CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

BATTESIMO DELL’ALPE di Alberto Chelini

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M’erano sempre parsi mostri. Animali da far vedere chiusi in gabbia alle fiere dei paesi o da esporre, imbalsamati, in locali rustici dove si voleva costruire un’aria fittizia di montagna svizzera, col solito trito cattivo gusto di chi ha il pallino di creare ambienti artificiali. Quel cacciatore dell’Italia Centrale poteva pensare di poter cacciare sul serio volatili come il forcello e la bianca (la coturnice la conosciamo bene), mitici, in certo senso? Così colsi al volo la possibilità di vederli (a sparare neanche ci pensavo): versai per vaglia postale la quota di associazione per la “riserva alpina” (più cara al primo anno), e partimmo per il lungo viaggio. Il posto mi piacque appena entrai nella valle dove la riserva si trova. La strada, lasciata la principale, entrava in una enorme gola dove serpeggiava attaccata ai suoi fianchi, scavandoli, a volte, cosicché la montagna finiva per far da pensilina alla strada, che ci correva dentro e sotto, lasciandoci un enorme vuoto, come se un bruco gigantesco ci si fosse aperto il cammino.

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Le pareti quindi si aprirono e il loro cupo colore lasciando il posto a prati verdissimi (parevano passati al Ducotone), a ruscelli, a larici, a vette nude con le slavine pendenti, e ad un paese pulito, naturale, con le case di pietra e il campanile moresco. Qualche mucca color caffelatte vagava in giro.

Piero, davanti alla farmacia, ci accolse con un grande sorriso: “E’ tardi — disse — ormai non si può andare a vedere i galli, ma domani li sentiremo”. Mi pareva di essere in un altro mondo e mentre nella stanza col pavimento di legno dell’albergo tiravo fuori dal sacco i vestiti da caccia, guardavo preoccupato certe vette che s’incastravano nel cielo, l’una dopo l’altra, strappando in due il rettangolo della finestra, é mi chiedevo se le mie negative qualità di arrampicatore mi avrebbero costretto ad arrendermi pochi metri dopo il pratino verde dove pascolavano le mucche color caffelatte sbiadito di cui sopra.

Furono giornate furibonde. La prima in un gran bosco di larici, navigando nell’acqua che scendeva da certe nuvole che parevano non voler smettere mai, mentre sipari di pioggia, sospinti da un vento maligno, precipitavano giù dal passo a sommergere i fianchi di quell’inizio di valle. I galli erano stati scacciati la sera precedente. La covata, individuata da Piero con millimetrica precisione, era sparsa nel bosco per tutta la montagna, con i componenti che si mostravano a più riprese nelle più varie maniere. Primo fu un galletto che andò via, da furbo, di dietro a un larice prima dei cani, ma non lo raccontò. Poi fu la volta di un enorme vecchio, che mi sembrò per aria un barilotto, con le sue brave penne a lira, che saltò su lunghissimo e volò sopra i larici gettandosi giù in basso, vertiginosamente. Poi vennero le femmine, due. Una ferita che partì davanti ai cani in ferma cercando di camminare sui rododendri: le ali non la reggevano. la seconda fu salutata invece da un corretto presentat’arm, e la vedemmo andare giù verso la valle nella stessa direzione del gran maschio: l’apertura ai galli si chiuse con un magro carniere, attorno alla stufa del rifugio, mentre i vestiti si asciugavano riempiendo di vapore la stanza, con tra le mani una tazza di vino “brulè” (scorza di limone, zucchero, garofano e cannella in vino caldo). Piovve anche il lunedì da mattina a sera, rovinando l’uscita a bianche, possibile nell’altra provincia della quale eravamo al confine. Il martedì mattina fu pure acqua, fino a mezzogiorno, quando un sole sottile riempì di perline luccicanti ogni prato della valle.

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Ci trovammo in quota in poco tempo; la Jeep saliva bene il fianco della montagna, per una strada buona, i posti erano belli e agevolmente cacciabili, ma il sorriso si tramutò in rammarico quando alla malga trovammo la solita “500” adibita a trasporto cacciatori. La montagna compiva un gran giro, formando un vasto anfiteatro con alla destra le vette di casa, mentre in fondo, aperta come in un baratro, stava la Val Camonica, con l’Adamello a sinistra ed in faccia un certo “pino Palù” che, chissà perché, al nome mi ricordava un buffo personaggio barbuto e stizzoso del “Corriere dei Piccoli”. La nostra, considerammo alla vista dell’Adamello, sarà l’offensiva dell’Ortigara: le bianche si arrenderanno.

Non fu così.

Mi misero in mezzo. Piero, con i cani più esperti, percorreva la cesta con l’occhio ai due versanti, l’altro amico un sentiero più in basso, in tutta comodità. lo, a mezza costa, mandavo accidenti a un certo armiere delle mie parti che aveva pensato bene di affibbiarmi stivali di gomma a meta gamba con suole dalla scul-tura quasi liscia: sarebbero andati bene per un ortolano. Ogni passo, sull’erba bagnata e dura come il falasco, era un miracolo d’equilibrio e tante volte rimpiansi le fedeli scarpe di cuoio lasciate in albergo, memore del gran guazzo d’apertura. A mezzo cammino avvenne la beffa: adocchiato un roccione che emergeva dal mare circostante di erba maledetta mi diressi di gran lena alla sua volta. Avevo appena iniziato l’attuazione del proponimento quando una fucilata mollata da due brutti valligiani che mi venivano incontro coperti dalle rocce mi mostrò allo stesso tempo la presenza di loro (vestiti alla tirolese) assieme alle bianche, che spiccionarono per aria, in compagnia di una gran brigata di cotone levatasi dalla roccia con un’alta protesta. La giornata si chiuse li e mi parve d’auspicio per il giorno dopo, che avrebbe visto la seconda ed ultima uscita a galli.

Fu una giornata gloriosa, col sole che, finalmente, cacciato via ogni vapore, faceva splendente la montagna: arrivò inaspettata la sera dopo l’esplorazione di un bosco di larici tutto buche profonde ed intrichi e di un gran costone di pini nani e rododendri. Tre vecchi galli, sotto le fucilate, si aprirono nel cielo come fiori e lasciarono le code, uno dopo l’altro, davanti a ciascuno di noi. La montagna aveva compensato quattro giorni di fede offrendoci, in giusta ripartizione, il suo frutto migliore.

Il mondo di caccia dell’alpe mi è parso tutto a sé, con certi valori che possono repentinamente capovolgersi e con difficoltà completamente diverse. I cacciatori di là più che una serie di accorgimenti assumono, prima di tutto, una mentalità che è ben precisa. Con tale atteggiamento tutto diventa automatico, o, meglio, ispirato infallibilmente, quasi dettato da un riflesso condizionato che non li fa sbagliare. Chi si avvicina per le prime volte alla montagna è nudo di fronte alla sua mole, alle sue difficoltà, ai suoi selvatici: poco può sperare di apprendere da chi lo guida, troppo ovvie sono, secondi i valligiani, le cose da fare e troppo breve è il soggiorno. Chi invece è reduce da esperienze fresche può avere ancora in mente le difficoltà reali della caccia alpina, considerate nel loro ambito umano, ambientale, cinofilo e selvagginesco, e per questo, finché le si ricordano, è bene raccontarle. Uno dei grandi motivi di spiegazione di molti atteggiamenti, fenomeni, comportamenti e accidenti è dato inequivocabilmente dal fatto che la selvaggina delle Alpi è unica ed irripopolabile. Starne, fagiani, lepri si acquistano e si liberano, si ricostituiscono in poco tempo (basta aver soldi da spendere) patrimoni di selvatico distrutti e si vivificano alla svelta piaghe venatoriamente deserte.

Per cedroni, fornelli, coturnici, lepri e pernici bianche tale possibilità fortunatamente non esiste. Il cacciatore di monte ama la sua selvaggina e ne è geloso, diffida dei forestieri, non li vuole, sa che di fronte al monte sono inermi e raramente accetta di portarli con sé a sparare ai suoi selvatici, anche se qualche volta rifiuta soltanto per non apparire “traditore” agli occhi compaesani. Non bisogna perciò stupirsi alle sue reticenze, ai silenzi, agli atteggiamenti inspiegabili che talvolta assume: occorre capirlo, prevenirlo, magari proponendo di tornare avendo due galli in carniere, dicendo di essere stanchi, anche se non è vero e resta da battete ancora metà della montagna. Lui, se fosse stato solo, sarebbe tornato egualmente: e non c’è da temere che lo avrebbe fatto per la stanchezza fisica. I cacciatori delle riserve alpine, pur essendo venatoriamente formidabili, acquistano tutti la mentalità protezionista, essendo attentissimi, quasi gelosi della loro selvaggina.

La montagna richiede attrezzature speciali, non eccezionali però. A cominciare da una buona sega, da tenere dentro la macchina: può capitare di dover segare i tronchi di due abeti appena abbattuti a sbarrare l’unica strada che porta al bosco dei galli, come capitò a noi il primo giorno di caccia (qualcuno però ci aveva preceduto nel liberare la via). Il vestiario, a settembre, non occorre pesante: giacca e pantaloni van benissimo di tela, camicia di cotone, due golf (uno leggero ed uno pesante da togliere e mettere secondo il bisogno: generalmente il pesante si infila verso sera o quando, accaldati, si arriva alla macchina), impermeabile leggero, (sempre dietro e possibilmente anche calzoncini impermeabili a proteggere le gambe). Ai piedi scarpe di cuoio, se è asciutto, con calzettoni di lana (alla valligiana), se no stivali di gomma, ma con la suola adatta, che stiano bene bloccati al piede o per mezzo di doppia calza o con cinghiette di cuoio fatte passare al di sotto della suola ed attorno alla caviglia. Per bere, se la caccia dura tanto, una borraccia di tè ben zuccherato, da mangiare meglio niente oppure un pezzetto di cioccolato con biscotti. Pochi strappi in montagna, camminando a passi piccoli e brevi, fermandosi ogni tanto, mantenendosi in quota, una volta raggiuntala, senza salire e scendere più del necessario: in montagna, più che mai, deve cercare il cane. Questi può dare delle liete sorprese, e può dimostrarsi adatto alla mansione più di quanto non era dà pensare.

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Dopo le bianche i due valligiani mi chiesero se la mia pointer Juno dimostrava sempre quella cerca ampia e a sostenuta andatura: fu forse il più bel riconoscimento cinofilo che avessi mai ottenuto. Nella realtà la pendenza del calanco ed il suo caldo erano stati preparatori formidabili per la caccia sul monte. Le bianche pretendono cerca ampia, ma limitata alle cime, ove esse abitano; i galli più meticolosa, trescando le covate, tra rododendri e mirtilli nel folto sottobosco. Due cani fanno comodo in montagna, per alternarne l’uso giorno per giorno e concedere opportuno riposo a muscoli e piedi, che si provano assai sulle rocce. Non occorre olfatto prepotente, ma cerca accurata, attenta, che non lasci dimentico alcun possibile ricetto di selvatico: la montagna è avara di preda ed un monte sovente non dà asilo che a poche famiglie.

Determinante la ferma, a giusta distanza, sicura, sostenuta fino al necessario (e a volte è necessario molto). Arresto corto, tardivo, mancata segnalazione prima del frullo (deleteri sempre) sono essenziali in montagna dove, nella stragrande maggioranza dei casi, non si ribatte il selvatico: il primo contatto è quasi sempre l’ultimo. Più che il riporto è necessario il recupero, specialmente se si spara a selvatico in volo verso valle, cane recuperatore farà risparmiare lunghe perdite di tempo e di quota: sul monte ogni energia è preziosa.

Il selvatico è di bosco o di altura.

Il forcello (di bosco) può paragonarsi, cambiate le cose da cambiare, al fagiano nostrano: vive imbrancato da giovane, pedina, si schiaccia, frulla rumorosamente solo se costretto dal cane (almeno fino a quando non si fa furbo). Si nutre di mirtillo. rododendro, lampone; non offre gravi difficoltà nel tiro, appare fragile al piombo. Ammesso in carniere solo se maschio, paga un enorme tributo femminile alla caccia; i valligiani stessi spesso non riconoscono maschi e femmine da giovani e dopo ore di montagna non so quanti siano quelli che si sanno trattenere dal far fuoco, cane in ferma, nel silenzio dei larici, alla gallina in volo che, tra l’altro, pare sia prelibata in casseruola. Pare anche che dove qualcuno pensa alle femmine, facendole fuori in un certo numero, l’anno dopo ci siano diverse covate, mentre in certe zone di ripopolamento, mi disse un gran bracconiere valligiano (5 camosci in un giorno con la sua squadra), dopo non ci son più che galli e femmine vecchi. Perché allora non cacciare i due sessi fino al 10 di ottobre, lasciando poi aperta la caccia al solo gallo? Si eviterebbero così le molte buchette sul monte, indegna fine per selvatico di tale lignaggio, e le molte camice macchiate di sangue di chi si cela galline abilmente in dosso. Con le bianche non ho capito niente, le ho viste una volta, apparire e sparire, mi parvero fantasmi. I valligiani siano tranquilli, i loro selvatici non possono mai correre gravi rischi per mano di chi viene di città.

Se qualcuno non fa da guida è inutile girare il monte; la covata di galli batte un posto preciso e tutti i posti son buoni: occorre saperla ubicata dov’è. II cittadino poi, anche se accompagnato, assai spesso non regge alla violenta fatica della caccia sul monte, e, se intelligente, capisce ben presto che occorrono cani e cacciatori di lì. Non consiglierò mai ad un amico ignaro di fare questa esperienza: conosciuto il selvatico, visti i luoghi, apprezzata la gente ogni anno vi tornerà. E infatti l’apertura a galli mi troverà spesso d’ora in poi ad annaspare tra mirtilli, rododendri e altre piante dai nomi buffi, tra il sorriso dei valligiani amici e le interne recriminazioni. Il giorno dopo, con i muscoli ancora indolenziti, andrò a salire oltre i 2.000, con vertigini e vuoto allo stomaco, per correre dietro il fantasma delle bianche: maledirò il giorno che arrivai su quei monti per giurare a me stesso di non tornare mai più, per benedirli a sera quando, avvoltolato in un maglione di lana, tornerò verso le luci della valle, sdraiato stanco tra i cani stanchi, nel dietro della jeep, il pensino rivolto alla caccia del domani.

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2 Comments

  1. Molto bello. Complimenti allo scrittore. Vi spedirò qualche mio racconto, o alcune pagine dei libri di caccia che ho pubblicato.

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