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Era finalmente giunto quel gruppo di Milano lassù in Lapponia e dopo che altri amici poco esperti erano partiti, mi sarei potuto divertire con loro, perché non avrebbero avuto bisogno che facessi loro da balia. Il primo giorno di caccia alle pernici bianche era andato bene e un po’ tutti si erano divertiti ed il giorno dopo decisi di andare ad esplorare da solo una parte del territorio verso nord. Non avevo il GPS, ma mi sentivo abbastanza sicuro con la cartina militare che portavo sempre con me nello zaino e la bussola. Le giornate abbastanza fredde (10 gradi) fino a quel momento erano state sempre soleggiate e fin quasi alle dieci di sera, si riusciva ancora a camminare. Preparai lo zaino che come al solito sarebbe pesato parecchio. 

Ancora oggi faccio quel tipo di errore, perché non riesco a farmi mancare niente: un piumino della Patagonia rosso in sintetico che mantiene il caldo anche da bagnato e poi si asciuga subito; una giacchetta antivento sul davanti, ma elasticizzata e ben traspirante sul retro; un impermeabile leggero in GORE-TEX giallo con il sottomanica che si possa aprire con le cerniere, in modo da non morire di caldo e respirare un po’ meglio; un paio di calzettoni di ricambio, perché se si finisce a mollo coi piedi e devi camminare per ancora molte ore, sono dolori; una berretta di pile colorata di arancio; un cordino lungo tre metri per ogni uso;un telo di stagnola da due metri per due che funge da coperta; un coltello molto affilato ma leggero; un thermos col the; una borraccia d’alluminio da ¾ di litro; una confezione di cerotti Compeed per rimediare alle vesciche; un antinfiammatorio generico e potente; un accendino e una scatoletta di fiammiferi; due pasticche di Diavolina per accendere il fuoco sotto la pioggia; una bussola; un pile leggero e poi del cibo come due uova sode, quattro biscotti, tre confezioni di cioccolato fondente, quattro pasticche di Sali minerali e una fiaschetta di Enervit in gel ed infine un panino con la coppa o a volte la mia padella con una confezione di pancetta già tagliata a strisce. Quel giorno avevo la padella e la pancetta con le uova fresche in una scatoletta di plastica.

Avevo sempre un paio di scatolette di carne per i cani, Ero da solo, non avevo fretta e l’uscita sarebbe durata almeno nove, dieci ore. Sarei tornato bello stanco e affamato. Con me trenta cartucce del sei e la mia doppietta del calibro sedici. Due cani: il mitico Buch, setter inglese che ha cacciato con me fino a tredici anni e Poldo un pointer bianco arancio particolarmente potente e focoso. Erano già quattro settimane che uscivano alternativamente tutti i giorni e solo nel cambio settimanale dei gruppi di cacciatori in arrivo, li tenevo completamente fermi. Erano ancora in forma, coi muscoli in bell’evidenza sotto il mantello lucido. Una coppia di cani maschi che andavano sempre d’accordo e che spesso dormivano raggomitolati come gatti. Una bellezza. Gli amici si erano già messi in movimento ed ogni coppia si era diretta nei territori a loro assegnatogli con le cartine in mano e bene in testa. Due grandi montagne sopra ad un lago bislungo ed inconfondibile, una vicina ed una lontana, facevano da punto di riferimento. Inoltre il territorio era praticamente una penisola di trenta chilometri per dieci, dodici ed era impossibile attraversare i grossi laghi che la circondavano. Mi sentivo tranquillo, quei ragazzi non avrebbero avuto problemi. Erano usciti tutti a coppie. I primi due chilometri li feci per scavallare un monte che mi separava dall’immensa vallata alle spalle dell’accampamento. Una volta in cresta, avrei guadagnato un altro po’ di distanza marciando sul crinale. Quando mi sarei deciso a scendere verso le valli ed il bosco secolare di candide betulle e conifere , sarei stato completamente isolato dai rumori e dal resto del gruppo. Non avrei potuto nemmeno sentire i loro colpi di fucile, perché quella dorsale montuosa era una barriera formidabile. Nei giorni precedenti mi era capitato più volte d’imbattermi nelle fatte degli orsi. Avevo visto anche quelle dei piccoli, ma a parte quei segni evidenti, mi era capitato solo di notare un grosso tronco coi solchi delle unghie molto in alto e chiare, quindi freschissime. Ero sul territorio coi miei collaboratori da più di quattro settimane, ma di orsi, non ne avevamo avvistati. Le guide locali ci avevano dato un ciclostilato da distribuire a tutti su come comportarsi in caso d’incontro fortuito con uno di loro; recitava proprio così: evitate di guardarli dritto negli occhi, perché il vostro sguardo potrebbe essere preso come un atto di sfida e attaccarvi. Se lo notate in lontananza, mettetevi a gridare e fate molto rumore, in modo che lui se ne vada, perché disturbato. In ogni caso allontanatevi senza correre dagli orsi. Se siete attaccati, buttatevi a terra, coprendovi la testa con le mani e fate resistenza passiva. Se potete buttate lontano da voi lo zaino, in modo che lui possa essere attratto da quello. Le ferite dell’orso possono essere molto infette. In tanti anni che vado per boschi in tutto il mondo, non ho mai visto un orso. Ne ho sentito l’odore due volte, ma lui non si è mai fatto vedere. Quando ho la doppietta del calibro dodici, spesso ho anche con me un paio di colpi a palla per poter fronteggiare un eventuale animale pericoloso come un cinghiale, ma quel giorno col calibro sedici, ne ero sprovvisto. Il sottobosco lappone è tutto coperto di morbido e umido muschio. Questo tappeto ricopre un po’ tutto e ci si cammina sopra in silenzio con fatica, ma è un gran gusto. Solo sulle Alpi si possono trovare condizioni simili, ma lassù in Lapponia il muschio, di varie gradualità di colore, è esteso per chilometri e chilometri. Avevo tenuto i cani vicino a me per la prima ora, ma adesso scorazzavano felici in libertà. Le renne, come folletti, mi correvano davanti, ma Buch e Poldo le ignoravano completamente. A dir il vero, non le hanno mai curate fin dalla prima volta che le hanno viste, ma del resto anche con i caprioli si comportano così. Degli animali col pelo, solo la lepre scatena il loro entusiasmo. Buch la rincorre a perdifiato e la sgagna come un segugio: mi fa proprio ridere e quando mi capita di prenderne una, lui è proprio felice. All’interno di questi boschi ci sono delle grandi radure tondeggianti dalla grandezza variabile, ma di almeno duecento metri di diametro, ricoperte di erba gialla. Il fondo è torboso. Sotto c’è acqua e camminarci sopra, si prova una strana sensazione, perché si molleggia ad ogni passo,come camminare su un materasso a molle e l’acqua che emerge, ricopre la parte bassa dello scarpone che viene messo a dura prova sulla tenuta stagna. Ormai, negli ultimi anni, gli scarponi buoni sono totalmente affidabili sulla tenuta dell’acqua. Io comunque ogni anno ne rinnovo un paio, per non aver sorprese. Da un po’ di anni utilizzo anche le ghette in cordura della RISERVA di Asolo. La loro particolarità è che il sottoscarpone non è un semplice cavetto d’acciaio o in sintetico, ma sul fianco, all’interno del tessuto della ghetta, c’è agganciata una molla che scorre in una guaina di kevlar. Il risultato pratico è che il cavetto d’acciaio, rimane ben aderente alla suola dello scarpone e se si dovesse impigliare, con la molla che si allunga, non da uno strappo brusco, ma ammortizzato e si rischia meno di romperlo. Mi spariscono i cani in alto sulla mia destra. Bach ha il campano grosso al collo. Me lo ha regalato Sergio, l’armiere ed è l’unico che sento bene, ma che soprattutto mi fa capire da dove proviene il suono. Non c’è niente da fare, noi cacciatori siamo tutti un po’ sordastri e col tempo si perde la direzione dei suoni, perché è solo uno delle due orecchie a calare di qualità. Quel campano ha un suono con frequenza bassa, non squillante e riesco a capire da dove viene il suo “glanch glanch”. È diventato silenzioso lassù sul fianco del monte di abeti. Sarà stato a due, trecento metri. Inizio l’avvicinamento con la doppietta in mano. tutto è silenzio. Sono sparite le renne, non canta nessun uccellino, non c’è il rumore di acqua che corre nei numerosi ruscelli, solo quello dei miei passi. Silenzio. Ho già percorso tutta la radura e prima di entrare nel bosco, mi fermo ad ascoltare se sento il campano. Niente. Vado su, mi allento la cerniera del gillet e impugno la doppietta sollevandola un po’. Al collo ho la mia inseparabile macchina fotografica reflex della CANON con un’ottica da cento fissa e molto luminosa, 1.2. L’accendo, perché quando troverò il cane, se sarà possibile, farò qualche scatto. Vado su con gli occhi sgranati. Il cappello di loden mi si è abbassato troppo sugli occhi e lo devo sollevare un po’. Tengo il fucile con la mano sinistra, spinto contro il fianco destro, e miglioro il mio orizzonte. Mi fermo e ascolto. Il pointer che senza campano, arriva da dietro al piccolo galoppo. Ha capito che sto cercando Buch che deve essere in ferma. Si mette anche lui in atteggiamento sospettoso e col naso al vento, prende la passata del setter. Io lo seguo. Mi sparisce dietro ad un grosso dosso di candido muschio illuminato dal sole. Lo ritroverò al di la in ferma. Buch è più avanti in ferma. Saranno trenta metri, troppo lontano. Devo cercare di avvicinarmi. È puntato verso l’alto. Sfianco il pointer e cammino piano, cercando di portarmi sotto al setter. Sono ormai a quindici metri. Scatto un paio di foto ad entrambi i cani. Poldo il pointer ha lo sguardo spiritato, non penso che senta il selvatico, ma è come ipnotizzato alla vista dell’altro in ferma. Il sole che penetra come lame taglienti dentro al bosco buio, illumina la scena come se sugli alberi avessero messo tanti riflettori ad occhio di bue. Siamo tutti in ferma, io, Buch, Poldo e il selvatico. Il momento è magico. Ora possono succedere un sacco di cose: saltano i nervi a me e comincio a gridare ai cani di forzare e mi muovo per andare davanti a Buch in ferma; saltano i nervi ai cani e si mettono a caricare per fare involare quel mostro che è li schiacciato sul terreno da qualche parte; saltano i nervi al selvatico e cerca una fuga precipitosa involandosi o peggio, di corsa. Che cosa ci può essere lì davanti? Un gallo forcello o una covata intera, siamo a metà settembre, ci può stare che sia una covata ancora unita; un gallo cedrone; una beccaccia; un volo di bianche pernici artiche; un francolino. La mano sinistra che tengo sull’astina della doppietta, inizia a sudare e non mi sento proprio nella posizione ideale per un tiro se il selvatico mi va avanti di sfondata. Decido di fare qualche passo in su verso Buch. So che quella mossa può rompere l’incantesimo magico che si è creato, ma ormai non ne posso più, meglio un avvicinamento prudente ulteriore che stare li fermo ad aspettare gli eventi.a Nella mia impazienza gioca il fatto che in quella zona non sono mai stato e trovare qualcosa, sarebbe la conferma che le mie intuizioni erano esatte. L’aria viene dall’alto, c’è qualcosa che non va, Buch comincia impercettibilmente a muovere la punta della coda. Non ce l’ha più nel naso! Gli è andato via. Allora è un cedrone. Poldo capisce e arriva tutto lungo per affiancare il setter. Si mettono a filare in su. No, non è possibile, se fosse così, Buch avrebbe guidato prima. È sotto! L’aria viene da sopra e il cane è stato ingannato e continua a sbagliare, è sulla passata del selvatico alla rovescio. I cani vanno in alto a passo spedito e in filata su quello che pensano siano l’emanazione diretta dell’animale, ma invece sono solo sulla sua passata, è venuto giù di li, ma si sta dando alla fuga verso il basso. Ne sono quasi certo. Non è semplice dare retta al proprio ragionamento che si fa in una frazione di secondo e non seguire i cani che sembrano avere davanti al loro naso un leone. Mi volto e a passi lunghi e ben distesi vado in giù, sarà quel che sarà. Il campano di Buch non lo sento più, vuol dire che si sono allontanati parecchio, ma se ho ragione io, tornerà indietro tutto trafelato e con lo sguardo serio di corsa. Continuo a scendere, ma che cavolo sarà? Ecco arriva Buch, non mi sono sbagliato, ha capito anche lui. L’altro cane invece non arriva. È col naso in terra, segue la pista come un segugio. Che sia una lepre? Il bosco sta per finire e ricomincia la radura. È il momento della verità, se è tra noi e la radura, volerà, tenterà di andarsene con le ali ed eccolo, eccolo, come una portaerei nera, col rumore di un fuoribordo bimotore, parte a tutta cercando di guadagnare il vuoto della radura. È un gallo cedrone maschio adulto. I suoi cinque chili gl’impediscono di essere velocissimo nello stacco, ma se parte in corsa allora veloce lo diventa subito. La foga me lo fa sbagliare di prima canna, ma lo becco di seconda. S’imbarca, è colpito, ma non cade, esce dal bosco, apre le ali e supera velocemente la radura, ma non prende quota. S’infila subito dentro al bosco. È ferito grave e mi metto a correre per come posso con lo zaino il fucile e tutto il resto. I cani lo inseguono eccitati. Nella radura, c’è una buca con dell’acqua, è profonda un metro, non la vedo, inciampo e ci vado dentro fino alla pancia. Mi tiro su e impreco. Sento l’acqua che entra dentro lo scarpone di sinistra, è ghiacciata e come una lama, si fa strada fino alle dita, ma dopo un attimo non la sento più, si è scaldata subito, vuol dire che è poca. Nell’altro piede invece non ha fatto in tempo ad entrare. Sono zuppo. I pantaloni sono bagnatissimi sul davanti, i guanti sgocciolano e anche la camicia la sento bagnata, ma non fredda. Cerco di accelerare ancora ed entro nel bosco dove ho visto quell’enorme tetraonide entrare ferito. I cani sono spariti. Il campano è lontano, sembra dal battito ravvicinato del campanello, che Buch stia rincorrendo. I Cedroni se hanno le gambe buone, corrono veloci come un cane e con improvvisi cambi di direzione possono far perdere le loro tracce. Ma con Buch sarà dura per lui. Finalmente mi sono avvicinato al punto dove presumibilmente ha messo i piedi a terra. Buch è là ce l’ha tra le zampe, è morto. Poldo è li che gli gira attorno, ma non osa avvicinarsi, sa che la preda è del setter. L’annuserà dopo con calma, quando io gliela farò sentire. Buch sa che io sono il capobranco e che il Cedrone me lo deve portare. Ci prova, ma pesa troppo. Lo trascina per un po’ e poi gli arrivo vicino: bravo Buch, bravo Bucaniere, bravo Nabucco, bravo. Anche tu vieni qua, dai Poldo che non ti fa nulla, vieni qua. È bellissimo, un animale preistorico. Ha le squame sulle dita dei piedi, il becco lungo e ricurvo è duro come un corno, la coda ha penne lunghe quaranta centimetri. È di un nero antracite e le penne del collo sembrano tanti piccoli ventagli. Sarà almeno cinque chili. Sono felice, molto felice. Avrà, guardandogli il becco così lungo più di otto anni. I cani sono li accucciati, si godono anche loro la vista della preda. Li canzono un po’: “se non fossi stato io a capire che era andato in giù chissà dove sareste voi a quest’ora” e li accarezzo e li liscio e li coccolo e loro capiscono e uggiolano festosi. Mi guardano negli occhi. Occhi sinceri che non sanno mentire. Comincio a sentire freddo, devo andare al sole e accendere un fuoco. Ho imparato in Lapponia che il sistema più rapido per appiccare un fuoco è quello di servirsi della corteccia di betulla secca. Lì attorno ce ne è in abbondanza. Ormai è ora di mangiare un boccone e allora m’incammino per trovare un ruscello ed accamparmi. Ce n’è sempre qualcuno che viene giù dai monti, ma quel giorno per trovarne uno impiegai mezzora. Finalmente l’acqua limpida è li a portata di mano. Sento un fastidioso “bruciorino” dietro al calcagno del piede bagnato. Mi sarò fatto una bolla, una fiacca insomma. Il fuoco brucia che è un piacere, sono al sole che va e viene dietro a rapide nuvolaglie. Le betulle li attorno mi serviranno d’attaccapanni e metto tutti i vestiti bagnati ad asciugare. Guardo l’ora e mi accorgo che l’orologio si è fermato. Dalla fame sarà l’una. Per asciugare tutto mi ci vorrà un’oretta e così metto sul fuoco la padella a scaldare. Sono in mutande con gli scarponi e i piedi nudi, per far asciugare bene le calze anche se ne ho un paio di riserva. Sul calcagno dove ho fatto una bella bolza, metto un Compeed ed il problema è risolto. Il piumino sintetico mi scalda a sufficienza. La maglietta da sotto in Capilene sarà asciutta presto. Il profumo che fa la pancetta con le uova, farebbe resuscitare anche il Cedrone se non lo avessi già ben starnato. Le interiora peseranno più di mezzo chilo ed è peso in meno da portarsi dietro. Abbiamo mangiato tutti e tre. Ora sono sdraiato in una piccola conca di muschio asciutto, avvolto nella coperta di stagnola, col fuoco che arde a due metri e un bel bicchiere di the caldo in mano. Aspetto solo di chiudere gli occhi ed usare lo zaino come un morbido cuscino. Posso dormire mezzoretta, così tutto si asciuga e posso ricominciare l’esplorazione facendo un semicerchio a U per portarmi verso l’accampamento. Se decidessi di andare per la via più breve verso il campo, mi ci vorrebbero circa quattro ore, allungandola un po’ per coprire più territorio, ce ne vorranno sei. Non so se è una buona idea, ho il cedrone da portare e poi il tempo sta cambiando, l’aria si è rinfrescata, non vorrei prendere dell’acqua. Ci dormo sopra un po’. Mi sveglio che le prime gelide gocce vengono giù pesanti. Mi muovo rapidamente per vestirmi. I panni sono ancora umidi, ma vanno bene. I calzini li metto nuovi. Sono costretto a mettere su l’impermeabile di GORE-TEX. Ora piove per davvero. Non ho con me i cosciali impermeabili, ma fa lo stesso. Ho le ghette fin sotto alle ginocchia e l’impermeabile arriva fino all’inguine, vado bene. In testa ho il solito cappello di loden, avrà vent’anni e l’acqua la tiene bene e poi ho anche il cappuccio. Le nuvole si compattano e non vedo più la montagna di riferimento, ma non fa niente, devo andare in là. Cammino per un paio d’ore e i cani trovano un bel volo di pernici artiche; sono numerose, quattordici o quindici. Non gli sparo, ci porterò gli amici il giorno dopo. Ne trovo un altro volo vicino ad una radura di erba gialla, ne stacco una, per mangiarla alla sera al rientro. Il petto di pernice artica fatto in padella con un po’ di panna e cognac è una prelibatezza. Si prepara in pochi minuti, perché la pernice basta scuoiarla ed è un attimo. Il segreto sta nel non farla cuocere troppo, deve essere ancora rossa dentro e poi ci metto dentro il fegato e il cuore. Un buon bicchiere di vino e ci si sente in paradiso.
La pioggia era diventata violenta, il pointer si era agghiacciato e faceva il “bagarozzo” con grande sofferenza. Se mi fermavo sotto ad un larice a prendere fiato, Poldo si metteva a scavare per creare un rifugio. Cominciavo ad essere stanco. La visibilità si era ridotta di molto e spesso le nuvole sfioravano il terreno ed una fastidiosa nebbia non mi faceva vedere a più di dieci, quindici metri. Non pensavo di essermi perso, ma alcune certezze erano svanite. Intanto non riuscivo a capire se la montagna che avevo sempre avuto sulla mia sinistra era finita e quindi se avevo iniziato a girarci attorno. Pensai anche di andare su in vetta, ma poi con quella visibilità non avrei visto niente. Avevo tolto il campano dal collo di Buch, perché ormai anche lui, tutto fradicio, mi girava vicino. Ogni tanto, come una voce lontana, mi sembrava di sentire un campanellino, ma non potevano essere i miei compagni di caccia, poteva essere solo una renna semidomestica. A volte i pastori Lapponi usano mettere alle renne dei collari arancioni e anche un campanellino. Non so a cosa possa servire esattamente, ma quel suono cristallino ogni tanto mi giungeva nel vento. Trovai un abete enorme e mi fermai un po’ a riflettere. Li sotto si stava asciutti. In terra c’era la polvere e le fatte vecchie di un Cedrone. I rami tutt’intorno toccavano in terra, era un buon riparo. Dovevano essere le quattro o le cinque del pomeriggio ed era dalle otto del mattino che ero in giro. Non dovevo essere molto lontano dal campo. Nella mia testa c’era il percorso che avevo fatto, ma sulla cartina, non vedendo per la nebbia, non riuscivo ad avere certezze. A quel punto avevo poche alternative: tentare di scavallare il monte che stava sulla mia sinistra e tentare di finire nella valle del nostro campo e poi sperare che la nebbia si aprisse un po’ per riconoscere i monti grandi , quelli di riferimento. Oppure fare il nido ed aspettare che schiarisse. Era troppo presto per fermarsi, lo avrei potuto fare più avanti. Preferivo tentare di rientrare. Esortai i cani a riprendere il cammino. Mano a mano che prendevo quota sul monte, il bosco si diradava e il vento e la pioggia entravano tra gli alberi sempre con maggiore forza. Dovevo tenere calde le mani. Ero sufficientemente coperto per la marcia, anzi sudavo copiosamente dentro all’impermeabile, ma la pioggia era gelata. Del resto in Lapponia anche su monti di appena mille metri, nei versanti a Nord, rimangono ghiacciai perenni e quindi lì la temperatura scende anche in luglio e agosto, sotto lo zero. Salendo uscii completamente dal bosco dove i mughi e i licheni che col sole assumono colorazioni brillanti, erano grigi come il piombo. I cani dietro di me e cercavano di stare al riparo della mia figura. Sopra al cappello di loden mi ero infilato il cappuccio dell’impermeabile in GORE-TEX, perché il vento mi spingeva l’acqua dentro al collo e giù per la schiena ed invece con quel riparo perdevo in visibilità ed udito, ma intanto non c’era nulla da sentire e purtroppo da vedere. Il pericolo di quando si arriva sul crinale di un monte spoglio di vegetazione e quasi piatto è quello di non riuscire a tenere una direzione precisa e di trovarsi a scendere dal versante sbagliato; figuriamoci se la visibilità è quasi azzerata. Fino a che riuscii a capire che sulla mia destra c’era la pendenza da dove ero salito, riuscii a mantenere una direzione logica, ma appena me ne allontanai, iniziai a camminare senza più una meta. La visibilità, il vento e la pioggia intensa mi fecero andare in confusione e l’acqua che prima veniva giù fitta, si trasformò in ghiaccio. Le palline di ghiaccio producevano sul cappuccio un rumore intenso, come quello di una macchina da cucire che ripete i punti ininterrottamente. Mi pentii di non aver fatto un campo sotto quel comodo abete dalle grandi fronde, ma ormai era fatta. Mi orientavo con molta approssimazione solo col vento che dovevo tenere dietro da destra, proseguii per una buona mezzora, fino a quando non ricominciai a scendere. Se non mi ero girato di molti gradi, dovevo aver raggiunto il versante della valle dove doveva esserci il nostro Campo fisso. Cercai accelerando il passo di raggiungere il bosco dove il vento mi avrebbe tormentato con meno intensità. Ogni fosso e rigagnolo, si era trasformato in torrente e mano a mano che calavo, mi rendevo conto che i torrenti, una volta raggiunte pendenze meno accentuate, si sarebbero allargati e avrebbero potuto creare seri ostacoli per attraversarli. Non avere l’orologio che funzionava, mi metteva più di malumore. Ormai dovevano essere le sei di sera e potevo camminare per tre ore, ma poi mi sarei dovuto accampare e prepararmi a passare la notte. Non sarebbe stato facile. Giù nel bosco di abeti e betulle, il vento non dava più fastidio e l’acqua era tornata semplice pioggia. Mi tolsi il cappuccio, perché con le orecchie libere mi sembrava di vederci anche meglio. Ormai non avevo più una meta, cercavo di seguire il declivio, sperando d’incontrare il grosso fiume che alimentava il lago ai piedi della montagna grande. Se l’avessi trovato, lo avrei potuto seguire per un bel tratto e poi sperare di farmi sentire con qualche fucilata per aria dai miei amici. Il terreno mi sembrava tutto uguale. La visibilità era sempre solo di dieci quindici metri e sentivo che mi stava tornando un certo appetito. Il cedrone che avevo dietro nello zaino mi sembrava pesasse sempre di più anche perché lo zaino, nonostante l’avessi coperto con il suo involucro impermeabile si era bagnato e ci metteva anche del suo sulle mie spalle. In Lapponia c’è un fenomeno strano che noi notiamo tutti gli anni: anche nei terreni inclinati, l’acqua non corre via e si cammina spesso con i piedi a mollo! Con tutta la pioggia che stava facendo spesso avevo gli scarponi immersi fino alle caviglia ed anche quelli erano diventati pesanti. Provai a sparare tre colpi distanziati di un minuto l’uno dall’altro. So che il rumore di una fucilata si può sentire da molto lontano, ma a volte ,se il vento è contrario o c’è qualche promontorio in mezzo, non si sente affatto anche da poche centinaia di metri. Ma valeva la pena tentare. Tre colpi cadenzati da un minuto l’uno dall’altro, avrebbero permesso a chi li avesse sentiti, d’individuarmi e rispondere nello stesso modo. I bracconieri, non sparano mai più di un colpo, perché, se una guardia non è troppo vicina, con un colpo solo, non riesce ad individuare la direzione con precisione. Tre, dovevano essere sufficienti. Dopo averli sparati e aver così messo in agitazione i due cani che non avevano capito a cosa diavolo avessi tirato, mi misi immobile in ascolto. Attesi per almeno dieci minuti, ma solo il rumore della pioggia entrava nelle mie orecchie. Ripresi la marcia per un’altra mezzoretta e ripetei l’operazione, ma il silenzio era l’unico rumore che mi pareva d’udire. Non c’era ormai più niente da fare se non cercare un riparo notturno. Non volevo correre il rischio di farmi sorprendere dal buio. Un grosso abete era lì che sembrava aspettasse proprio me, aveva il difetto che a pochi metri ci correva un torrentello impetuoso e il rumore che produceva era veramente assordante. Per quel motivo non lo scelsi. Non volevo rischiare che i miei amici, capendo che non riuscivo a rientrare si fossero messi a sparare un colpo ogni tanto ed io non riuscissi a sentirli, magari da poche centinaia di metri per quel fiumiciattolo. Mi ci volle un po’ di tempo per trovarne uno adatto. Sotto c’era ancora un po’ di polvere nonostante piovesse da parecchie ore. Era un posto che mi garantiva una buona protezione dalla pioggia e dal freddo che cala dall’alto nelle ore notturne. Buch capì subito che da li non ci saremmo più mossi e si mise a scavare una buca immediatamente imitato dal pointer. Girare a fare legna, mi costringeva ad allontanarmi almeno cento cinquanta metri dal mio abete, perché li attorno c’erano solo conifere e a me serviva, almeno inizialmente legna di betulla per accendere il fuoco e poterlo alimentare tutta la notte. C’era il rischio serio di non trovarlo più “il mio abete” e quindi tolsi dallo zaino il cedrone e col cordino lo attaccai sull’abete ad un metro e mezzo d’altezza. Legai anche Poldo e gli misi al collo un campanellino. Buch lo lasciai libero, ma anche a lui misi il campano, quello grosso e gli ordinai di stare li al terra. Non se lo fece ripetere due volte. Il fucile di tre chili, era un peso inutile e l’appoggiai al tronco. Mi portai sulle spalle lo zaino. Trovai delle betulle secche e iniziai a raccogliere legna bagnata fradicia e, dopo averne accumulata a sufficienza, mi sarei messo a trasportarla al “mio abete”. Pioveva ancora forte e la nebbia a momenti diveniva così fitta da non vedere oltre al mio naso. Sudavo copiosamente e quando mi sarei fermato da tutto quel raccogliere, cercare e ammucchiare, avrei dovuto accendere subito un grosso fuoco per non agghiacciarmi troppo velocemente. Ci mancava che prendessi una polmonite e poi la frittata sarebbe stata completa. Ero lì assorto nei miei pensieri, quando sentii i cani abbaiare. Nella nebbia mi sembravano molto lontani, ma non doveva essere così, al massimo duecento metri. Abbaiavano insistentemente tutti e due e nell’agitazione scuotevano il corpo, perché anche i due campani davano la voce con insistenza. Che cosa diavolo li aveva eccitati così. Non abbaiavano mai. Poi la voce del pointer mi sembrava di non averla mai sentita da quando l’avevo. Forse una renna era apparsa all’improvviso. Provai a fargli un fischio, ma produssi l’effetto contrario, gli abbai s’intensificarono. Iniziai ad andargli incontro con una certa curiosità, ma anche un po’ di apprensione. Il vento, che adesso mi soffiava in faccia, portava la voce dei cani e dei campani, come se fossero lì vicino, ma in effetti avevo percorso non più di cinquanta metri e ne dovevo fare ancora più cento. La pioggia mi grondava davanti al viso dalla tesa larga del cappello di loden. Mi sembrò d’intravvedere un animale che si allontanava nella nebbia alla mia destra, ma fu più una sensazione che altro. Stavo arrivando ai cani, quando li vidi che mi venivano incontro. Poldo aveva con un morso reciso il guinzaglio di cuoio ed entrambi avevano il pelo ritto sulla schiena. Mentre mi guardavo intorno, tentai di rassicurarli e loro furono molto felici di rivedermi. “ che cosa c’è avete visto una strega? dai che fra un po’ vi do da mangiare”. Mollai lo zaino all’abete e presi su la doppietta: non si sa mai. Portare avanti e indietro la legna mi sfinì completamente. La nebbia a tratti si diradava, ma la pioggia non mollava di un centimetro. Accendere il fuoco con la legna tutta bagnata non era un’impresa facile, ma ci riuscii con la soddisfazione di tutti e tre. Poldo e Buch erano ancora agitati, quando il setter si rimise ad abbaiare guardando oltre le mie spalle. Istintivamente presi in mano il fucile e rimpiansi di non avere con me due cartucce a palla. Poi anche Poldo iniziò a dare la voce. Il cielo era ormai scuro e cupo come il piombo. Per quanto mi sforzassi di cercare di vedere qualcosa non vidi nulla, ma dopo un po’ finalmente sentii in lontananza il suono cristallino di un campanellino che si spostava in lontananza. Erano le renne, niente di pericoloso. Probabilmente le stesse che avevo sentito alcune ore prima. Abituate alla presenza dell’uomo, forse mi avevano seguito da lontano già da alcune ore ed anche loro erano ormai pronte a fare una sosta. Sgridai i cani e li feci smettere di abbaiare. Il fuoco fumava con intensità insolita, la legna bagnata friggeva come polenta nell’olio, ma ormai, se lo avessi alimentato regolarmente, non si sarebbe più spento. Era venuto il momento di raccogliere anche un bel po’ di rami e tronchi di abeti che erano numerosi tutt’intorno, poi avrei pensato al mangiare, per me e i cani. Avevo rimasto poco del cibo preso su dalla mattina, ma ero attrezzato con la padella e il petto e le cosce della pernice artica, con quelle del cedrone, sarebbero andate benone per sfamarci tutti e tre. Nel tirare su la legna di abeti, mi ero bagnato tutto. Dentro ero fradicio dal sudore e ormai la parte più asciutta del mio corpo era la lingua. Mi sarei cambiato con quello che di asciutto avevo dentro lo zaino e avrei provato ad asciugare almeno la camicia e la maglietta in capilene per vedere di passare la notte in modo decente. Ormai i cani dormivano della grossa ed avevo finito di spennare la pernice, intanto le ombre prodotte dalle fiamme del fuoco, si erano fatte più rimarcate, perché probabilmente erano le dieci di sera e la notte avanzava velocemente. Aveva finalmente smesso di piovere e il rumore delle gocce di pioggia che mi avevano accompagnato nelle ultime ore si erano dissolte lasciandomi solo col crepitio del fuoco ed il soffio di un vento leggero. Il “mio grosso abete” aveva tenuto bene la pioggia e per due metri abbondanti il terreno era asciutto. Alzai gli occhi cercando dove avevo appeso il cedrone per staccargli le due cosce e preparare nella padella un arrosto che sarebbe stato un po’ insipido, ma in questi casi la fame supera le sfumature culinarie. Mi sembrava di averlo legato da quella parte dell’albero,ma evidentemente, nella fretta di voler andare a fare la legna, lo avevo legato ad un altro dei grossi rami che arrivavano fino a sfiorare i terreno. Non riuscivo a trovarlo. Mi sembrava impossibile di non vedere un cedrone legato per i piedi e a testa in giù sotto ad un abete. Era buio, ma il barlume del fuoco creava sufficiente chiarore. Poi vidi ciò che il mio cervello si rifiutava di capire: il cordino giallo era legato al ramo e le due zampe erano ancora li attaccate, ma tutto il resto era sparito. Era stato strappato con forza, direi con violenza. Il cedrone mi era stato portato via da sotto il naso. Ma chi poteva aver fatto una cosa del genere? Ora capivo i cani che abbaiavano, che rizzavano il pelo, che non si volevano allontanare dalle mie gambe. Mi misi in spalla la doppietta e con un tizzone acceso, tentai di capirci qualcosa. Era certamente stato un animale. Il cordino giallo da rocciatore era molto resistente e il nodo che avevo fatto, allo strappo si era stretto con decisione e il ladro, tirando aveva reciso le ossa e la pelle delle due zampe grosse più di un centimetro l’una. Per le mie conoscenze di carnivori in quella zona della Lapponia che potevano aver fatto una cosa del genere c’era: l’orso, la lince, il lupo, il ghiottone. Escludevo la volpe , perché ai cani non avrebbe fatto paura e non credo che avrebbe avuto il coraggio di sfidarli così da vicino. Anche il lupo mi sembrava assolutamente improbabile, intanto perché nessuna delle guide me ne aveva parlato che ce ne fossero in quella zona e poi anche il lupo credo che dei cani dovesse avere un certo timore. Il ghiottone e l’orso invece erano capaci di una prodezza del genere. Come ferocia il ghiottone supera quella dell’orso. È un animale che non teme il cane, anzi se gli capita a tiro, se lo mangia volentieri e lo trova semplice da catturare. L’anno prima Cesare aveva perso dietro ad un gruppetto di renne una giovane setter e Blind, la guida lappone ci diceva che probabilmente non l’avremmo più ritrovata, perché coi ghiottoni che c’erano in quella zona del Circolo Polare Artico, avrebbe fatto la fine di un hamburger. Poi invece la cagnina dopo cinque giorni, venne avvistata incredibilmente dal pilota dell’idroplano che ci veniva a prendere a fine gita e recuperata. Il ghiottone quella volta era rimasto a pancia vuota. Se il carnivoro era un ghiottone, non mi dovevo preoccupare, perché se fosse tornato con idee bellicose nei confronti dei miei cani, una fucilata lo avrebbe riportato a più miti consigli. Il ghiottone è un animale sui trenta chili e i pallini da cedroni avrebbero fatto facilmente il loro dovere. Ma se il ladro era un orso le cose cambiavano enormemente, perché la doppietta con quelle cartucce non sarebbe stata in grado di risolvere la situazione. Sono convinto che una fucilata a bruciapelo sul muso e comunque in testa ad un orso può ferirlo fino ad ucciderlo, ma non riesce a farlo istantaneamente e questo gli darebbe il tempo di ferirti fino ad ucciderti. Non potevo dormire e non potevo mettere sul fuoco la padella con la pernice artica dentro, poteva essere un’attrazione fatale. Avevo avuto la sensazione di vedere la sagoma di un animale che si allontanava, mentre stavo tornando dai cani che abbaiavano. Quell’animale non era piccolo come un ghiottone, ma la mia mente l’aveva registrato grande come una renna. Era più facile che fosse un orso. Magari una femmina particolarmente affamata da spingersi ad avvicinarsi così tanto ai cani per procurarsi quattro, cinque chili di carne di un cedrone morto? E perché non si era avventata su un cane legato? Forse perché il suo obiettivo era il cedrone morto? Un brivido freddo mi percorse tutta la schiena. I cani sfiniti lo avrebbero sentito avvicinarsi? Mi ricordai che un vecchio armaiolo consigliava a chi era a caccia di stanziale, di modificare alla bisogna, la tradizionale cartuccia a pallini, nel caso di un incontro col cinghiale, facendole un’incisione a due centimetri dall’orlo, in modo che tutti i pallini potessero partire dentro al bossolo e formare così una palla unica. Mi misi ad incidere due cartucce col coltello. Chissà se quel metodo così empirico avrebbe funzionato. Se anche non fosse stato efficace, non avrebbe prodotto effetti negativi. Il mio stomaco brontolava e finii i biscotti rimasti col the ancora caldo. Mi sentii subito meglio. Infilai la maglietta della salute asciutta e la camicia umida. Mi coprii con tutti i vestiti a disposizione. Portai i due cani vicino a me, uno a destra e l’altro a sinistra e con la coperta di stagnola li coprii entrambi mettendo al caldo anche le mie gambe e il ventre. Sullo stomaco e con le braccia scoperte, tenevo la doppietta di traverso. La schiena appoggiata allo zaino e al tronco. Stavo comodo; non mi dovevo addormentare, o almeno lo dovevo fare con un occhio solo. Ero molto stanco, la giornata era stata lunghissima e camminare così tanto sotto la pioggia mi aveva sfinito. E poi anche la tensione di dover passare fuori la notte sotto le stelle lapponi aveva contribuito a consumare tutte le mie energie e mi addormentai come un sasso. Non so per quanto tempo ero svenuto, ma stava appena schiarendo. Aprii gli occhi e il cuore per poco non mi schizzava fuori dal petto quando mi resi conto del pericolo che avevo corso. Addormentandomi, ebbi una reazione come quando si guida l’auto da molte ore e il sonno si sta impadronendo di noi e quando si sta lì, lì per cedere al sonno, ci si ridesta di soprassalto e l’adrenalina per la paura ci dà una scossa forte e ci si sveglia completamente col cuore che batte forte. I cani dormivano, la nebbia se n’era andata, non pioveva, ma il fuoco se n’era andato con la notte. Dovevo riaccenderlo, sentivo freddo. Eravamo vicino allo zero e le braccia erano gelide come ghiaccio. L’ultimo goccio di the ancora tiepido mi diede sollievo. Riaccesi il fuoco con rapidità. La legna era ormai asciutta e sotto covava ancora della brace viva. Lassù a quelle latitudini, non arriva mai la notte ed anche l’alba è lentissima a mostrarsi. Tutt’attorno era ancora buio, solo all’orizzonte si notava un grigio chiarore e le betulle con i tronchi bianchi mostravano sul filo dell’orizzonte quei loro rami smilzi rivolti all’insù come braccia tese verso l’infinito. Se mi viene da pensare alla poesia di Ungaretti, “M’illumino d’immenso” mi vengono in mente i rami delle betulle verso il cielo grigio dell’alba. I due cani, dopo essersi stiracchiati i muscoli e fatto un pisciatina, si riaccucciarono contro le mie gambe. Pensavo che quando sarebbe spuntato il giorno, tutto mi sarebbe tornato più semplice; avrei riconosciuto una delle montagne alte e ritrovato l’orientamento e il Campo base. I miei amici sarebbero stati in pensiero ancora per poco, perché li avrei raggiunti rapidamente. Probabilmente li avrei trovati ancora sotto le coperte. Già immaginavo di poter bere una tazza di caffè e mettere sotto i denti due uova con la pancetta. Questa volta fu Poldo il pointer a scattare per primo! Con quel vocione avrebbe fatto davvero paura se non fosse stato che era lui ad averne tanta di paura. Buch drizzò le orecchie, e iniziò a ringhiare. Mi misi subito in piedi togliendo la sicura dalla doppietta. Ero attento e determinato. Non avevo paura, ma i nervi erano tirati e tutti i miei sensi all’erta. Sentii il suo odore. Fu un attimo e poi svanì nell’aria che nel frattempo si risvegliava con l’alba. Ne ero certo, l’odore era quello dell’orso, lo ricordavo bene. Sapeva di selvatico. Non era come quello del cinghiale, ma piuttosto un misto con quello del bufalo africano e il cinghiale. Un odore forte e penetrante, ma morbido, non pungente. Era l’odore di un animale in salute. Poi sentii come un cigolio prodotto da un cardine poco oliato. Mi voltai un po’ sulla destra e quello strano rumore lo risentii di nuovo. Poldo aveva perso ogni ritegno e abbaiava furiosamente con il pelo ritto su tutta la schiena, sembrava gli avessero fatto un bassorilievo sopra alla spina dorsale di colore marrone. Buch continuava a minacciare il mondo intero ringhiando anche lui a pelo dritto, ma con più dignità digrignava anche i denti come se si stesse aspettando un attacco. Allungai la mano sinistra sulla testa di Poldo che smise all’istante di abbaiare e si mise a ringhiare minaccioso. I due cani erano pronti al combattimento. Così non li avevo mai visti e non mi capitò mai più di rivederli. Il Generale Custer, quando circondato dagli indiani si mise con le spalle contro i carri per fronteggiare l’ultimo fatale attacco, doveva essere messo come noi tre in quel momento: pronto a vendicare cara la pelle! Mi assicurai di avere la cartucciera scoperta sulla pancia per poter ricaricare in fretta e spalancai ancora di più gli occhi per cercare di vedere un movimento oltre ai primi abeti che erano ad appena otto, dieci metri. Quella fila di conifere m’impedivano di vedere sufficientemente lontano e la loro ombra nera creava sotto le fronde aree assolutamente ancora buie. Pensai di sparare un colpo in aria e ricaricare subito la doppietta. Feci fuoco verso il cielo e ricaricai. Dopo due minuti sentii un colpo di fucile e dopo trenta secondi un altro. Provenivano di fronte a me a non più di due chilometri. Erano i miei amici. Verrò poi a sapere che stavano tutti dormendo ma che a Lucio era scappato di fare due gocce e così mentre era fuori dalla baita, aveva sentito il mio colpo e subito si era affrettato a tirarne due, con la conseguenza di svegliare di soprassalto tutti gli altri che come fulmini erano corsi all’aperto a vedere che cosa stesse succedendo. I cani si rimisero ad abbaiare, ma lo facevano in modo diverso, quasi per gioco. La tensione si era allentata. Potevamo rimetterci in marcia. Sempre stando sul chi vive, e con il chiarore del giorno che sgomitava per fare sempre più luce, m’incamminai riconoscendo la montagna alta; ero proprio vicino. L’orso non lo avevo visto, per fortuna neppure quella volta, ma l’odore e quel cigolio non li dimenticherò più.