilità di poter portare avanti ed al meglio,  contemporaneamente, due passioni così forti e totalizzanti come la caccia subacquea e quella sulla terra ferma.

L’anno successivo l’amico Franco, mi fece dono della Nina, una bellissima e vivacissima setter di due mesi che, in poco tempo, si rivelò una grandissima cacciatrice  e già a sette mesi proprio nel suo primo Novembre venatorio, iniziò a fermare beccacce.

Quel primo anno fu indimenticabile. Come beccacciai, io e la cagnetta crescemmo insieme.

Dopo un fortunatissimo 17 Novembre, dove insieme alla giovanissima Nina riuscii ad incernierare la prima beccaccia, questa cagnetta tutta passione, grinta e nervi, divenne totalmente folle per questo splendido animale tanto che nella sua prima stagione me ne fece incernierare ben 14 su terreni difficili e chiusi come quelli mediterranei.

Folgorato, novello San Paolo, sulla via di Damasco  nacque in me questa totalizzante passione  per la beccaccia che sfociò quasi naturalmente nell’amore incondizionato per questo  meraviglioso cooperatore a quattro zampe che è il setter inglese.

La successiva stagione, per la Nina fu quella della sua conferma come cane da beccacce. Tante incontrate e fermate, molto meno quelle incernierate, considerati gli ambienti che frequento ed il fatto che caccio quasi esclusivamente da solo.

Fu appunto una stagione particolare anche perché, iniziai a frequentare zone mai prima esplorate, con la forte convinzione di crearmi un “portafoglio di posti di caccia” personalissimo piuttosto che continuare a battere zone visitate da molti. Allo scopo, mi dotai di un aggressivo Suzukino 4×4 che mi consentisse di raggiungere posti e di percorrere sentieri preclusi ai più. Come lo definisco io, un vero e proprio natante da campagna per la  “caccia a segnale”, come nella pesca in apnea con l’ausilio del gommone.

………

Sono un  sostenitore dei “posti chiusi e fitti” soprattutto nei periodi  di Dicembre e Gennaio successivi alla ondata di passo, trovo queste zone molto più interessanti per l’ incontro, piuttosto che una zona di faggi o una di querce, almeno nei miei territori. Certo, l’incedere non è assolutamente facile per il cacciatore, tanto che si rientra da questi posti, a fine cacciata, con la fronte e le mani sanguinanti.  Per intenderci parliamo di posti “non per tutti”.

Tra l’altro, otto volte su dieci non si riesce mai a scorgere il cane in ferma, ma solo ad udirne il beeper che segnala l’arresto e cercare alla bene e meglio una posizione, un foro nel fitto, che ti consenta di intravedere il selvatico all’atto dell’involo, nella speranza di assestargli un tiro, quasi sempre, di rapida imbracciata, senza una seconda possibilità .

Parliamoci chiaro, vedere nitido il proprio cane fermo in postura flessa è quanto di più esaltante possa esserci a conclusione di una azione di caccia alla beccaccia eppure, proprio per l’importanza estetico emozionale che riveste questo particolare momento, ritengo che assistere ad immagini del genere debba essere il frutto di un prezioso regalo fatto dalla Dea della Caccia e non una normalità .

E’ anche per questo che mi piacciono i posti fitti, proprio perché la vista del cane fermo voglio sia un regalo, voglio che sia un premio centellinato a remunerazione di una  passione mia smisurata.

Tra l’altro cacciare beccacce nel fitto mediterraneo è come cercare i saraghi nel coralligeno, il cosiddetto grotto, la mia vera specialità ed è per questo forse che prediligo questi ambienti.

………

 

Trovai tantissime zone davvero interessanti, ma di un posto in particolare vi voglio raccontare e soprattutto di quello che successe li per una settimana.

Una estesa zona di macchia rada di latifoglie con un ricchissimo e fitto sottobosco di biancospini e marruche che farebbe desistere chiunque dall’entrarvi. Posto da cinghiali molto esteso a confine con una faggeta e querceta di diversi ettari.

Quel Lunedì Nina iniziò a batterlo a tappeto ed a vento buono, con quell’andatura sua tipica radente anche condizionata dalla vegetazione esistente. Poco dopo,  il segnale sonoro che la cagna era ferma.

Non con poca fatica riuscii a raggiungerla  ed a posizionarmi a circa una ventina di metri da lei, oltre non potevo spingermi, e sentii il fragoroso frullo di fronte a me. Non uscì immediatamente dal fitto la beccaccia, che evidentemente percorse i primi metri all’interno dei tunnel di marruche e biancospini. Poco più in la, distante dal punto del frullo ecco che la intravedo per un solo istante, così breve, da non riuscire nemmeno a metterla sotto mira.

Intuita la direzione dell’animale da quel piccolo fotogramma a disposizione, mi dirigo insieme alla Nina verso la presunta rimessa. Altro posto identico e fitto  dove l’animale poteva tranquillamente frullare al buio ed in fatti, con il cane fermo così accadde. Frullo fragoroso senza nemmeno poter intuire la direzione presa dall’animale.

Naturalmente in questa seconda occasione mancata, venivo aiutato dalla Nina seguendo la direzione di successiva rincorsa all’involo.  La ricerca dell’animale fu lunga e quasi mi convinsi che fosse svanita che dopo circa mezz’ora ecco di nuovo il cane in ferma che, come cerco di raggiungerlo, rompe e ricomincia una ricerca che si rivelerà inutile. Ritorno verso l’automobile con l’amaro in bocca nonostante la Nina tenti un ulteriore aggancio in zona Cesarini.

Il giorno dopo (Mercoledì) identica cacciata nella speranza di rincontrare l’animale del giorno prima che mi aveva lasciato con un palmo di naso. Sciolta la cagna, si dirige immediatamente nella rimessa del giorno precedente rimanendo ferma di gesso. E’ un po’ più avanzata stavolta tanto che raggiunta, riesco ad intravederla bianca e come una statua di sale tra le sovrapposizioni di rami di biancospino. Siamo fermi io e la Nina. L’una bloccata dall’emanazione olfattiva fortissima, l’altro in attesa del frullo ed attento all’uscita dell’animale. Frullo fragoroso ma senza riuscire a vedere la beccaccia. La Nina che rincorre ed io che decido  di andare a guardare il punto da dove è partita. Sopra un tappeto di foglie nere morte si distinguono numerosissimi i segni evidenti della pastura. Alcuni freschi altri vecchi, molti quasi totalmente “digeriti” dal sottobosco.

Questa beccaccia era sul posto da tempo e conosceva a menadito la macchia, insomma un vero osso duro, ancora più duro considerata la estrema difficoltà della zona.

Di nuovo la Nina si dirige verso il punto della seconda buttata del primo giorno bloccandosi . Ho il cuore in gola, il posto è in salita forte ed arrivarci non è facile, ho le mani martoriate ed anche i guanti non mi aiutano, le spine passano lo stesso. Il frullo stavolta avviene in lontananza prima che io riesca a posizionarmi a dovere e la Nina di nuovo che rincorre nell’altra  identica direzione . Di nuovo ferma d’accertamento e rapida risoluzione nello stesso terzo punto di quarantotto ore prima e di nuovo la beccaccia volatilizzata.

Stesso identico film del giorno precedente con la sola differenza di non aver mai nemmeno intravisto l’Arciera.

Nulla di fatto dunque, cercarla è impossibile e la Nina della quale conosco bene il comportamento non accenna nessun altro accertamento o cambio di ritmo su una eventuale ulteriore appoggio momentaneo dello scolopacide.

Continuo a cercarla battendo con attenzione un punto di macchia tralasciato il giorno prima ed allargandomi molto nella speranza di incontrarla di nuovo, ma è impossibile.

Un vero mistero, dove diavolo andrà a rimettersi?

Altra uscita a vuoto che però non fa altro che aumentare la mia  “tigna” e la volontà di ritornare il giorno dopo e di pomeriggio.

Il Giovedi, staccato dal lavoro, prendo la Nina e mi dirigo sul posto col fuoristrada. Durante il tragitto faccio mente locale e ripercorro uno per uno tutti i momenti delle cacciate delle due giornate precedenti . Cerco di visualizzare nella mentela macchia dall’alto e di scannerizzarla idealmente per cercare di capire dove, l’animale involato va a finire, dove si trova quel posto in cui “sparisce” quasi inghiottita dai rami e dalle spine.

Sciolgo la cagna e  come da copione identiche scene e situazioni del giorno precedente. Stesso film.

Solitamente, per mia abitudine, do tre possibilità  alla beccaccia, dopodiché, tanto di cappello e ne decreto la  vittoria sia su di me che sul cane. Cambio cacciata in sostanza, a favore di altri posti.

Eppure questo animale  mi aveva lasciato l’amaro in bocca, il peso di un enigma importante non risolto. Avevo anch’io la necessità venatoria, in quel preciso periodo, di accumulare più informazioni possibili su questo animale misterioso per comprenderne al meglio i comportamenti al fine del raggiungimento dell’obiettivo  e ciò mi spinse a continuare in loco le ricerche. Volevo capire e ne avevo bisogno.

La successiva giornata, chiamai il mio caro amico Massimo appassionato pescatore subacqueo che avrebbe avuto il compito, rinunciando ad un  pomeriggio di pesca, di posizionarsi in cima alla collina ed osservare me che cacciavo. Entrambi avevamo una ricetrasmittente.

Era da tempo che gli raccontavo di questa mia nuova passione avventurosa.

 Entusiasmato dai miei racconti che trasudavano passione e fortemente curioso di vedere sia me che la cagna in azione, mi accompagnò davvero volentieri. Scesi dall’auto, feci posizionare lui in cima alla collinetta di fronte, in modo che avesse totale controllo visivo della zona.

Una volta posizionato, Massimo mi dette l’ok e mi confermò il totale dominio visivo.

Sciolsi la cagna che puntuale come un orologio rimase imbalsamata sulla prima rimessa. Massimo fu avvertito sia da me che dal beeper. Partito l’animale che io non riuscii nemmeno ad intravedere, ma solo ad udire, questo, a detta di Massimo,  percorse allo scoperto  e sopra le cime degli alberi tutto il costone della collinetta per poi sparire nella solita seconda rimessa.

Mi diressi di nuovo sul posto e la beccaccia ormai infastidita si levò poco prima del sopraggiungere della cagna per dirigersi dritta come un fuso verso la terza rimessa. Fui avvertito da Massimo e dopo pochi secondi la cagna fece una ferma d’accertamento su calda, con rapida risoluzione.

Dissi a Massimo di tenere in osservazione fissa il punto ultimo dove s’era stabilito l’animale avendogli appunto spiegato nei giorni precedenti che da li in poi spariva; Infatti fu proprio così, con la cagna a oltre cinquanta metri, la beccaccia si alza con un volo lento e morbido per dirigersi verso la rimessa iniziale, la prima in assoluto, per intenderci. Massimo mi descrive alla radio il volo e questa beccaccia sorvola addirittura la prima rimessa per superarla, superare l’automobile parcheggiata posta oltre duecento metri e sparire dietro una collinetta brulla sassosa e spoglia oltre la quale, proprio in quella direzione c’è solo prato e vacche al pascolo.

Un volo superiore agli ottocento metri lineari.

Dico a Massimo di scendere ed andare verso l’auto per aspettarmi li, io richiamo la cagna e dopo circa tre quarti d’ora tra rovi e spine, sono da lui.

Mi rispiega per filo e per segno il volo della beccaccia indicandomi il punto preciso della sua scomparsa e la direzione presa. Metto Nina al guinzaglio e cominciamo a salire su per la collina sassosa.

Arrivati sul posto sciolgo la Nina che in un primo momento stenta a prendere terreno dirigendosi verso la macchia giù a valle. La richiamo indicandogli di cercare nella direzione opposta e dopo un po’ di resistenze inizia a girare per i prati di cardi. Superato il colmo della collina si apre alla vista un  prato tenuto molto basso sia dalla presenza di bovini allo stato brado che dai rigori invernali. Di tanto in tanto qualche pero selvatico ad interrompere la monotonia del posto che è piano in parte ed in parte in forte discesa

 Siamo a vento cattivo e la Nina caccia male ma caccia. L’aiuto con il braccio a prendere le direzioni desiderate ma nulla di fatto,  si controlla e si scende per circa una mezz’ora giù nella vallata opposta.

La beccaccia è sparita, come inghiottita nel nulla, nessuna traccia olfattiva, nulla dal comportamento della cagna che possa far presagire la sua fantomatica presenza. Niente di niente.

Ha vinto lei!!

Si comincia a parlare del più e del meno, ormai la pratica beccaccia è già archiviata. Ci fermiamo un momento nei pressi di un fontanile giù a valle, una zona mai vista prima, un bel pascolo di maremmane, ottima dimora per le quaglie di Maggio e Giugno. Nina si tuffa e beve.

Uscita dalla vasca del fontanile, come rianimata dalla condanna divina alla cerca perpetua, inizia a girare di nuovo molto bene complice il vento favorevole e dirigendosi in salita, determinata in una cerca grintosa ed estesa.

Aperture ampie la portano a battere ogni piccolo rovo di more, ogni pero selvatico ogni lanternuzzo, quel tipico basso arbusto locale che le vacche maremmane, in periodi di siccità estivi, usano “potare a mo di siepe” per cibarsene.

All’improvviso sopra la collinetta, cento metri davanti  a noi il segnale di  ferma del beeper interrompe i nostri discorsi. Inizio a correre come un forsennato ed anche Massimo dietro a me. Non è facile raggiungere la Nina ma in tre minuti siamo entrambi sul punto e lei, ferma imbalsamata, indica la direzione di una fila di rocce calcareee sormontate da un piccolo arbusto di lanternuzzo. Con il cuore in gola faccio segno a Massimo di non avanzare. Nina è a venti metri da me che vorrebbe scomparire sotto la terra  tanto è schiacciata ed io inizio ad avvicinarmi piano piano.

Dalla terra, fino ad allora brulla e monotona, viene letteralmente partorito un volo di beccaccia sul pulito ed immediatamente a destra di quel piccolo gruppo di rocce. Un volo basso, radente tipico della quaglia.

Portarla a mira è cosa facile ed istintiva e parte il colpo. Nina, come posseduta, si avventa sulla beccaccia caduta poco più in la, riportandola sollecitamente.

Il tutto, svoltosi in pochi concitati istanti, lascia me completamente imbambolato. Massimo poco più dietro, con grida di gioia continua a ripetere come una litania “che scena!!” “che scena!!”

Ci abbracciamo. Nina, ancora con la beccaccia in bocca è al settimo cielo  e partecipa insieme a noi alla gioia infinita. Gliela tolgo di bocca accarezzandola e stringendola ed anche Massimo sente il dovere di farlo, cosciente di essere stato testimone, anche grazie a lei o soprattutto per lei, di una grandiosa giornata di caccia andata a buon fine.

Ecco dove andava a finire la beccaccia quando spariva!! Trovava sicura rimessa sotto un piccolo arbusto in pieno prato, dove nessuno l’avrebbe mai cercata.

Massimo era gasatissimo, ricordo quel particolare giorno con tanto piacere, perché oltre ad aver trovato soluzione ad un assoluto mistero avevamo condiviso noi tre, un momento davvero particolare.

Grazie proprio a quella situazione che ci vide come attori principali, all’atmosfera che si visse,  oggi, anche l’amico  Massimo annovera tra le file dei cacciatori munito di regolare licenza.

La Nina, non è più da sola. Le fanno compagnia il giovane Athos, maschio di un anno e La Pinta, sua figlia di cinquanta giorni, che tirerò su con entusiasmo per la prossima attesissima stagione a beccacce.

Io, con la stessa passione  e lo stesso entusiasmo di un giovanotto di quindici anni, continuo ad andare per boschi con immensa soddisfazione.

Come si usa dire, tutto è bene quel che finisce bene.

 

“Un passo verso l’artista” di Antonio Appella

Da piccolo non mi stancavo mai delle storie di mio padre,erano storie che conoscevo a memoria ma  non mi annoiavo a riascoltarle, ogni volta che iniziava a narrarle era come la prima volta.

Le solite favole che si raccontano ai bambini, non mi erano mai piaciute, le trovavo “irreali”, neppure ricordo l’ultima volta che mi raccontarono di cappuccetto rosso o dei tre porcellini, ciò che ricordo ancora bene invece è quando, di sera, mi andavo a infilare nel letto dei miei genitori e costringevo mio padre, reduce da una dura giornata in carrozzeria, a raccontarmi di quando, da ragazzo, faceva la posta alla lepre, quella lepre che la prima sera si accorgeva di lui, la seconda a farla franca e a cui, infine, la terza sera, sparava ,dapprima mancandola e poi, dopo che questa percorreva dieci metri alzandosi sulle zampe, gli dava una seconda e decisiva opportunità per abbatterla.

Ero famelico di racconti, erano l’unica cosa che  stimolava la mia immaginazione e se da piccolo sogni queste storie da grande desideri esserne il protagonista.

Non riesco a immaginare la caccia senza un cane che condivida con te tutta la passione che deve contraddistinguere questa attività.

Mi sembra ieri quel bel giorno in cui Vincenzo, un mio caro amico, mi chiamò per comunicarmi che l’indomani saremmo dovuti andare a prendere il cucciolo che tanto insistentemente gli avevo chiesto.

Quel giorno, con noi, venne anche “zio” Umberto, un noto cacciatore della zona, famoso per essere stato uno dei primi ad allevare pointers, nonché grande conoscitore di piante e fauna in generale.  Fu in questa occasione che lo conobbi e che scoprii tra l’altro che era mio parente. In futuro, “zio” Umberto avrebbe rappresentato per me un modello da seguire e un maestro da ascoltare, perchè lui era un “artista” della caccia.

L’arte non riempie lo stomaco ma sazia l’anima. Lo stomaco si riempie anche con un pezzo di pane, per riempire l’anima ci vuol ben altro. Venti quaglie con il richiamo significano riempire lo stomaco, vedere una guidata del proprio pointer su beccaccia imprendibile è saziare l’animo.

Non fui io a scegliere il cucciolo, fu lui a scegliere me.

Appena arrivammo, infatti, un cucciolo si staccò dal gruppo e mi si avvicinò, non ebbi alcun dubbio: quello sarebbe stato il mio primo cane da caccia. Era femmina, un incrocio bracco-pointer con una bella maschera simmetrica e decisi di chiamarla Lilly.

Quando più tardi presi il porto d’armi ebbi la possibilità di godere della mia prima beccaccia, stringendola, incredulo, tra le mani, la mia unica preoccupazione fu quella di chiamare mio padre.

Mi venne spontaneo, lo ritenevo un dovere personale, come a prendere il testimone che lui per lungo tempo aveva portato, come a dire: «grazie per tutti i racconti che mi hai narrato, ora sei sollevato dal compito, i racconti  da questo momento inizio a scriverli io».

Era il 21/12/2008, una fredda domenica dicembrina, che mi avrebbe visto stringere in mano la mia prima beccaccia, spensi la sveglia alle cinque e trenta, mi vestii presi Lilly, il fucile e caricai tutto in macchina, mi avviai da Senise, il mio piccolo paese, verso la meta stabilita.

Adoro  l’atmosfera che si respira quando parti da casa con la macchina fredda e l’abitacolo che si riscalda mentre prosegui, non c’è momento più rilassante e gustoso per me, la solitudine che regna nell’auto diviene confortante e offre spunti per pensare, per riflettere su qualsiasi argomento. Si dice che la notte porta consiglio, io dico, invece, che ai cacciatori porta consiglio l’alba.

Quella mattina parecchie cose mi ronzavano per la testa, ad esempio mi tornò in mente la discussione che la sera prima ebbi con un mio amico che si definisce contro la caccia. In realtà le parole del mio amico rappresentavano un po’ il pensiero di tutti i miei amici e non nascondo il fatto che ciò mi dava non poco fastidio. Quando dicevo di essere un cacciatore c’era sempre qualcuno pronto a storcere il naso. Oggi la caccia non sta vivendo uno dei momenti migliori  e questo penso sia per colpa in primis dei cacciatori disonesti che ci fanno tanta cattiva pubblicità.

Quella mattina ero diretto a Castelsaraceno, una bella zona di caccia, situata a circa 1200 metri\ d’altitudine, una montagna ricca di pascoli con una fitta vegetazione soprattutto di faggi e conifere, andavo da solo. È raro che vada a caccia in solitaria, ma quella mattina decisi di andare seguendo il consiglio di Vincenzo. Il giorno prima infatti ero stato a caccia proprio con lui e Mimmo, anche lui grande appassionato di beccacce e mio caro amico da sempre. Eravamo stati a caccia lungo un fiume e mentre cacciavamo avevo confidato ai miei compagni il senso di sfiducia che stavo maturando nei confronti di Lilly.

Lilly aveva ormai 2 anni, aveva fermato qualche quaglia settembrina, ma delle beccacce non voleva proprio saperne. Eravamo già a dicembre e il mio scoraggiamento aumentava a ogni uscita. Ogni volta che gli altri cani fermavano una beccaccia lilly si avvicinava, non consentiva, dava qualche annusata e poi cambiava strada, scegliendo, talvolta, la direzione opposta a quella in cui fermavano gli altri cani.

Vincenzo e Mimmo, che avevano molta più esperienza di me, mi dicevano di aver fiducia in lei, di darle ancora tempo, invece io, alle prime armi e molto impaziente, iniziavo già a trarre le prime conclusioni.

Mentre stavamo facendo questi ragionamenti, sentimmo suonare il beeper di un cane e con cautela raggiungemmo Rada, una giovane pointer. L’espressione di questa fida compagna non lasciava alcun dubbio: lì, davanti a lei sedeva la regina.

Tutti e tre ci appostammo al meglio, ci fu un attimo di silenzio rotto solo dall’inconfondibile frullo dell’arciera. Mimmo e Vincenzo esplosero un colpo contemporaneamente e la beccaccia cadde  in un groviglio di spine sotto le quali scorreva un ruscello che per la piena dei giorni precedenti si era scavato un po’ di spazio. Quando giungemmo sul posto non c’era traccia di lei, i cani impazzivano andando a destra e manca, noi tre cercavamo di schiacciare qualche rovo per camminare e cercarla, ma nessuno riusciva a trovare niente. All’improvviso, contro ogni mia più rosea aspettativa Lilly uscì da una macchia di spine con la beccaccia tra le fauci e me la riportò, io quindi le feci un mare di coccole e fui fiero di lei, avevo finalmente visto un segnale.

Vincenzo, avendo anche lui assistito a tutta la scena, mi disse: «Domani prendi Lilly e portala da sola a caccia, andate solo tu e lei, questo è il momento giusto perchè conosca la beccaccia!». io che per natura sono testardo e non do mai retta ad altri che a me stesso, risposi subito «seguirò il tuo consiglio, domani andrò a Castelsaraceno da solo con Lilly».

Ed ecco che l’indomani era ormai arrivato e me ne stavo nella mia macchina, ormai riscaldatasi a dovere, sul punto di arrivare a destinazione. Il panorama che riuscivo a scorgere dal finestrino era  fantastico, certo, non era la prima volta che mi capitava di ammirarlo, ma ogni volta mi sembra di cogliere sfumature e tonalità di colori diverse, che mi rivelano un paesaggio nuovo e meraviglioso.  La montagna di Castelsaraceno(come la chiamiamo noi) è nel cuore verde della Basilicata, da lì si scorge bene la Val D’agri, il monte Raparo e in lontananza anche il parco Nazionale del Pollino.  Quando giunsi finalmente alla mia meta, aprendo appena lo sportello, notai che la temperatura era davvero glaciale, talmente rigida da scoraggiare chiunque, perfino il più agguerrito dei miei amici animalisti/ambientalisti, ma scesi ugualmente, senza paura e aprii il bagagliaio per far scendere la mia compagna a quattro zampe, misi le solite due numero dieci nel mio sovrapposto super strozzato e via verso il sentiero principale.

Lilly, placato il suo iniziale impeto, cominciava a rallentare come al solito, ma oggi era il suo giorno e sapevo che non mi avrebbe deluso.

Dopo una mezz’ora, scomparve dalla mia vista, ma potevo ancora sentire il rumore del suo campano sardo.

Notando che si tratteneva più del solito proseguii verso di lei e, alzando lo sguardo, vidi un ‘ombra che scompariva tra gli alberi e pensai: «sarà la beccaccia?».

Quando giunsi vicino al cane notai che andava su e giù permanendo in uno spazio circoscritto con il naso a terra. Considerando l’ipotesi che quel che avevo visto potesse essere una beccaccia, mi avvicinai per vedere se aveva lasciato qualche fatta fresca, cercai insistentemente qualche traccia sul terreno, ma non trovai niente.

Lilly sembrava essersi ricaricata di nuova linfa e confermava la mia impressione, cioè quella che   quel giorno non fosse come gli altri, in cui aveva corso senza meta, priva di obiettivo, sembrava concentrata adesso, al punto da non darmi retta mentre la chiamavo e non certo per disobbedienza, era solo completamente immersa nei suoi pensieri venatori.

Scesi  per trecento metri e raggiunsi una piccola valle circolare disadorna di piante dove si raccoglieva un po’ d’acqua stagnante e sgorgava qualche piccolo ruscello, il cane mi precedeva di circa quaranta metri, mentre la guardavo costeggiare il piccolo specchio d’acqua il mio sguardo volse alla riva opposta del laghetto e la vidi, la beccaccia, proprio lei, che s’involava, questa volta non c’erano dubbi. Chiamai Lilly e la indirizzai verso il punto in cui avevo visto la regina del bosco, ormai dileguatasi, laddove i faggi si alternavano a  piccole radure.

Passarono all’incirca dieci minuti e le mie orecchie non erano più in grado di percepire il suono del campano, il mio cuore iniziò a battere forte: «non sarà per caso ferma?» pensai.

Non avevo ben identificato la direzione che Lilly aveva preso e mi misi freneticamente alla sua ricerca. Improvvisamente sentii un frullo poco lontano e girandomi scorsi la beccaccia, imbracciai il fucile e sparai, sbagliando un tiro non facile. Dopo qualche secondo, rammaricato per aver fallito il tiro  mi resi conto che Lilly ancora non rientrava e che non era accorsa nemmeno allo sparo del fucile. Pensai che, non avendo visto partire la beccaccia, potesse essere ancora lì, ferma, quindi andai a dare un occhiata, ma non la trovai. Mi spinsi cento metri più avanti, chiamandola a gran voce, ma niente, tornai sui miei passi e cominciavo davvero a preoccuparmi quando, finalmente, iniziai a sentire un leggerissimo tintinnio proveniente da un rovo abbastanza grande posto cinquanta metri prima del punto dal quale avevo tirato alla beccaccia. Ma ciò che udivo non era un campano e lo percepivo a tratti.

Mi diressi nella direzione da cui credevo che provenisse il suono e arrivato in prossimità del rovo intravidi una sagoma bianca tra le spine: era Lilly e il tintinnio che emetteva erano i brividi di freddo perché era stata per quindici minuti immobile al gelo. Quindi mi avvicinai a Lilly la sollecitai a partire e lei con uno slancio felino partì verso l’interno del rovo, ma da lì non partì nulla, io non sapevo che pensare: il cane aveva forse fermato una calda della beccaccia, che evidentemente aveva fatto una serie di piccoli voli prima che la vedessi, oppure aveva semplicemente fermato un merlo. Fatto sta che ancora pensavo alla beccaccia a cui avevo tirato:  «ho fatto bene a sparare? Dovevo trattenermi per dare la possibilità a Lilly di fermarla?» 

Un cacciatore “artista” non avrebbe sparato. La caccia, non a caso,  detta anche “ ars venandi” sa essere anche arte e l’artista rappresenta lo stadio più alto e nobile del cacciatore. Quando un cacciatore cessa di essere un semplice cacciatore e diventa un cacciatore artista, non va a caccia per il carniere, non è appagato dalla quantità, caccia con il 410 per incrementare la qualità della sua azione, non spara a un selvatico che si invola nel pulito senza che il cane l’abbia prima fermato, rispetta persone e animali e non ha bisogno di leggi per ricordarglielo.

Artista è colui che in qualità di uomo è parte inscindibile della natura e dei suoi cicli biologici.

Io allora non ero un artista e, ad essere sincero, non lo sono neppure adesso, ma aspiro a diventarlo.  Mentre pensavo in quale forte la regina  potesse essersi rifugiata, Lilly aveva già ripreso a tessere la sua tela, muovendosi sempre più decisa. Non ero sicuro che fosse alla ricerca della beccaccia, ma m’importava  relativamente, perchè la vedevo avida nella cerca e già questo bastava a soddisfarmi. Stavo attraversando una breve radura, il terreno era un po’ smosso (si vedeva che lì era stato caricato del legname) quando improvvisamente vidi Lilly, più avanti, in una gola, che si esibiva in una breve guidata sfiorando quasi con la pancia il terreno e poi si arrestava vicino una piccola pianta di biancospino, contornata da qualche spina, di fianco, dal bosco più fitto, emergeva un piccolo ruscello. Mi misi a correre, viste le difficoltà offerte dal terreno e stavo quasi per cadere mentre, impacciato,  mi avvicinavo a Lilly vedendo due merli che volavano via.

Pensai subito: «è inutile agitarsi, ha fermato il solito merlo!» E invece proprio quando stavo per arrivare, a quindici metri da me, la beccaccia si mostrò in tutta la sua bellezza. Non ebbi il tempo di riflettere,  alzai le braccia e esplosi un colpo di stoccata. Scomparve e non mi resi conto dell’esito del tiro. Ciò che notai  furono un paio di piume che svolazzavano controluce.  A prescindere dal tiro ero contentissimo per la mia Lilly che finalmente aveva fermato la sua prima beccaccia. Facevo salti di gioia per lei, ma la gioia divenne  incontenibile, quando, aggirando il biancospino, la vidi che,  trovata la beccaccia, si accingeva a riportarmela.  Caddi in ginocchio, lilly mi consegnò l’arciera e scoppiai a piangere.

Non esagero,  non sono un tipo dalla lacrima facile,ma quella volta piansi per un bel po’.

I miei occhi non erano mai sazi di vederla e le mie mani non erano mai stanche di accarezzarla, quella era la mia prima beccaccia incarnierata con il mio primo cane, avevo finalmente tra le mani la musa ispiratrice di tutti i miei sogni!

Quando finii di abbracciare la mia “bracco-pointerina” e mi decisi a mettere la beccaccia nel carniere, potei finalmente fare un paio di telefonate: finalmente avevo anch’io una bella storia da raccontare! Ero felice, in quel momento stavo raccogliendo il frutto della mia passione. La passione è tutto nella caccia, è lei che ti spinge a svegliarti alle cinque del mattino dopo un sabato sera con gli amici, è lei a farti affrontare, senza paure, ogni tipo di terreno e di clima ed è sempre lei che ti spinge a iniziare una nuova giornata di caccia come  fosse la prima e che ti consola quando, come avviene la maggior parte delle volte, si ritorna a casa con la cacciatora vuota.

Nella caccia nulla è scontato, nulla si ripete, la sorpresa è sempre dietro l’angolo e l’ultima sorpresa che Diana mi riservò quel giorno fu Lilly, in ferma su una seconda beccaccia che io riuscii a colpire. Dopo questa scarica di emozioni mi fermai per mangiare qualcosa, appoggiai le due regine a terra,sopra le foglie, e allora  Lilly si sdraiò al loro fianco rivolgendo loro lo sguardo. Era una scena ricca di significato, le lanciai un pezzo di pane, ma lo ignorò, non riusciva più a distogliere lo sguardo da loro, era assuefatta alla loro bellezza. Gianni Lugari scrisse: «Sono cresciuto tormentato da un rovello inesausto che nemmeno gli anni hanno placato. E cioè il desiderio spasmodico di sentirmi “libero”. Una sensazione individuale che trascende lo stesso desiderio di libertà, poiché la libertà è un bene di tutti, collettivo, mentre il sentirsi uomo libero è aspirazione intimistica, privatissima.»

La caccia rappresenta il senso di libertà più vero e autentico che io conosca, ma solo il cacciatore artista riesce a comprenderlo e a goderne fino in fondo. La sera di quel giorno mi addormentai consapevole di aver fatto un passo in più verso l’artista.

 

“Queen Scolopax Rusticola” di Gianluca Suardi

Ho sempre sentito storie variegate sull’incontro tra la regina e i cacciatori, storie al confine tra fantasia e realtà, racconti di cani che compiono memorabili prodezze nel bosco, ferme in grande stile su due beccacce, stoccate tra i folti alberi del bosco al limite delle capacità balistiche di un fucile e tante altre storie che rimarranno per sempre tra mito e realtà nell’esperienza di un cacciatore.

Personalmente il mio incontro con la “regina dei boschi” è avvenuto pochissime volte, forse sono sempre nel posto sbagliato e nel momento sbagliato o forse perché la leggenda di “Queen Scolopax Rusticola” mi perseguita da anni.

Tutto cominciò tanti anni fa, quando ancora ragazzino rincorrevo mio padre nella taverna di casa nei preparativi per la caccia, ricordo tutto come fosse ieri, l’odore tipico dell’ olio del fucile che aleggiava costantemente nella stanza, la naftalina negli armadi che serviva per conservare gli uccelli imbalsamati e quel tavolo di legno dove passavo ore e ore ad allineare e rimirare le cartucce colorate che mio padre ricaricava con tanta passione e attenzione.

E fu proprio in una di quelle sere che aprendo un cassetto che conteneva gli strumenti per la ricarica delle cartucce che mi capitò tra le mani  una penna di un volatile, non avevo mai visto una cosa simile, piccola fine e per me del tutto inutile, fu così che mio padre vedendola mi spiegò che nelle piume dell’ala della beccaccia esiste una particolare penna detta “pennino del pittore” che appunto serve ai pittori per le rifiniture di precisione sulle tele.

Incuriosito da questo particolare, chiesi lumi su questo volatile e sul tipo di caccia che si praticava e lui senza alzare la testa da quel vecchio tavolo di rovere, incominciò a mia insaputa ad educarmi al rispetto e alla caccia.

La leggenda narra che esiste solo una regina del bosco, una regina che il tempo e il mito dei cacciatori hanno reso immortale, questo scolopacide inspiegabilmente riesce ad essere presente in più luoghi contemporaneamente e se ritiene opportuno premiare il cacciatore fa si che avvenga l’incontro con altre regine.

Allora, cosa deve fare un cacciatore perché tutto questo accada?

Semplice, deve comportarsi come un nobile alla corte di un sovrano, rispettando determinati standard che richiede l’occasione.

Innanzitutto l’ingresso alla corte della regina deve avvenire in silenzio,si dovrebbero solo udire i passi del cacciatore sul fogliame umido e morbido del sottobosco, il cane dovrebbe danzare e sfiorare il variegato tappeto colorato di foglie seguendo un percorso ben preciso che solo i grandi beccaciai hanno nel loro dna, niente fischietto e niente campanello appeso al collo (troppi rumori renderebbero nervosa la già capricciosa regina), ausiliare e cacciatore devono essere un’unica cosa nel bosco, tutto deve avvenire con eleganza e leggiadria, anche lo spostamento di un ramo con le mani per poter aprirsi un varco tra felci e more selvatiche.

In tutti questi gesti lei è li, ti guarda con i suoi occhi grandi e neri che riflettono i tuoi passi, ti osserva immobile, elegante, con movimenti impercettibili del becco annuisce o nega una tua azione e tu sei sempre più padrone del tuo destino.

Come un vero monarca che assiste ad una parata in suo onore aspetta il momento finale, quello affidato al tuo scudiero più fidato, il tanto amato cane che divide con te emozioni, gioie e delusioni che si chiamano ars venandi.

Il cane sente che l’incontro è sempre più vicino, i passi rallentano, la lingua a penzoloni si ritrae (è questione di galateo), la canna nasale punta in alto e le narici sono aperte al massimo per poter catturare anche il minimo effluvio nell’aria del sottobosco, eccola, come si conviene ad un reale ci si immobilizza al suo cospetto in un silenzio chimerico, gli occhi del cane incrociano lo sguardo di Queen Scolopax Rusticola, il cacciatore arranca e tremando per l’emozione si avvicina al cane in ferma, le mani impugnano il fucile stringendolo nervosamente, l’aria fredda di novembre che ti ha tormentato tutta mattina improvvisamente svanisce, sei circondato da tutto ma ti senti in mezzo al nulla, aspettando solamente il balzo del selvatico o l’udire il tipico rumore delle ali simile al fruscio della carta.

Oggi è andata bene, la Regina dei boschi ha dato il suo consenso, ti sei comportato da gentiluomo cacciatore, sei entrato nella sua corte in punta di piedi rispettando i protocolli reali e lei ti concede il lusso e il privilegio di imprimere le tue emozioni con il pennino del pittore su carta o su tela, in modo da tramandare ai posteri la storia di un regno che non finirà mai.

 

“8 dicembre 2008″ di Giuseppe Grimaldi

Ore 7:15 giornata rigida decisi di andare in montagna con zio,premetto che ho la licenza da tre mesi e non ero mai andato a caccia a beccacce.

Questa passione c’è l’ho da piccolo quando andavo con papà e trasmessami da lui.

Solo quest’anno ho deciso di intraprenderla e la scintilla mi è scattata una giorno di dicembre con papà.

Papà decise di uscire e per compagnia lo seguii,che dire fù un piccolo trauma svegliarsi la mattina verso le 4 e mezza e quando arrivammo un altro…neve dappertutto un freddo cane due ore di macchina ma mi feci coraggio e dissi tra me e me andiamo che comunque deve passa sta giornata.

Bhe si parte ,ci mettemmo in cammino io mio padre a la setter Cora bianco/nero stupenda…incominciarono le prime lezioni di caccia come tenere il fucile, di fare attenzione dove lo si punta e dove può trovarsi la beccaccia in queste condizioni.

Non posso mai dimenticarlo,mi passò il fucile per sue questioni fisiologiche e mi misi appostato nell’attesa che passasse qualche tordo, ma all’improvviso non sento più il campanello di Cora e la vedo a pochi metri in ferma vicino delle ginestre in quel momento e come se si fosse fermato il tempo,il cane immobile un silenzio micidiale sentivo solo il cuore battere talmente forte come se volesse uscirmi dal petto…mi avvicinai e all’improvviso “due scoppiettii” si proprio cosi udii solo due scoppiettii…presero il volo due beccacce e sentii subito dopo una voce SPARA SPARA SPARA ma rimasi impressionato, impaurito, incantato dalla bellezza della fermata, dal paesaggio e dallo scoppiettio del loro volo dalla loro potenza e velocità.

Mio padre mi si avvicinò col sorriso e mi disse : “bhe allora come ti pare,non preoccuparti è normale.

Io gli risposi :”papà è come se non avessi mai avuto con me il fucile…e li una lacrima bagnò la mia faccia ed iniziai a sentire di nuovo freddo e la fatica nelle gambe.

8 dicembre 2008 giorno dell’immacolata ho provato le stesse emozioni avevo 27 anni.

Questa volta non c’è Cora ma sua figlia Kelly stessa fisionomia stesso portamento stesso carattere anche lei bianco/nera anche lei una grande sulle beccacce tutta sua madre.

Ci incamminiamo il bosco è fitto ed umido il silenzio è infastidito dal suono del beeper;dopo circa un oretta di cammino la prima ferma ma la regina ha lasciato il suo posto prima che arrivassimo lasciando un suo ricordino fresco fresco.

Continuiamo la nostra ricerca e passiamo da un bosco ad un altro passando per una tagliata di circa un annetto e all’improvviso Kelly va in ferma…coda e testa dritta, mi zio sotto voce mi fa :”stai attendo” il silenzio mi avvolge, il respiro è affannoso e mi appanna gli occhiali…ecco il solito scoppiettio è lei maestosa come sempre scatto fulmineo PAM un emozione indescrivibile sento mio zio dirmi :”bravo bravo“non dimenticare mai questa azione questa giornata e l’emozione ,evidente sulla mia faccia, che hai provato.

È stato un giorno indimenticabile.

Spero di avervi emozionato come io ho fatto nel ricordare e trascrivere le emozioni e le fasi sulla mia prima regina.

La caccia è passione, la caccia è passeggiare, la caccia e trascorrere una giornata col proprio amico il cane, la caccia è rispetto della natura, la caccia è La Beccaccia non il carniere al bar.

 

“Unione d’intenti” di Guglielmo Anastasi

Quel pomeriggio di gennaio, lasciai il posto di guida a Gaspare, stanco della lunga consueta passeggiata che, qualche anno e chilo in più, rende sempre più faticosa, appagato da due regine riposte sulle mie gambe che, da più di un’ora lungo le innumerevoli curve che ci riportavano a casa, accarezzavo e lisciavo ricomponendo le morbide piume tanto scomposte da vili fucilate e meravigliosi riporti.

Grande fu’ il piacere di salutare il mio antico compagno, saltuario autista, pregustando un meritato riposo, ma ciò non prima di averlo invitato a regolare la sveglia per le sette dell’indomani; tanto quel posto era nostro e non a rischio di visite mattutine di arrapati concorrenti.

 Rifocillata la mia Bora, la risvoltai stentatamente sul dorso e, vincendo le sue ritrosie, le spalmai sui polpastrelli, arrossati e scorticati da rovi e rocce arenarie, quell’empirica pomata che il buon farmacista ancora oggi mi prepara, e che non teme confronti con tutti i preparati della medicina moderna: zolfo, vasellina e altri componenti segreti scaturiti da una ricetta del nonno speziale che, ai tempi, con essa curava cani, cavalli e umani.

 Erano circa le 9.00 quando superati quei 150 km di curve, ci ritrovammo per quell’irto sentiero, il cui silenzio era rotto dal mio ansimare e dal rumore di un ruscelletto che lo affiancava, alla conquista del nostro paradiso. Giunti in cima, iniziammo a sistemare bubboli e infernali beeper cui difficilmente si rinuncia in quell’intrigante bosco che sovrasta rovi e macchie. Gaspare sistemò su Byron un’artificiosa bretella da lui creata su cui erano collocati beeper e campano, mentre io misi al cinto della sorella Bora il campanaccio e sul collo un leggerissimo beeper. Solo allora i due setter cominciarono a fremere e agitarsi, abituati sin dagli inizi della loro vita, a uscire in coppia, dopo aver indossato quei paramenti .

Fummo da subito, inseguiti da coraggiosi raggi di sole che a stento riuscivano a filtrare fra chiome di aghi di pini e fronde di sugheri, presi dal piacevole godimento di un paio di guidate eseguite dai due fratelli in perfetta simbiosi su due imbirbite regine padrone del territorio, già scampate ai nostri e agli altrui precedenti assalti di una stagione piena di emozioni e che ora arruffate, giacevano nella cacciatora di Gaspare.

L’ennesimo silenzio del campano, rotto da un beep direzionale, ci indicò dove Bora stava per avviare un nuovo agguato e tutti e tre ci avviammo verso quel suono metallico con molta cautela.

Sì, io a destra e Gaspare a sinistra seguivamo Byron che come noi attratto dal suono, precedendoci a mo di guidata, lentamente, in punta di piedi e con passo felpato, alzava il collo per scorgere dove la sorella avvertiva sua maestà. Fatti circa cinquanta metri e scorta la sorella s’irrigidì e si lascio sorpassare, mentre Bora, a occhi di fuoco girando lentamente il capo, ci guardò invitandoci a sistemarci avanti ai suoi lati; solo dopo averla affiancata, cominciò a guidare con alle spalle il fratello che viste le sue difficoltà, pacatamente la raggiunse, dividendosi quell’usta a noi umani fortunatamente negata. Così continuammo fin quasi la fine del bosco, quando invitai Gaspare ad accelerare per mettersi su uno stradello che lo delimitava; in quell’istante i setter persero l’usta e tornarono indietro, con indomito vigore, alla ricerca di un eventuale fallo.

Assistetti allora a qualcosa d’indimenticabile; stanco dalla prolungata passeggiata, mi appropinquai al mio compagno fermo sullo stradello. Di fronte al quale si ergeva una ripida parete rocciosa, ricoperta di spini e macchia mediterranea; qualche minuto dopo, a seguito di attenta perlustrazione, dal bosco, venne fuori Bora, e giunta sullo stradello rimase ferma, eretta e a testa alta rivolta verso un punto imprecisato dell’irta parete. Più in là, da un centinaio di metri, scendeva Byron che avvicinatosi alla sorella,  rimase in consenso fin a un suo cenno; essa ammiccatolo ritornò a fissare lo stesso punto di prima. Ebbene fu’ solo allora che Byron con uno splendido gesto atletico spiccò un balzo e con grande solerzia andò a ispezionare con molta oculatezza la parete di fronte, mentre la sorella, rimase in quella posizione, insieme con noi, in attesa del silenzio di quel meraviglioso batacchio che saliva e scendeva per quelle macchie. Passarono almeno dieci minuti prima che Byron ridiscendesse e affiancando Bora ripresero la cerca dentro il bosco.

Sì, la mia Bora sfiancata da giorni di caccia e da qualcosa che scoprii dopo, comunicò con lo sguardo al fratello “quello, è il posto, dove può essersi rifugiata, ma io non c’è la faccio vai tu che io ti aspetto qua”!! proprio così!!!! Questo percepimmo in quella circostanza in cui l’unione d’intenti di due setter  e di due esseri umani si congiunge in perfetta armonia.

Li richiamammo e li mettemmo al guinzaglio, soddisfatti ed emozionati, custodi di segreti che vanno vissuti per essere giustamente apprezzati, indi riprendemmo la via del ritorno. Lasciai guidare nuovamente lui, ma questa volta sulle mie ginocchia non lisciavo e baciavo le due beccacce ma una vera grande regina, la mia Bora !!!! e suo fratello Byron.

Fu’ quello l’ultimo giorno di caccia per quell’anno, infatti, all’indomani portai Bora dal veterinario che gli diagnosticò una ancor minima presenza di maledetta leishmania, ma  immediatamente curata, essendo la malattia a uno stato iniziale, si risolse quasi tutto con soltanto una grande paura. A distanza di tre anni da quell’indescrivibile episodio, la mia Bora, mi continua a dare la possibilità di vivere tanti altri intensi momenti di grandi emozioni, con la pur sempre vana illusione che tutto non abbia mai fine.

Dedicato a tutti coloro che avendo perso il desiderio di predare, sono appagati da emozioni più grandi.

 

“Belle giornate spensierate” di Mirco Peli

Ai primi di novembre le beccacce diminuiscono in selva; è la mia miglior zona da beccacce per tutto Ottobre, ma sono pochi gli anni che gli incontri si mantengono a novembre. Di conseguenza ai primi cappotti nasce l’esigenza di cambiare territorio. Con Mario, abbiamo deciso di provare un’uscita al Prato del Noce, serve un fuoristrada vero per arrivarci; però noi non l’abbiamo, e dobbiamo mettere in conto un’ora a piedi. Puntiamo proprio sul fatto che essendo un posto scomodo, possa dar rifugio a qualche beccaccia in sosta.

Sta spuntando l’alba di una splendida notte stellata, la quantità di stelle che vedo brillare annunciano una luminosa giornata di sole. Le dedichiamo solo uno sguardo, per stabilire che arriveremo in quota quando già si potranno sciogliere i cani. Una volta arrivati, parecchio sudati. La dove il terreno si apre quasi pianeggiante ricoperto da uno splendido noccioleto, solcato da un ruscello d’acqua sorgiva; notiamo parcheggiati due fuoristrada. Avremmo preferito essere da soli e senza lo svantaggio di un’ora di mulattiera nelle gambe, mi consola il pensiero che l’unica volta che ho percorso questa strada con una Land Rover, sono arrivato più sconquassato di stamattina. La giornata splendida, e la bellezza del territorio mi danno una sensazione di leggerezza. M’investe un’improvvisa folata di foglie, che un colpo di vento stacca dai rami e fa turbinare, tutto contribuisce a rendere effervescente e piena di speranze la giornata che inizia. Sciogliamo i cani e anche a loro il terreno piace, partono a razzo e per un’ora fatichiamo a sentire i campani. I due setter setacciano l’ampio pianoro e tutto il fianco coperto dai noccioli, che sale fino ad aggrapparsi alle bianche rocce della Marmera. Mi devo allontanare dal ruscello, perché il rumore dell’acqua non mi permette di udire il campano d’Astro. Mario costeggia con Rol ed io mi alzo. Bella zona, con sentieri e carbonaie e con il fascino d’essere la prima volta che la perlustriamo, tuttavia non si ode un colpo in tutta la valle. La zona è priva dei tipici capanni Bresciani che espongono i richiami vivi. Mi sorprende, che neanche in prossimità del prato n’esiste almeno uno; ma ciò contribuisce al silenzio. Unica persona che incontro è un cacciatore appostato al capriolo, neanche risponde con un cenno, al mio saluto, forse non vuole farsi sentire dal selvatico che è in movimento? Avverto un segugio che abbaia lontano, ma mi viene da pensare che non siamo graditi. Siamo in zona da un paio d’ore e raramente mi sono trovato a cacciare tanto tempo senza sentire uno sparo, una voce, forse la valle andrebbe ribattezzata, si potrebbe chiamare “la valle del silenzio”. Battiamo tutto il territorio fino al confine della bandita, a fianco del “passo della Fobbiola”, e francamente faccio fatica a credere che in un simile territorio non ci sia una beccaccia. Mario già considera la stagione conclusa; dopo tre settimane di ferie domani riprende il lavoro. Beccacce non ne troviamo, chiudiamo il giro attraversando il prato che ancora ha ragione di chiamarsi del Noce; infatti, alcuni splendidi esemplari secolari e altri più giovani, ne confermeranno nel tempo il nome. Essendo per Mario l’ultimo giorno di ferie, lo vogliamo gustare al meglio e il modo migliore per gustarlo è di andare a mangiare su alla casa di caccia da Nello. Faremo poi un’uscita pomeridiana a quota millecinquecento, che è la nostra zona preferita. Non possiamo mancare l’appuntamento con Nello. Ci ha confessato che la caccia al capanno non sarebbe uno stimolo sufficiente ad alzarsi; è solo una giustificazione, per passare un paio d’ore con noi a parlare di beccacce e cani. “Alla mia età, è il pensiero che ci siete voi in zona e che passate a trovarmi, che mi porta ad alzarmi prima dell’alba, non certo per tirare a due tordi”. Inoltre da solo, non si metterebbe a cucinare le sue squisite pastasciutte, mangerebbe forse, un po’ di formaggio. Mentre per noi dopo cinque, sei ore di caccia, una spaghettata calda la gustiamo come se Nello, sia il cuoco migliore che esista. Sapendo del nostro appetito, per ogni tipo di pasta s’inventa un condimento, anche se il suo forte è il pesce di lago. Non per niente abita in Salò e per il periodo della pesca, ha in porto una vecchia barca a remi, di un azzurrino pallido; porta la sbiadita ma gloriosa scritta, canottieri del Garda. La passione per la caccia riesce a creare vincoli d’amicizia intensi e sinceri, che io raramente trovo nella vita normale. Questo è anche un rimbrotto ricorrente da parte di mia moglie; lei sostiene che se un tale lo definisco mio amico, deve essere per forza cacciatore.

La bellezza della caccia in selva, oltre alla presenza della beccaccia, è dovuta al fatto che la pratichiamo il mese d’Ottobre. Trovare giorni di sole non è difficile, viverli in montagna è uno dei modi migliori per gustarli; lì partecipi agli spettacoli più belli che la natura ti possa offrire. Ottobre dal punto di vista cromatico e delle temperature è sicuramente il migliore. Dai primi giorni di questo mese le foglie dei faggi diventano rosse. Il sole ancora caldo con la sua luce intensa, crea contrasti violenti, che uniti al cielo azzurro, e ai colori, verdi, giallo, e rosso delle foglie, ti fanno godere la bellezza della stagione. Se poi nella stessa giornata, le beccacce che hai in carniere sono più di una e capita spesso! Non solo la giornata la gusti, ma ti senti in estasi. Cambiare posto a Novembre e Dicembre, è ragionevole per seguire il passo della regina. Ma alla caccia mancherà il colore del bosco, e il calore delle soste vicino al fuoco, l’atmosfera dell’arrivo dei primi fiocchi della neve d’Ottobre, le chiacchierate con Nello e le sue pastasciutte condite.

Stiamo rientriamo nella parte bassa del noccioleto e quando non crediamo più d’incontrare, vedo Rol alzare la testa e prendere la direzione del campano d’Astro, che smette di suonare. Mentre osservo Rol, all’improvviso mi ritrovo una beccaccia alta sopra la testa. Mi giro e le mollo due botte come posso, ma lei prosegue ad ali tese fino a scomparire lunga. La vede bene anche Mario che mi conferma di aver notato lo strano modo di volare. Fermiamo un poco i cani. Io voglio tentare di ribatterla, ma Mario non è convinto che la ritroveremo, secondo lui ha tirato diritto per troppo e si è portata fuori caccia. Facciamo in ogni caso un tentativo. Dopo poco sciolgo il cane, intenzionato ad alzarmi sul versante dove sono convinto si possa essersi rimessa. Mario allunga diritto seguendo la direzione del volo. Dopo una mezz’ora di cerca, con i cani che troppo spesso spariscono, proseguo in direzione dell’ultimo suono del campano, finché individuo la sagoma bianca d’Astro in ferma. Mi porto sotto velocemente, ma appena giunto nei pressi, Astro si mette a guidare ed io lo seguo. Nel momento in cui ferma di nuovo, mi guardo in giro cercando il punto migliore dove dispormi, ma con gran sorpresa vedo un altro cane fermo, venti metri più in alto d’Astro. In un primo momento penso ad un altro cacciatore, ma poi riconosco il cane, è Rol! Ma Mario dov’è? Chiamo ma non risponde. In ogni modo mi convinco che è Rol ad avere la beccaccia, pertanto supero Astro in ferma e mi piazzo dietro Rol. Dopo poco Rol, rompe deciso a prendere la beccaccia.  Fatti pochi metri ferma di nuovo flesso su se stesso, e fra le sue gambe, a fatica, frulla lentamente la beccaccia. Per un attimo ho l’impressione che il cane la prende, tentenno, la prende, al contrario ora che si è messa in ala aumenta la velocità; la miro con calma lasciandole percorrere qualche metro e poi la fermo. Al riporto arriva primo Astro e infine arriva anche Mario che si lamenta perché non trovava più il cane. Soppesiamo la beccaccia che è piuttosto magra, infatti, ha una gamba rotta, però in fase di guarigione; anche se l’osso non si è saldato perfettamente dritto. Sulla ferita gonfia sono ancora appiccicate alcune piccole penne. L’aspetto che più mi è piaciuto dell’azione di caccia, è che il giovane Rol ha avuto la fortuna di incontrare una beccaccia che a causa della gamba ferita, ha retto la ferma anche con il cane a ridosso. Permettendomi cosi di ucciderla sotto la sua ferma, e in genere ai cani intelligenti, sono questi gli incontri che servono per imparare.

A mezzogiorno siamo sul monte Carzen presso la casa di Nello. In quota, la giornata è ancora più limpida, la luminosità ci permette di osservare il Prato del Noce, da dove proveniamo. Sistemo i cani e mentre aspetto che l’acqua bolla per l’immancabile pastasciutta, stendo un telo sull’erba e mi sdraio a godermi il sole che a quest’ora in quota ancora scotta.

Questa è la vita che mi piace.

L’acqua bolle ma la pasta ci mette parecchio a cuocere, cosi dopo essermi riscaldato al sole, mentre Nello cuoce il sugo, Mario pompa l’acqua dalla cisterna, ho tempo per apparecchiare il tavolo. Durante la spaghettata, raccontiamo a Nello lo strano modo di volare della beccaccia dalla gamba rotta, e del tentativo di curarsi appiccicandoci le penne. Forse la beccaccia è stata ferita nella zona dove l’abbiamo trovata, o avrà scelto il posto perché ricco di pastura? Nello per i suoi trascorsi da beccacciaio, conosce la valle del Prato del Noce e ci conferma essere buona per le beccacce che sostano.

Cosi, fra una chiacchiera e l’altra, c’informa che nella mattinata altri cacciatori sono entrati in selva, tuttavia non ha sentito sparare; il fatto non ci scoraggia. Quante volte Astro ha racimolato incontri dove altri cacciatori non avevano incontrato, una puntata più tardi la faremo. Come al solito i punti migliori da toccare di pomeriggio sono i meno battuti, ma sono anche i più ripidi. “fil del doss” e Mario a pancia piena non ci crede molto.

Pertanto mentre lui fa la caccia più comoda, io inizio la sgroppata che mi porta sul versante nord a cinquanta metri dalla vetta. Dopo circa quaranta minuti d’arrampicata, mi fermo a prendere fiato. Sono in un prato di montagna abbandonato, che da anni non falciano o pascolano; sono cresciuti diversi abeti e fra vent’anni sarà un bosco. Il tempo sta cambiando e folate di nebbia si alzano dalla valle. Astro è sparito ma da poco, infatti, il campano ha smesso di suonare all’improvviso, può avere scollinato, ma può anche essere fermo; mi muovo in direzione dell’ultimo rintocco udito. Passano pochi minuti e lo sento abbaiare ripetutamente a fermo. Mi porto in direzione dell’abbaiata e mi passa a tiro una femmina di forcello, che in un primo tempo si era imbroccata, causando la furiosa abbaiata d’Astro; la osservo planare verso valle, non è la prima volta che l’incontro. Giusto il tempo di girarmi per guardare dov’è il cane che ancora non avverto, e improvviso sento un potente frullo, stavolta a sorpresa è un maschio che sfiorando appena la vegetazione si butta a valle.

Lo fermo di prima, ci tenevo a colpirlo, ma per un attimo avevo temuto di averlo mancato. Avevo rallentato il mio tempo di tiro, per mirarlo meglio, ma poteva essere un errore; cade ai piedi di un giovane abete. La gioia è immensa; sono felice, e sorpreso della presenza del maschio, mi rammarico solo che manchi Mario. Anche Astro è contento, ho l’impressione che durante il riporto stringa più del dovuto, ma è solo l’apprensione per il trofeo. Dopo aver osservato a lungo il forcello in livrea completa e averlo liberato dalle penne staccate dalla fucilata, lo liscio bene e scattata la foto di rito, lo sistemo in cacciatora. Inutile che chiami Mario per fargli fare la sgroppata ora, il forcello lo vedrà più tardi. Salgo per una ventina di metri, deciso di arrivare in vetta. Sono felice ed appagato. Fatti pochi metri vedo il cane che guida di nuovo, penso si tratti della pastura dei due galli alzati poc’anzi; quando invece va in ferma, e solamente allora gli credo, è tardi. Frulla veloce una beccaccia, che sbaglio di prima e ancora di seconda. Mi sento uno stupido e uno sprovveduto, per non aver creduto subito al cane, ma alla fine mi consolo pensando che se la padella l’avessi fatta sul gallo, sì che mi sarebbe bruciata. Rientro alla casa di caccia, dove mi riunisco con Mario e Nello, ed iniziano i festeggiamenti. Nello subito prepara un caffè, per la verità non è molto buono, ma con dosi abbondanti di buona grappa bianca diventa squisito. Amici che si complimentano per i successi riportati, ce ne sono, ma se presti attenzione agli occhi invece che alle parole, ti accorgi che spesso non sono del tutto sinceri. Apprezzo lo stesso i complimenti di Mario, dopotutto ha camminato tutto il giorno ed è normale un poco di rammarico. Nello è invece un amico speciale, quando esibisco un bel carniere riesce ad essere più felice di me. Glielo leggo negli occhi chiari, che brillano illuminandosi. Una felicità da bambino, senza un’ombra d’incertezza. Condividere i successi con una persona cosi, è veramente una gran soddisfazione, il completamento della caccia. Il caffè è terminato, ma fino a che non vediamo il fondo della bottiglia di grappa, la festa continua. Nello mi chiede un paio di penne della coda, per il suo capello migliore, ma non osa toglierle subito. Prima lo devono vedere intatto al paese. Rientriamo a casa che è notte fonda, siamo un po’ alticci, ma anche questo, in alcune giornate è caccia. L’alcol aiuta ad essere di buon umore, ma una giornata di caccia cosi conclusa, in compagnia d’amici che condividono la stessa passione, mi renderebbe felice anche se avessi bevuto acqua.

 

 

 

“Un grande cuore” di Vincenzo Babatano

Era un sabato mattina mi stavo recando nelle montagne  della Sila piccola in loc. Trepido in un posto chiamato campa di manna.

Come al solito mi fermai alla fontana di Divisella per riempire una bottiglia d’acqua che porto sempre dietro, Charly il mio breton che stava in macchina cominciò ad agitarsi cercai di calmarlo ma senza riuscirci non riuscivo a spiegarmi il motivo del suo comportamento, mi misi in macchina e continuai il mio cammino, la giornata si presentava ottima una cacciata alla beccaccia, arrivato sul posto faccio scendere il cane erano le ore 07:10 ma non mi diede neanche il tempo di mettergli il campanello, mi girai e non lo trovai più, caricai il fucile è mi incammino chiamando lo insistentemente ma senza risultato pochi metri incontrai un gruppo di cacciatori  e chiesi se avevano intravisto un bretoncino bianco arancio ma la risposta fu negativa, preoccupato conoscendo la zona cominciai a controllare lungo i precipizi che si trovano sul posto e alle vicinanze del fiume non mi spiegavo dove fosse finito e cosa gli succedeva non si era mai comportato così stranamente, cominciai a innervosirmi, nel frattempo si erano
fatte le 10:30 circa che mi suona il telefono, rispondo e mi sento dire scusi siamo riusciti a prendere il numero di cellulare dal collare del cane che si
trova  in loc. divisella e non ci lascia avvicinare al contenitore di immondizia per la raccolta, mi sembrava strano lui non ha un carattere cattivo anzi…., riferisco di attendere un 20 minuti circa che mi sarei precipitato sul posto; arrivato sul posto vedo Charly si era proprio lui non riuscivo a
chiedermi il per che si era recato nel posto in cui la mattina quando mi fermai per riempire l’acqua lui si era agitato tanto,mi avvicinai chiamando lo ma era se come mi volesse dire qualcosa sentì un lamento dal cassonetto apro e scopro 4 cuccioli di setter inglese ma ne riuscì  a salvare solo 1 non ho mai scoperto chi abbia potuto compiere un gesto simile forse chi li butto pensava che i 4 cuccioli era tutti morti? ma ora so solo una cosa che il mio cane oggi ha 2 anni è un bellissimo setter ottimo cacciatore è ho vinto 2 gare di esposizione amatoriali, è ho scoperto che il mio Charly non è solo un compagno di caccia ma anche della vita.

9 Responses

  1. Mario Sorlini

    Sono fotografie bellissime! Complimenti agli autori! Non avrei saputo quale scegliere.
    Per aggiungere ancora qualcosa: Il Setter è un cane meraviglioso. La beccaccia è un grande dono che Dio ha dato all’uomo. Speriamo che questi sappia conservarlo…

    aprile 19, 2012 at 6:14 pm

  2. vincenzo

    si complimenti a tutti le foto sono uno spettacolo bravi siete riusciti a sincronizzare natura cane in uno scatto magioco

    maggio 27, 2012 at 10:26 pm

  3. Complimenti a tutti per i racconti presentati…..mi avete fatto rivivere insieme a voi delle indimenticabili giornate di caccia. Grazie a tutti David

    luglio 6, 2012 at 10:32 am

  4. stefano belloi

    pian piano, dopo pranzo li leggo tutti! :-)

    luglio 6, 2012 at 10:45 am

  5. vincenzo

    si ogni racconto ha la sua magia e il suo incantare in bocca a lupo e che vinca il più bel racconto ciaooooooooo

    luglio 6, 2012 at 3:37 pm

  6. stefano belloi

    letti tutti i racconti …davvero belli, complimenti!! …che nostalgia mi è venuta e che voglia di ottobre!!! :-)

    luglio 7, 2012 at 12:08 am

  7. vincenzo

    salve vorrei sapere il vincitore del concorso chi è ? ciaooooo

    agosto 21, 2012 at 1:46 pm

  8. http://www.facebook.com/photo.php?fbid=339582036123609&set=o.157355537651278&type=1&relevant_count=1&ref=nf

    X Vincenzo:
    al seg, link troverai la relazione del Prof. Celano

    Ciao
    Marco

    agosto 21, 2012 at 4:36 pm

  9. Federico

    Molto bello ed attuale il racconto di Alessandro Bassignana.
    Complimenti.

    settembre 12, 2012 at 12:34 pm

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