CACCIATORI DI MONTAGNA DI BECCACCE E DI BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

“Il Tipo e la Razza” di Ivo Geminiani

Derby Enci 2016

Quando molto giovane, decisi di far parte della cinofilia ufficiale, per migliorare le mie conoscenze frequentai le lezioni di alcuni corsi di zoognostica canina, convinto che per giudicare in prova le razze da ferma, conoscere, almeno nelle sue forme più essenziali la morfologia, fosse di grande aiuto nell’individuare i difetti ed i pregi evidenziati dal cane in movimento. Per fare alcuni esempi: un angolo scapolo omerale troppo aperto, consentirà una minore oscillazione dell’arto, quindi passo corto, un posteriore poco flesso, non permette agli angoli femoro-tibiale e tibio-metatarsico di aprirsi convenientemente dando la giusta spinta, un collo corto, oltre a non essere elegante, non favorisce un’ampia sgambata e altre cose. Per questo motivo, diventai prima giudice di esposizione e successivamente di lavoro.

Ora dopo tanti anni, credo che nel ring venga tutelato il tipo, ma per salvaguardare il concetto di bellezza funzionale, ci si debba avvalere della competenza degli esperti in prova che oltre alle doti venatorie, sanno riconoscere tutti quei comportamenti che sono espressione, non solo della psiche, ma di quella determinata conformazione che li rende più confacenti all’impiego. Oggi nella stragrande maggioranza, il destino di setter e pointer è lasciato in mano a giudici che li conoscono solo, per averli visti camminare al guinzaglio del loro proprietario, nel ristrettissimo spazio all’interno del ring, mai in azione sul terreno di caccia. A mio avviso, questa non è una buona cosa, perché si stanno imponendo strutture magari importanti, per non dire monumentali, ma che non hanno niente di particolarmente utile e conveniente al lavoro, anzi nella quasi totalità, si possono ritenere a priori inadatte ad ogni impiego venatorio. Ecco perché ho sempre suggerito e sollecitato i giovani colleghi giudici di prove, a prendere l’abilitazione per l’expo, ritenendo appropriata la frase di Lydtin riportata in tanti testi cinofili: se la pratica senza scienza è un vano sforzo, la scienza senza pratica è un tesoro vano. Quindi carissimi amici, fatevi sotto e datevi da fare, ritengo che per il bene della razza, i nostri cani anche nella loro conformazione, debbano essere verificati da chi costantemente li utilizza a caccia, perché meglio sa distinguere quale sia la costruzione più vantaggiosa e conveniente allo scopo. Di genetica e dei fenomeni che interessano l’ereditarietà, non posso parlarne in maniera scientifica, ma da semplice praticone. Credo comunque che a noi interessi stabilire, se ci siano linee di sangue particolarmente inclini a procreare  cani da montagna. Non ho la pretesa né la presunzione di avere certezze, ma sono convinto che più della ricerca di una determinata genealogia, sia necessario iniziare a questa forma di caccia, i soggetti che dimostrano di possedere specifiche doti e attitudini: “temperamento, passione, buona costruzione, resistenza, iniziativa, coraggiosa autonomia, ferma solida, guidata caparbia”, ma queste sono poi le qualità, che generalmente si ricercano in tutti i cani, indipendentemente dal loro futuro impiego. Non credo che il beccaccinista, dia il soggetto da beccaccini, che dal beccacciaio, nasca il cane da beccacce, e così via col cane da montagna. Succede che gli appassionati di queste forme di caccia, abbiano con continuità degli specialisti, perché volendo impiegarli su determinati ambienti e selvatici, scelgono tra quelli che gli passano tra le mani, i più idonei all’uso. Un giovane di buona costruzione, sano e robusto, generoso, di bel carattere, intelligente, di buon naso, e solida ferma, ha le qualità di base, per emergere in prova, dipende poi da come verrà utilizzato e dalle esperienze che maturerà, se potrà in seguito essere definito uno specialista. A mio avviso la selezione si fa sulle caratteristiche morfologiche e sulle generiche doti di lavoro, non sulle specializzazioni, quelle vengono dopo con l’impiego continuo e costante. Mi convincono poco, abbandonando per un attimo il mondo cinofilo, i figli d’arte, spesso sono solo figli di artisti. Delinquenti non si nasce, lo si diventa, così i bambini non nascono dottori, avvocati, ingegneri, operai, sportivi, lo diventano in seguito, qualche volta sfruttando le loro predisposizioni, ma spesso vengono avviati a carriere che abbandoneranno, per intraprenderne altre più confacenti. Quindi il segreto sta a parer mio nel sapere individuare quelli che hanno le migliori prerogative per soddisfare la nostra passione, e senza accontentarci al controllo della prima piacevole attitudine, nel verificare con severità l’intero corredo delle rimanenti doti. Sono un grandissimo estimatore del commento fatto agli standard, dai nostri grandi cinofili del passato, ma nonostante questa mia convinzione, che mi ha indotto ad impararli quasi a memoria, ritengo, se non banale sicuramente superfluo, che in tutti i convegni dove i cinofili si radunano per parlare di cani, gli standard non vengano spiegati, e ci si limiti a riportarli pari, pari, cosa che ognuno può fare da solo, basta leggerli. Anche se ormai mi è stata affibbiata questa etichetta, non sono un bastiancontrario, uno che va controcorrente, ma semplicemente un curioso che malgrado l’età, sapendo di non avere certezze, ama ancora confrontarsi con gli altri, e arricchendosi delle loro conoscenze, gioisce  nello scoprire una cosa che non aveva considerato. Per meglio spiegare questo mio pensiero, vorrei fare qualche semplice esempi: sapere che la spalla deve essere lunga e inclinata, senza rendersi conto del perché questa conformazione è vantaggiosa, non è assolutamente sufficiente. Cito una considerazione, tratta da uno scritto di Zurlini,”La propulsione” che è indicativa della superficialità con cui si affrontano certi argomenti. “Si continua a cadere in troppo semplicistiche schematizzazioni. La più diffusa, radicale e radicalmente sbagliata è quella secondo cui gli arti pelvici provvedono alla spinta, la groppa a trasmetterla al tronco e gli arti anteriori a prendere terreno”. Niente di più falso, ma tale schematizzazione, che ha il fascino della semplicità, è quasi universalmente accettata come un assioma. Per quel che concerne l’arto anteriore, a chi avesse a dubitare del suo rilevante contributo alla spinta, basterebbe, per convincersene, osservare come si muove arrancando un cane in salita. Ho riportato solo alcune osservazioni, ma in questo articolo, ne appaiono molte altre e tutte significative ed esaurienti. Credo sia questo il modo corretto di ragionare sullo standard, senza continuare a ripeterci le solite frasi fatte, o pensare addirittura di modificarlo, quando ancora non lo abbiamo ben compreso. Accettata questa autorevole opinione, si accresce l’importanza dell’inclinazione della spalla, e dell’omero, perchè consentendo all’anteriore una più lunga distanza di appoggio, collaborano anche in modo più efficace alla propulsione. In sintesi più l’oscillazione dell’arto è lunga, ed ampia la presa di terreno, maggiore sarà il suo contributo alla spinta. Si potrebbe obbiettare che per sapere distinguere se un galoppo è più o meno valido, non sia necessario conoscere tutti i meccanismi che contribuiscono al movimento del cane. In generale può essere vero, ma spesso ci si confonde e la mancanza di approfondimento, lascia spazio a quelle semplicistiche schematizzazioni, radicalmente sbagliate che è bene evitare. Se notiamo che un setter, per spalla e omero diritti, ha galoppo con battute ravvicinate, e mancando della giusta presa di terreno per mantenersi veloce, si vede costretto ad aumentarle freneticamente, non dobbiamo bollarlo con l’aggettivo rapido, che assieme a spigliato, elegantissimo, non impetuoso, rasente e pieghevole, è parte  qualificante della descrizione della sua andatura, ma porre l’attenzione sui difetti di costruzione che lo costringono ad un movimento non corretto. Una lettura attenta dello standard, sarà sufficiente a sciogliere ogni dubbio: nel pointer i due arti posteriori, danno la spinta propulsiva, in due tempi si, ma più serrati. Nel setter inglese invece, i tempi sono più larghi e gli arti posteriori lavorano più separatamente. Quindi questi benedetti “tempi più larghi” che hanno creato tanta confusione, non si riferiscono agli appoggi, battute e fasi di sospensione nel galoppo, ma riguardano solo ed esclusivamente gli arti posteriori, nel senso che sono meno simultanei nella battuta, infatti ribadisce che lavorano più separatamente. Un galoppo allungato, si regge più a lungo agile e sciolto, mantenendo inalterate la respirazione e l’ossigenazione, mentre con passo raccorciato, lo sforzo diventa eccessivo e ci si affatica presto, impoverendo anche le funzioni dell’apparato respiratorio ed olfattivo. Nel suo sbagliato e radicato significato, si usa Rapido per rimarcare una mancanza di stile, un galoppo frenetico, elettrico, mentre la cosa è molto più grave, perché riguarda una limitazione alla corretta funzionalità. Tempo fa mi sono impegnato in una discussione sulla Gazzetta con due colleghi giudici d’esposizione, che contestavano riportando anche alcune giuste misure dello standard, la mia considerazione che il setter inglese sta nel rettangolo non perché abbia il tronco lungo, ma perché ha l’avambraccio corto, caratteristica che oltre a far parte della costruzione, riguarda il tipo, condizione quindi che non può assolutamente venir meno, senza compromettere la radenza (pres de terre), nota distintiva, marchio di fabbrica che il setter manifesta in tutte le fasi più significative del lavoro: galoppo, filata, ferma, guidata e consenso. Anche questa schematizzata e radicata convinzione che il setter sia nel rettangolo per una  maggior lunghezza del tronco, è sbagliata, infatti non è una condizione assoluta, ma relativa alla brevità dell’avambraccio. Un buon dorso deve essere lungo, e il torace, corrispondendo a ogni vertebra dorsale una costa, profondo. Il rene deve essere corto perché la sua brevità dà maggiore resistenza e robustezza. In ezoognosia, un cane è chiamato lungo, quando ha un rene lungo. È proprio la lunghezza di questa regione, cui spesso si accompagna un posteriore sconnesso e vacillante a trarre in inganno. Infatti non è raro che il setter, pur non avendo l’avambraccio corto, rientri decisamente nel rettangolo, questa infelice conformazione, è data dal rene troppo lungo, che ne compromette la funzionalità, mentre la groppa, per tutti i galoppatori, deve essere ben muscolosa, sull’orizzontale, larga e lunga. Tutte le misurazioni delle varie parti del cane, vengono per chiarezza rapportate all’altezza al garrese, che per semplificazione si considera di 60 cm. È sbagliato a parer mio sostenere, che i setters abbiano rispetto ai pointers, una maggior lunghezza del tronco, e di tutte le parti che lo compongono . Non è corretto fare un simile confronto tra soggetti di uguale altezza al garrese, perché mentre i primi raggiungendo  28,50 cm al gomito si avvalgono per raggiungere i classici 60 cm, al garrese, di un tronco di 31,50 cm i secondi raggiungono 30,52 al gomito ed hanno un tronco di 29,48 cm. Quindi la differenza di 2,2 cm nella parte che riguarda l’altezza del tronco, giustifica tutte quelle piccole differenze nelle misure di torace, di spalla,di braccio, e di quant’altre contribuiscono alla sua formazione. Da queste considerazioni appare evidente che l’unico dato di fatto inconfutabile, sia la particolare  brevità dell’avambraccio, caratteristica morfologica che con certezza, ne condiziona in modo inequivocabile la meccanica. Anche in altre occasioni, ho pubblicamente manifestato queste mie convinzioni, che non sono in contrasto con lo standard, anzi mirano a chiarirne e valorizzarne gli aspetti, e tendono a sfatare quei luoghi comuni che sono entrati a far parte di un diffuso e sbagliato modo di interpretarli. La propagazione di queste superficiali opinioni, che nascono più dal sentito dire che da un’ approfondita analisi, crea confusione e l’incomprensione delle reali caratteristiche di razza, non giova alla selezione. Per questi motivi credo che la società specializzata avrebbe dovuto intervenire, e prendendo posizione dare i giusti indirizzi. Se mi avessero dimostrato il contrario, senza la minima presunzione di avere ragione a tutti i costi, avrei accettato di essere bacchettato, ma in ogni caso, non si può restarsene in disparte, facendo finta di niente, bisogna scendere in campo e prendere posizione. Per ultimo, ma non per importanza, occupiamoci del piede. Di forma allungata tendente all’ovale, è la parte del corpo che per prima ha contatto col suolo, e che maggiormente ne deve sopportare l’impatto. Una conformazione non corretta, con dita non serrate, ma troppo aperte, falangi non arcuate ma discese e oblique, sono indice di debolezza muscolare, tendinea, e non favoriscono la flessibilità necessaria ad ammortizzare l’urto. Anche una esagerata distensione della falangina, da essere quasi sulla stessa linea della falange, determina la schiacciatura o piede piatto, difetto grave che affatica troppo. Un piede mal costruito espone il cane a facili ferite e se anche il resto è ben formato, diventa poi problematico galoppare con escoriazioni alle suole ed alle membrane interdigitali. Un’ultima considerazione che vale non solo per il piede, ma per tutta la conformazione: cerchiamo sempre di avvalerci di strutture valide, senza però dimenticare che sono la testa e il cuore, intese come carattere e temperamento a comandare il tutto. Ho cacciato per tanti anni, coturnici a Skopie  in Macedonia e alcuni cani pur con i piedi dolenti e corrosi dalle rocce, dimostrando passione e grande sopportazione al dolore, continuavano ad andare, lasciando l’impronta del loro passaggio, stampata col sangue, altri sebbene più integri ma pigri e apatici, dopo poche sfuriate, ciondolavano ignavi senza la minima convinzione ed utilità. Avrei qualche altra considerazione che contrasta un po’ i luoghi comuni e le opinioni di chi parla per consuetudine e non per propria convinzione, ma per restare nel tempo assegnatomi e per non uscire troppo dal tema in discussione, mi riservo di esporla alla prossima occasione. Vi anticipo comunque che si tratta della morbidezza, non si può parlare del Laverack senza citarla, perchè fa tanto stile setter, ma spesso è usata a sproposito.

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2 Comments

  1. Grande Ivo sei un maestro complimenti

  2. gnecco roberto

    Carissimo Maestro, sono un ex cacciatore di media montagna appessionato ancora al setter, alle sue gesta che mi hanno allietato nelle mie trascorse 42 licenze.Oggi sono sazzio di stoccate e ricerche di sterchi,ma non di ammirare felini vellutati che sganciati, come marziani si portano su l’unico animale pennuto della montagna.Ancora acconpagno amici cacciatori e cinofili in veste di spettatore ,a mai piu di oggi capisco l’importanza della meccanica abbinata all’ intelletto venatorio dei nostri “Rapaci”.
    Mi farebbe molto piacere conoscerla di persona
    e poter attingere dalla Vostra esperienza nozioni di meccanica di questo nostro meraviglioso amico frangiato. Saluti Roberto Gnecco.

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