copertinaSulla base di alcune esperienze personali, sconsiglierei di « fare il cane » sulle beccacce, cioè di mettere in contatto un cucciolone con la beccaccia prima che abbia imparato a conosce bene le altre specie di selvaggina. C’è, per esempio, il rischio che, sotto un controllo scarso come quello che è possibile esercitare nel bosco, si abitui a cacciare in modo indipendente, o al contrario troppo corto, dato che il cacciatore tende a richiamarlo spesso nel timore di perderlo o di rompere il contatto. L’addestramento del cane nel bosco non presenta particolari difficoltà, in quanto qualsiasi soggetto già avvezzo a cacciare starne e fagiani reagisce con la ferma alla presenza della beccaccia.

Si comprende naturalmente che il perfezionamento, cioè la sublimazione del rapporto cane-uomo nei confronti del selvatico, in questo caso la beccaccia, è cosa che si ottiene solo con il tempo e le esperienze in comune.

pag-1-2

Per esempio, se non vengono particolarmente addestrati alla manovra, molti cani, pur eccellenti fermatori, non tollerano che una volta in ferma il padrone li sorpassi sulla destra o sulla sinistra per portarsi davanti a loro in posizione favorevole, e caricano la selvaggina. La passione e la perfetta conoscenza dei luoghi sono generalmente un pregio, che però in certe occasioni può trasformarsi in difetto: il migliore cane da beccacce che ho avuto conosceva tanto bene i punti del bosco prediletti dalla beccaccia (per avercela trovata tante volte) che ci andava da sé, partendo di corsa, non appena ci avvicinavamo alla zona. Trovava la beccaccia e la fermava, quando noi eravamo ancora molto lontani, e non sempre la « regina » ci aspettava, sebbene il cane in nessun caso la forzasse. E si noti che era un cane molto ubbidiente e abituato a mantenere uno strettissimo contatto con il padrone. Nessuna delle astuzie della beccaccia gli era ignota: per esempio, ben sapendo che, nel ceduo, una beccaccia « presa dall’alto verso il basso », frulla quasi sempre invisibile al cacciatore al termine della pedinata davanti al cane, sapeva magnificamente indurla a curvare a destra o a sinistra, e poi a risalire, spingendosi sotto di essa. Io seguivo il cane mentre scendeva, nella curva e poi verso l’alto, in modo che al momento del frullo riuscivo quasi sempre a trovarmi sotto, cioè più in basso, del selvatico. A proposito dell’abilità prodigiosa di alcuni cani, vorrei contribuire con un’osservazione a ridimensionare certi fatti: si sente, per esempio, parlare spesso di cani che « sentono » « vedono » meglio del padrone se il piombo ha raggiunto la selvaggina, e riportano animali che il cacciatore credeva di aver spadellato. pag-3-4-2

Nulla di miracoloso o di misterioso in ciò: al momento dello sparo, il cane generalmente si trova qualche metro avanti al cacciatore ed è perciò in condizioni migliori di valutare l’effetto del colpo, cioè il comportamento della selvaggina dopo, Io sparo. Ma non è solo la vista ad aiutarlo: Io sparo assorda il cacciatore, ma non chi gli sta vicino, il cane, per esempio, che è in grado di sentire molto bene lo sfrascare di una beccaccia che cade nel bosco, laddove il tiratore non sente nulla. Ho sparato molte volte con esito incerto alle beccacce nel bosco, e la prova della padella o del successo mi era immancabilmente fornita dal comportamento del cane: se correva in avanti, era un centro, se faceva pochi passi e poi si arretrava era una padella. Ma non per questo c’è da gridare alla meraviglia. Un’altra osservazione: non prendetevela con il vostro cane se qualche volta, portato su una rimessa sicura, non dà segni di sentire la beccaccia. Può darsi intanto che voi o la marca abbiate visto male (gli occhi dell’uomo sono sempre più fallibili del naso di un cane), o che la beccaccia, appena posata, sia frullata nuovamente lasciando quindi un’emanazione debolissima; ma può anche darsi che, come affermano tanti cacciatori, in determinate circostanze, la selvaggina non emetta alcuna emanazione. Di quest’ultimo fatto ne ho una prova quasi certa, e in un retto senso tipica. Qualche anno fa cacciavo le beccacce in un ceduo, con due amici, uno dei quali espertissimo e molto bravo. Io mi trovavo con il cane più alto di loro, sul fianco di una collina. Il cane ferma, la beccaccia frulla e si precipita verso il basso, senza che io possa sparare o forse padellando, non ricordo. Dopo qualche attimo, dal basso i miei amici mi chiamano informandomi che, per puro caso, la beccaccia è andata a posarsi davanti a loro, a pochi metri di distanza. Faccio un ampio giro e raggiungo i miei compagni, portando con me il cane. Entrambi i miei compagni, sorridendomi soddisfatti perché certi di sparare entro qualche attimo, mi dicono: « La beccaccia è li », indicandomi una piccola radura a sei-sette metri davanti a noi. « Sicuri? ». « Sicurissimi ». Il cane ci pre-cede, non dà segno di avvertire alcuna emanazione e prosegue oltre la radura. La beccaccia non c’è, e non frulla , e quanto noi si gironzoli pasticciando dappertutto. « Sarà rifrullata! » dico io. Ci manca poco che non mi saltino addosso: « E chi ha mai perso d’occhio il punto dove ha posato i piedi! ». Non la trovammo mai più. Il fatto, a tutt’oggi, è per me inspiegabile. C’è solo da pensare che la beccacela si sia allontanata di pedina, senza lasciare emanazioni. Ma il caso, nelle mie esperienze, è tutt’altro che unico, E non solo nel capitolo beccacce.

pag-5-6-3

Il riporto, o almeno il recupero (cioè la ricerca e l’individuazione del selvatico colpito), è molto utile in un ambiente dove la visibilità è quasi nulla, e il cacciatore spesso non sa neppure se ha colpito la preda. Ho conosciuto tuttavia alcuni cani che, pur eccellenti beccacciai, rifiutano assolutamente il riporto, ed altri che si rotolavano sopra la beccaccia morta, come fanno quasi tutti i cani sulle carogne e le porcherie in cui si imbattono cacciando.

Parlando di cani da beccacce, vorrei aggiungere qualcosa: molti cacciatori si lamentano perché il loro cane « non entra », cioè non penetra nel bosco. A questi cacciatori vorrei chiedere: e voi che fate? Il cane lo fa il cacciatore: un piedidolci, un cacciatore che ha paura di buttarsi nel bosco, merita un cane da salotto. Se il cane si mostra reticente ad entrare nel folto, entrateci voi per primi, e lui vi seguirà. pag-5-6-2

Quando avrà imparato, e solo allora, potrete permettervi di restare sulle mulattiere e sui sentieri, ed esigere che vi tiri fuori dal bosco la beccaccia o il fagiano. Insomma lo « Armiamoci e partite! » è un pessimo sistema di addestramento, e non solo dei cani. Ciò premesso, cerchiamo di mettere assieme qualche insegnamento sul modo migliore di addestrare un cucciolone alla caccia nel bosco.

L’addestramento va iniziato nelle tagliate, nelle fustaie, nelle paline di castagno, in tutti quei boschi, insomma, nei quali il cane non trovi difficoltà a penetrare e sia sempre sotto controllo del cacciatore. Questi lo farà incrociare come in pianura, avendo cura che non superi mai un raggio di quaranta metri attorno a lui; se il cane tende ad allontanarsi, deve essere bloccato o con la terra o con il fischio che lo richiami. Si passa poi ai boschi un poco più folti, e infine alle zone con cespugli, spineti, pruni. E il momento più duro dell’addestramento: molti cani, per quanto allettati, minacciati o costretti possano essere, rifiutano a lungo di spingersi in tali terreni. I cani a pelo lungo sono più facili da convincere di quelli a pelo corto, che a volte si rivelano eccezionalmente caparbi. Non c’è che un sistema: il cacciatore deve farsi coraggio e penetrare nel bosco davanti al cane, il quale dapprima lo seguirà timidamente, cercando di farsi meno male possibile, poi vorrà passargli avanti di un metro o due, e infine si deciderà a cacciare. Sono da evitare assolutamente gli incitamenti a voce alta, le percosse e l’abominevole pratica di prendere in braccio il cane e di scagliarlo fra le spine: tutto ciò serve solo a spaventare il cane e a renderlo spesso inservibile per sempre. In altre parole, non si può costringere il cane a lacerarsi la pelle sulle spine, ma solo convincerlo che con un po’ di attenzione e di esperienza ciò può essere evitato. Nel bosco, tutti i cani tendono a seguire gli stradelli: bisogni evitarlo assolutamente. Il cane deve battere il bosco a dieci-quindici metri dallo stradello con punte massime di quaranta metri: la regina infatti, al primo mattino e verso il mezzodì, sosta volentieri sugli spiazzi aperti, ma in tutte le altre ore del giorno preferisce spingersi di qualche metro entro il sottobosco. Ciò avviene anche perché la beccaccia sente da lontano i seppur minimi rumori prodotti dal cane e dal cacciatore che avanzano. Quando il cane esce dal bosco e rientra sullo stradello, fategli dunque cenno di riprendete la caccia, con un gesto del braccio; non vi stupite, però, e non insistete, se Io vedete rientrare nel bosco dalla parte opposta a quella da voi indicate. Significa che ha preso il vento, e comunque, non avendo particolari ragioni per farlo, non contrariatelo: i cani hanno a volte delle intuizioni sorprendenti. Se sentite che si allontana troppo, richiamatelo senza esitare. Ogni tanto, poi, rammentategli comunque la vostra presenza con un fischio. Se, al richiamo, tarda a venire, quando arriva non lo picchiate, come ho visto fare a tanti cacciatori: otterreste l’effetto contrario a quello desiderato. Accarezzatelo invece, e premiatelo. Se vi capita una beccaccia disalata, non uccidetela, e servitevene per addestrare i vostri cuccioloni. Ma, attenzione, la pratica è molto pericolosa: quando il cane l’ha fermata, non fategliela assolutamente riportare se prima non l’avete obbligato al « terra » superandolo e sparando un colpo in aria o direttamente sulla beccaccia. Se vi comporterete diversamente, il cane potrebbe dedurne che la beccaccia sia un’animale da fermare brevemente per poi catturarlo con un balzo, e un’idea del genere sarebbe naturalmente disastrosa. pag-9-2

Mentre l’abitudine di pistare la selvaggina è assolutamente da condannarsi nei terreni scoperti, essa è molto utile nel bosco a beccacce: la beccaccia, infatti, non si allontana mai molto e la sua pedinata a zig-zag confonde spesso i cani abituati a cacciare esclusivamente con il naso al vento. Inoltre, a me non dispiace affatto vedere il mio cane che, a cattivo vento <<mangia il bosco con il naso>> come diceva un mio vecchio amico, seguendo una beccaccia astuta. Anche in questo caso, però, bisogna fare attenzione: i cani che pistano abitualmente dimostrano di avere poco naso e capita loro spesso di trovarsi a ridosso della beccaccia, quando ormai è tardi per fermarla. L’immobilità assoluta sulla ferma è indispensabile: il cane deve darvi tutto il tempo di raggiungere una posizione adatta allo sparo, e ciò nel bosco folto richiede spesso qualche diecina di minuti. Perciò non incoraggiate mai il cane beccacciaro a rompere la ferma per << dare sotto >>.
 

Nota di Mirco Peli: leggendo lo scritto di Piero Pieroni, autore che apprezzo tantissimo, soprattutto per il rapporto che instaura con le sue beccacce; battezzandole con un nome di donna e chiamandole poi per nome, per la sua sensibilità nei confronti della selvaggina che emerge in ogni suo scritto. Va però spiegato che Piero, a mio avviso, con questo suo ragionamento sui cani si rivolge soprattutto ai continentali Italiani e a cani di altre razze timidi o alle primissime esperienze.