CACCIATORI DI MONTAGNA DI BECCACCE E DI BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

Autunno 1986 una stagione da ricordare di Mirco Peli

Archivio (138)Sta albeggiando e mentre avanzo con fatica sulla mulattiera che porta nel prato “en Bal”, dove ho deciso di cominciare la caccia, avverto da come si comporta la setter bianco arancio che siamo stati preceduti. Faccio ancora pochi passi e ne ho la certezza, l’inconfondibile odore di fumo di sigaretta mi penetra nel naso. Seduto su di una pietra con il cane ai piedi, Zambelli mi saluta, ci scambiamo quattro parole sul passo e ci accordiamo sulla zona da battere senza disturbarci. Cosi io mi alzo d’un centinaio di metri e trovato un posto passabilmente meno ripido, dove stare ritto e poter tenere i piedi senza forzare sulle caviglie mi fermo.

Nell’attesa di cominciare la cerca faccio sdraiare il cane e lo sguardo osserva il sole che nasce, ancora cinque minuti prima di sciogliere, non c’è fretta. Il cielo è sereno tuttavia non fa freddo, si distinguono appena i colori della montagna che sormonta il paese. La campana della chiesa di Capovalle batte le sei e trenta, conto mentalmente i rintocchi gravi che battono le ore intere, aspettando il rintocco più lieve che batte la mezza.

All’improvviso, una beccaccia sorvola il prato e punta nella mia direzione, ha la luce del sole che nasce alle spalle e la vedo benissimo. Mi passa sulla testa e scompare in pineta, buon segno, da qualche parte si poserà. Aspetto ancora una decina di minuti prima di iniziare la cerca, mi alzo ancora di un centinaio di metri, e poi sciolgo verso “il dosso”, è la zona dove quest’anno faccio maggiori incontri soprattutto se ci sono arrivi freschi.

Nella valle si sente sparare più del solito e non solo dai capanni, ogni tanto rimbomba un doppietto, significa che sono arrivate numerose. Mia, setter inglese bianco arancio, ha oramai compiuto cinque anni e cerca di buona lena al limite del fuori mano. Il termine che meglio la definisce vedendola cacciare è “professionista”, per lei la caccia è un lavoro da compiere senza distrarsi e con il massimo impegno, per poi riposarsi tranquilla nel canile. Mia mi ha accompagnato a caccia per dieci anni e se c’era, un selvatico vivo o morto lo trovava lei, ogni volta che cacciavo in compagnia e c’erano altri cani, era sempre lei a prendere per prima l’emanazione diretta.

E’ stato l’unico cane con cui non mi è mai capitato di far frullare una beccaccia con i piedi.

Ho pensato molto a questo particolare e siccome con tutti gli altri cani, con cui ho cacciato, qualche beccaccia è capitata di alzarla con i piedi. Magari perché erano ancora inesperti, oppure perché diventati troppo vecchi; sono giunto alla conclusione che con Mia non è mai successo, non per caso, ma per effetto del suo potentissimo naso. Sparare alla beccaccia era relativamente semplice perché partiva sempre dal punto indicato dalla sua ferma. Possedeva un recupero e riporto perfetto, che bello sparare ed essere sicuri che se il selvatico cadeva, vicino o lontano Mia me lo avrebbe riportato. Unico difetto a volerglielo cercare, muoveva la coda qualora puntava su ferme lunghe. La vedo fermare quando è già tardi, la beccaccia parte leggera senza darle il tempo di irrigidirsi. La richiamo e cerco di calmarla prima di tentare la rimessa. Dopo una decina di minuti lascio di nuovo partire il cane, tenendolo però il più possibile sotto controllo, fatico un poco a controllarla, ma è accettabile. Faccio un traverso più in alto del luogo, dove la beccaccia si è alzata. Un centinaio di metri più avanti, arrivato al limite della possibile rimessa, la beccaccia riparte, senza dare al cane la possibilità di fermarla. Continuo così per circa un’ora, facendo ora un traverso alto, ora abbassandomi un poco, uno a destra e uno a sinistra, ma lei non regge. Finalmente, in una tagliata di due anni, di bosco ceduo, con qualche rado abete, Mia blocca quasi al pulito e qui, stranamente, ho tutto il tempo per piazzarmi. Mia, guida tre passi e poi blocca sicura. Non ci sono dubbi la beccaccia e fra me e il cane in una tagliata giovane; cerco di intuire che direzione prenderà, convincendomi che non la può passare liscia.

La bianco arancio oltre ad un gran naso, a conferma di essere un cane intelligente vedendomi pronto, fa volare. Parte bassa e veloce, a fatica riesco ad anticiparla un attimo primo che sia troppo tardi. In quel momento ne parte un’altra, lentamente e a candela, con il secondo colpo la sposto di un metro, cade come uno straccio. Mia si è buttata sulla prima partita ed io recupero la seconda, che è meno sciupata di quello che temevo. Sono le nove e mezzo, ho ucciso due beccacce e la giornata è ancora lunga. Levo la beccaccia al cane che come il solito ha recuperato senza esitazione, le soppeso tenendone una per mano, è la prima volta che sotto il cane da solo mi capita di colpirle tutte e due.

Sono felice, ho il sorriso stampato sulle labbra che neanche sforzandomi riuscirei a cancellare, coppiola, una bella soddisfazione. Mia ansimante e soddisfatta, con alcune penne attaccate alla lingua, si sdraia all’ombra, allunga le gambe posteriori cercando il fresco della rugiada e mordicchia di tanto in tanto qualche filo d’erba. Nel momento in cui le sussurro: “bràa vècià”, la lunga coda bianca batte rumorosamente sulle foglie secche. Soppeso ancora le due beccacce e indugio nel riporle nella cacciatora, sono così belle che mi dispiace scomporle; siccome ho ancora diverse ore di caccia e la macchina non è lontana, decido di depositarvi le beccacce, così non si sciuperanno le penne. Stasera quando rivivrò la giornata di caccia con gli amici, festeggiando come sempre la cattura della beccaccia con castagne e rosso novello, le godremo intatte.

Guardo l’ora decido che è inutile che faccia il giro che avevo progettato. Ho perso parecchio tempo e ho sentito la presenza d’altri cacciatori, decido così di battere la valletta bassa dove non ho sentito alcuna presenza. Sono particolarmente affezionato alla valletta bassa perché è buonissima, ma essendo scomoda, fuori dai giri a lungo respiro, bisogna andarci per scelta e questo le da il vantaggio, d’essere poco battuta. Sono legato alla”valletta” proprio per questa caratteristica che mi ha permesso di recuperare il carniere anche in giornate di forte presenza di antagonisti. A circa metà cerca, dopo una guidata e alcune ferme lunghe Mia ferma duro. La definizione ferma lunga parlando della Mia, indica cane fermo tuttavia con la coda in leggero movimento, che ha un preciso significato, la beccaccia c’è, ma non sa ancora esattamente dove, in ogni modo oltre i quaranta metri.

La cosiddetta valletta è abbastanza grande da poterci cacciare una mattinata se un paio di beccacce ti fanno impazzire. Essendo delimitata però sui due lati da terreno nudo ed erboso, con grandi rocce di calcare a formare delle torri, in genere le beccacce non si trattengono a lungo su questi dossi puliti e anche se le rimetti più volte, rientrano nella valletta. Così, magari ti fanno impazzire, costringendoti a volte a lasciarle in pace per qualche ora, ma alla fine poiché loro rientrano sempre, va a finire che ci lasciano le penne. Mentre mi sto portando sotto il cane, la beccaccia parte leggera e non riesco a sparare. Vedo però la direzione di volo; dirigeva verso il canale che divide in due il terreno, lì ci sono parecchi chiari, se si è rimessa in uno di questi, ci sono buone possibilità di spararle.

Mi accosto prudentemente al ciglio del canale, Mia s’introduce e risale per una ventina di metri, seguo il lavoro del cane cercando nei miei spostamenti i passaggi meno intricati. Non sono concentrato come dovrei, sapendo che la beccaccia non può esser molto lontana. I miei pensieri già ipotizzano un carniere di tre beccacce, lo vorrei ma nello stesso tempo non ci posso credere e poi bisogna prima prenderla.

Seguo la Mia che nel frattempo ha preso contatto con un odore, ma non ha ancora individuato né la direzione né la distanza. Procede cauta fermandosi ogni tanto, però la ferma non è rigida. I miei spostamenti si fanno frettolosi e Mia gira lo sguardo verso di me, come a dirmi che sono troppo rumoroso, poi come tirata dal classico filo invisibile muove verso il canale fino a immobilizzarsi in ferma rigida. Conosco bene come Mia tratta la beccaccia con il suo naso chilometrico, la beccaccia è senz’altro ancora oltre i quindici metri. Devo trovare un posto possibilmente chiaro davanti al cane in ferma di almeno cinque metri. Senz’altro curare il setter mi muovo, supero un paio d’abeti e arrivo sul ciglio del canale che è piuttosto ripido, ci sono, vedo tutte e due le sponde, sono piazzato bene, attendo. Quando Mia muove, mi aspetto il frullo e imbraccio il fucile, però fatti pochi passi, Mia ferma di nuova ancora più rigida. Abbasso il fucile che tenuto sulle braccia pesa, Mia si è portata a circa cinque metri da dove sono piazzato, la guardo e vedo lo sguardo del setter fisso e cattivo, non muove un pelo, ora tutto è in tensione. Fra poco la beccaccia frullerà, cerco di valutare a che distanza e in che direzione; forse sarebbe il caso che cambiassi di posto, ancora per qualche metro, ma decido di non muovermi. Giro la testa a controllare il setter e per un attimo i nostri sguardi s’incontrano. Un attimo dopo, come avessi chiesto di far frullare, muove, imbraccio tre passi felpati e frulla la beccaccia a circa dieci metri in diagonale, un colpo e la fermo. Tre beccacce, e la prima coppiola da solo. Mia riporta; la felicità è incontenibile, continuo a ripetere il numero tre, tre, pensare che ci sono stati anni che giravo una stagione per rimediarle, e ora in una sola mattinata. Cacciare con la compagnia del setter e mettere assieme tre beccacce sono una bella soddisfazione.

Caccio volentieri in due, ma ogni tanto cacciare da solo e fare carniere mi riempie d’intima soddisfazione.

Quello strano prurito quasi di piacere che nella stagione ottantasei provavo, quando le beccacce prese da solo era più di una non ho mai completamente scoperto se erano intima soddisfazione o gli “ossiuri” che mi ero beccato spartendo la colazione con il cane. Finisco il giro della “valletta” come un automa, e poi, obbligatoriamente mi ritrovo nei pressi della macchina, dove deposte tutte e tre le beccacce assieme, ne assaporo l’effetto: niente male. Sono le dodici e trenta, mangio un panino e intanto penso al da farsi, ho incontrato tre, forse quattro beccacce, e numerose sono stati i colpi che ho sentito, terreno di cerca ne ho finché voglio e le beccacce ci sono. Sono seduto a godermi il sole ancora caldo di metà Ottobre, fra pochi giorni perderà un poco d’inclinazione sull’orizzonte e riuscirà a entrare solo per pochissimo tempo. Anche le beccacce come il sole inizieranno a entrare meno, poi alla prima forte gelata abbandoneranno la selva; ma c’è tempo, ora è solo autunno nel pieno della sua luminosa bellezza. Accoccolato al sole a gustarmi la felicità, che rende ancora più bello il paesaggio, inizio a sentire la stanchezza, vorrei riprendere a cacciare, la giornata è propizia, ciò nonostante la voglia di tornare al paese per raccontare agli amici l’esito della giornata prevale, e poi, per oggi bastano.

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1 Comment

  1. Ciao,

    Apprezzo il modo in cui trasmette l’emozione Sig.Mirco,nelle tue parole, ha un grande sentimento e passione per la caccia.

    Grazie amico.

    Mali Alb

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