foto-2

Venuto a casa per le vacanze, Elfo si era prima di tutto preoccupato di vedere Pietro, la sera, al ritorno dalla masseria. S’erano accordati in fretta. Pietro, come le altre volte, avrebbe passato Natale in campagna por badare al bestiame. Nè la sera di vigilia sarebbe sceso al paese. C’era la solita storia dei ladri che ogni anno approfittavano della solitudine dei casolari per arraffare galline, agnelli ed altro. Elfo l’avrebbe raggiunto su prima dell’alba per andare a caccia. Il giorno di Natale nessuno avrebbe chiesto loro il porto d’armi. Quando uscì la messa di mezzanotte, qualche bruscolo di neve aleggiava già. I vecchi, ravvolti nei mantelli a ruota, come si affacciavano sul sagrato, strologavano il tempo. Più che guardare, facevano mezzo giro sui tacchi e annusavano in aria. — Mo si mette, mo nevica veramente! Che Natale! Un vero Natale con la neve, pensò Elfo. Una gioia forte eppure malinconica lo risospinse ad un paesaggio fantastico.

Carri scheletriti e silenti, infiorati di neve. Una quieto solenne, solo scalfita a quando a quando dal frullo sordo della beccaccia. La botta rintronava e la regina precipitava a candela con il collo contratto ad arco, staccata dal cielo di bambagia con tutta la violenza d’un colpo che è preciso. Un tonfo sordo, più sordo del battito delle suo ali, e Pietro la raccattava così, incipriata per metà, senza curarsi della macchia di sangue sulla neve, por infilarla malamente in una tasca. Elfo s’era lasciato trasportare dalla calca frettolosa dal sagrato fin quasi alla piazza. I ragazzi si scaricavano schiacciando sotto gli scarponi gli zufoli che più non servivano. Lo scricchiolare tagliente della canna gli diede un senso di malessere che lo riscosse. Gli occhi turbati e inquietanti di una donna gli chiesero un ultimo responso. Ora si ricordava… Domani non avrebbero passeggiato, come al solito, avanti e indietro per la via principale del paese, scambiando fino alla noia convenzionali strette di mano, aspettando l’ora di pranzo come una liberazione. Svoltò all’angolo, deciso. Il suono delle zampogne andava affievolendosi come si avvicinava a casa e appena entrato non l’udì più.

foto21

Elfo si appisolò vicino al fuoco. Quando suonarono le quattro stava già lasciando lo ultime case. Contò appena i rintocchi, ravvolto nel cappotto a ruota di suo padre insieme al fucile calibro venti a cani esterni, Nevicava fitto a piccoli fiocchi. Accelerò l’andatura, quasi volesse far prima della nove, che ora gli sembrava anche una guastafeste. La salita e il nevischio gli facevano mancare il respiro. Si fermò un poco. Quando riprese a camminare il silenzio si beveva anche il tonfare dei suoi passi. Il casolare di Pietro sembrava addirittura sprofondato. Fischiò un paio di volte e trattenne il fiato per sentire. Fischiò di nuovo, ma il massaro non rispose. Allora picchiò forte il palmo sulla porta ; poi con una pertica alla finestra della camera dove sapeva che l’uomo dormiva. Il bramito roco di un montone sembrò venire da profondità abissali. Scostò la verga che, infilata nella corda, teneva chiusa la porta della stalla delle vacche. Fu investito dal tepore appiccicoso, impregnato di odore forte di sterco. Quell’afrore gli fece piacere. Svolse il mantello e si scrollò la neve. Nel buio sentiva il tramestio delle vacche che strappavano i mazzi di fieno alla mangiatoia.

foto22

Cercò nelle tasche uno zolfanello. Il bue che stava a capo si girò di scatto e soffiò forte. L’occhio rifletté per un attimo la brace del fiammifero. Se Pietro aveva governato di fresco e non rispondeva, significava che era uscito. Forse non l’aveva più atteso per via della neve. Elfo si ravvolse e si avviò nella tormenta. Avvertiva un vago senso di amaro. Era fatto giorno. Sotto il grosso olmo con l’edera scorse impronte di scarpe andare in giù, ma ormai non ritenne d’insistere. Pensò al caldo dello coperte, agli occhi invitanti della donna, alla passeggiata per il corso dopo la messa cantata, alle augurali strette di mano e por un po’ li rimpianse anche.

Scendeva a valle senza una meta precisa, costeggiando i macchioni del Fosso del Feto, cresciuti come enormi cumuli di ovatta. I salici ogni tanto avevano come dei brividi, scaricandosi di una parte del peso. Uno sembrava essere molto più carico degli altri. Elfo staccò un « secco » da un ontano e lo scagliò sul salice. Il tonfo si confuse, almeno gli parve, ad uno sbattere d’ali. Fece per estrarre il fucilo da sotto il mantello, scivolò e una beccaccia ancora fu inghiottita dai fiocchi fitti. Lo scatto sgangherato della chiusura dell’arma ne fece partire un’altra, e un’altra ancora. Nevicava beccacce, ma la vista era rimasta velata.

foto11

Quando l’uomo pensò che non aveva sparato nemmeno un colpo si morse il labbro. Nella cerreta giovane della Cannosa i radi ginepri avevano forma di uomini imbacuccati. Elfo trovò che gli somigliassero. Per aprirsi un varco, afferrò un ramo lo scrollò per metterlo da parte. Fu allora che da sotto il ginepro partì un nugolo di beccacce. Cercò di divincolarsi alla meglio e sparò un colpo in direzione dell’ultima sagoma che intravide nel parapiglia di neve e di uccelli. Una piumetta portata da un mulinello di fiocchi si venne a posare sul bavero del cappotto. Il cacciatore ne assaporò la morbilità a lungo fra le dita e si guardava intorno : <<E’ una parola ritrovarla, in tutta questa neve !>> … Continuò a vagare tra i ginepri intabarrati sempre guardandosi attorno. Una folata di nevischio, prima di accecarlo di nuovo, gli riportò un’altra piuma. Stava fermo, ora. Guardava in direzione del vento. Un ginepro si liberò brusco di quasi tutta la neve e gli mostrò la beccaccia adagiata sul verde degli aghi. Elfo avanzò cauto. La beccaccia non era morta, ma boccheggiava e aveva gli occhi umidi. L’uomo si soffermò a lungo a guardare prima di toccarla. Riprese a nevicare e piano, piano l’uccello s’ingemmò di fiocchi. Solo la diversa trasparenza del suo occhio ormai la distingueva dalle piccole coccole di ginepro.