CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

Belle giornate spensierate di Mirco Peli

Pier su beccaccia di ripassoDopo i primi di novembre le beccacce diminuiscono in selva, è la mia miglior zona da beccacce per tutto Ottobre, ma pochi sono gli anni in cui gli incontri si mantengono a novembre. Di conseguenza ai primi cappotti nasce l’esigenza di cambiare territorio. Con Mario abbiamo deciso di provare un’uscita al Prato del Noce, dove serve un fuoristrada vero per arrivarci; noi però non l’abbiamo, e dobbiamo mettere in conto un’ora a piedi. Puntiamo proprio sul fatto che essendo un posto scomodo, possa dar rifugio a qualche beccaccia in sosta.
Sta spuntando l’alba di una splendida notte stellata, la quantità di astri che vedo brillare annuncia una luminosa giornata di sole. Le dedichiamo solo uno sguardo, per stabilire che arriveremo in quota quando già si potranno sciogliere i cani. Una volta arrivati, parecchio sudati.

Là dove il terreno si apre quasi pianeggiante, ricoperto da uno splendido noccioleto solcato da un ruscello d’acqua sorgiva, notiamo parcheggiati due fuoristrada. Avremmo preferito essere soli, e senza lo svantaggio di un’ora di mulattiera nelle gambe; mi consola il pensiero che l’unica volta che ho percorso questa strada con una Land Rover, sono arrivato più sconquassato di stamattina.

La giornata splendida, e la bellezza del territorio mi danno una sensazione di leggerezza.

M’investe un’improvvisa folata di foglie, che un colpo di vento stacca dai rami e fa turbinare, tutto contribuisce a rendere effervescente e piena di speranze la giornata che inizia. Sciogliamo i cani e anche a loro il terreno piace. Partono a razzo e per un’ora fatichiamo a sentire i campani.

I due setter setacciano l’ampio pianoro e tutto il fianco coperto dai noccioli, che sale fino ad aggrapparsi alle bianche rocce della Marmera.

Mi devo allontanare dal ruscello, perché il rumore dell’acqua non mi permette di udire il campano di Astro. Mario costeggia con Rol ed io mi alzo.

Bella zona, con sentieri e carbonaie e con il fascino d’essere la prima volta che la perlustriamo; tuttavia non si ode un colpo in tutta la valle.

La zona è priva dei tipici capanni Bresciani che espongono i richiami vivi. Mi sorprende, che neanche in prossimità del prato ne esista almeno uno; ma ciò contribuisce al silenzio.

Unica persona che incontro è un cacciatore appostato al capriolo: neanche risponde con un cenno al mio saluto, forse non vuole farsi sentire dal selvatico che è in movimento?

Avverto un segugio che abbaia lontano, ma mi viene da pensare che non siamo graditi.

Siamo in zona da un paio d’ore e raramente mi sono trovato a cacciare tanto tempo senza sentire uno sparo, una voce, forse la valle andrebbe ribattezzata, e la si potrebbe chiamare “la valle del silenzio”.

Battiamo tutto il territorio fino al confine della bandita, a fianco del “passo della Fobbiola”, e francamente faccio fatica a credere che in un simile territorio non ci sia una beccaccia. Mario già considera la stagione conclusa; dopo tre settimane di ferie domani riprende il lavoro.

Beccacce non ne troviamo, chiudiamo il giro attraversando il prato che ancora ha ragione di chiamarsi del Noce; infatti, alcuni splendidi esemplari secolari e altri più giovani, ne confermeranno nel tempo il nome. Essendo per Mario l’ultimo giorno di ferie, lo vogliamo gustare al meglio e il modo migliore per gustarlo è di andare a mangiare su, alla casa di caccia da Nello.

Faremo poi un’uscita pomeridiana a quota millecinquecento, che è la nostra zona preferita. Non possiamo mancare l’appuntamento con Nello.

Ci ha confessato che la caccia al capanno non sarebbe uno stimolo sufficiente ad alzarsi; è solo una giustificazione, per passare un paio d’ore con noi a parlare di beccacce e cani.
“Alla mia età, è il pensiero che ci siete voi in zona e che passate a trovarmi, che mi porta ad alzarmi prima dell’alba, non certo per tirare a due tordi”, ci dice sempre.

Inoltre da solo, non si metterebbe a cucinare le sue squisite pastasciutte, mangerebbe, forse, un po’ di formaggio.

Mentre per noi dopo cinque, sei ore di caccia, una spaghettata calda la gustiamo come se Nello, fosse il cuoco migliore del mondo.

Sapendo del nostro appetito per ogni tipo di pasta lui s’inventa un condimento, anche se il suo forte è il pesce di lago. Non a caso abita a Salò e per il periodo della pesca ha in porto una vecchia barca a remi.

La barca è di un azzurrino pallido e porta la sbiadita ma gloriosa scritta:” canottieri del Garda”.

La passione per la caccia riesce a creare vincoli d’amicizia intensi e sinceri, che io raramente trovo nella vita normale. Questo è anche un rimbrotto ricorrente da parte di mia moglie; lei sostiene che se un tale lo definisco mio amico, deve essere per forza cacciatore.

La bellezza della caccia in selva, oltre alla presenza della beccaccia, è dovuta al fatto che la pratichiamo il mese d’Ottobre. Trovare giorni di sole non è difficile, viverli in montagna è uno dei modi migliori per gustarli; lì partecipi agli spettacoli più belli che la natura ti possa offrire.

Ottobre, dal punto di vista cromatico e delle temperature, è sicuramente il migliore. Dai primi giorni di questo mese le foglie dei faggi diventano rosse. Il sole ancora caldo con la sua luce intensa, crea contrasti violenti, che uniti al cielo azzurro e ai colori, verdi, giallo, e rosso delle foglie, ti fanno godere la bellezza della stagione. Se poi nella stessa giornata, le beccacce che hai in carniere sono più di una, e capita spesso, non solo la giornata la gusti, ma ti senti in estasi.

Cambiare posto a Novembre e Dicembre, è ragionevole per seguire il passo della regina. Ma alla caccia mancherà il colore del bosco e il calore delle soste vicino al fuoco, l’atmosfera dell’arrivo dei primi fiocchi della neve d’Ottobre, le chiacchierate con Nello e le sue pastasciutte condite.

Stiamo rientriamo nella parte bassa del noccioleto e quando non crediamo più d’incontrare, vedo Rol alzare la testa e prendere la direzione del campano d’Astro, che smette di suonare.

Mentre osservo Rol all’improvviso mi ritrovo una beccaccia alta sopra la testa. Mi giro e le mollo due botte come posso, ma lei prosegue ad ali tese fino a scomparire lunga.

La vede bene anche Mario che mi conferma di aver notato lo strano modo di volare. Fermiamo un poco i cani. Io voglio tentare di ribatterla, ma Mario non è convinto che la ritroveremo, secondo lui ha tirato diritto per troppo e si è portata fuori caccia. Facciamo in ogni caso un tentativo.

Dopo poco sciolgo il cane, intenzionato ad alzarmi sul versante dove sono convinto si possa essersi rimessa. Mario allunga diritto seguendo la direzione del volo. Dopo una mezz’ora di cerca, con i cani che troppo spesso spariscono, proseguo in direzione dell’ultimo suono del campano, finché individuo la sagoma bianca d’Astro in ferma. Mi porto sotto velocemente, ma appena giunto nei pressi, Astro si mette a guidare ed io lo seguo. Nel momento in cui ferma di nuovo, mi guardo in giro cercando il punto migliore dove dispormi, ma con gran sorpresa vedo un altro cane fermo, venti metri più in alto d’Astro. In un primo momento penso ad un altro cacciatore, ma poi riconosco il cane, è Rol!

Ma Mario dov’è? Chiamo ma non risponde. In ogni modo mi convinco che è Rol ad avere la beccaccia, pertanto supero Astro in ferma e mi piazzo dietro Rol. Dopo poco Rol, rompe deciso a prendere la beccaccia. Fatti pochi metri ferma di nuovo flesso su se stesso, e fra le sue gambe, a fatica, frulla lentamente la beccaccia. Per un attimo ho l’impressione che il cane la prenda, tentenno, la prende, al contrario ora che si è messa in ala aumenta la velocità; la miro con calma lasciandole percorrere qualche metro e poi la fermo. Al riporto arriva primo Astro e infine arriva anche Mario che si lamenta perché non trovava più il cane. Soppesiamo la beccaccia che è piuttosto magra, infatti, ha una gamba rotta, però in fase di guarigione, anche se l’osso non si è saldato perfettamente dritto. Sulla ferita gonfia sono ancora appiccicate alcune piccole penne.

L’aspetto che più mi è piaciuto dell’azione di caccia, è che il giovane Rol ha avuto la fortuna di incontrare una beccaccia che a causa della gamba ferita, ha retto la ferma anche con il cane a ridosso. Permettendomi così di spararle sotto la sua ferma, e in genere ai cani intelligenti sono questi gli incontri che servono per imparare.

A mezzogiorno siamo sul monte Carzen presso la casa di Nello. In quota, la giornata è ancora più limpida, la luminosità ci permette di osservare il Prato del Noce, da dove proveniamo. Sistemo i cani e mentre aspetto che l’acqua bolla per l’immancabile pastasciutta, stendo un telo sull’erba e mi sdraio a godermi il sole che a quest’ora in quota ancora scotta.
Questa è la vita che mi piace.

L’acqua bolle ma la pasta ci mette parecchio a cuocere, cosi dopo essermi riscaldato al sole, mentre Nello cuoce il sugo, Mario pompa l’acqua dalla cisterna, ho tempo per apparecchiare il tavolo. Durante la spaghettata, raccontiamo a Nello lo strano modo di volare della beccaccia dalla gamba rotta, e del tentativo di curarsi appiccicandoci le penne. Forse la beccaccia è stata ferita nella zona dove l’abbiamo trovata, o avrà scelto il posto perché ricco di pastura? Nello per i suoi trascorsi da beccacciaio, conosce la valle del Prato del Noce e ci conferma essere buona per le beccacce che sostano.

Cosi, fra una chiacchiera e l’altra, c’informa che nella mattinata altri cacciatori sono entrati in selva, tuttavia non ha sentito sparare; il fatto non ci scoraggia. Quante volte Astro ha racimolato incontri dove altri cacciatori non l’avevano fatti, una puntata più tardi la faremo.

Come al solito i punti migliori da toccare di pomeriggio sono i meno battuti, ma sono anche i più ripidi. “Fil del doss” e Mario a pancia piena non ci crede molto. Pertanto mentre lui fa la caccia più comoda, io inizio la sgroppata che mi porta sul versante nord a cinquanta metri dalla vetta. Dopo circa quaranta minuti d’arrampicata, mi fermo a prendere fiato. Sono in un prato di montagna abbandonato, che da anni non falciano o pascolano; sono cresciuti diversi abeti e fra vent’anni sarà un bosco. Il tempo sta cambiando e folate di nebbia si alzano dalla valle. Astro è sparito ma da poco. Il campano ha smesso di suonare all’improvviso, può avere scollinato, ma può anche essere fermo; mi muovo in direzione dell’ultimo rintocco udito. Passano pochi minuti e lo sento abbaiare ripetutamente a fermo. Mi porto in direzione dell’abbaiata e mi passa a tiro una femmina di forcello, che in un primo tempo si era imbroccata, causando la furiosa abbaiata d’Astro. La osservo planare verso valle; non è la prima volta che l’incontro. Giusto il tempo di girarmi per guardare dov’è il cane che ancora non avverto, e improvviso sento un potente frullo, stavolta a sorpresa è un maschio che sfiorando appena la vegetazione si butta a valle.

Lo fermo di prima, ci tenevo a colpirlo, ma per un attimo avevo temuto di averlo mancato.

Avevo rallentato il mio tempo di tiro, per mirarlo meglio, ma poteva essere un errore; cade ai piedi di un giovane abete.

La gioia è immensa; sono felice, e sorpreso della presenza del maschio, mi rammarico solo che manchi Mario. Anche Astro è contento, ho l’impressione che durante il riporto stringa più del dovuto, ma è solo l’apprensione per il trofeo. Dopo aver osservato a lungo il forcello in livrea completa e averlo liberato dalle penne staccate dalla fucilata, lo liscio bene e scattata la foto di rito, lo sistemo in cacciatora. Inutile che chiami Mario per fargli fare la sgroppata ora, il forcello lo vedrà più tardi. Salgo per una ventina di metri, deciso di arrivare in vetta. Sono felice ed appagato. Fatti pochi metri vedo il cane che guida di nuovo, penso si tratti della pastura dei due galli alzati poc’anzi; quando invece va in ferma, e solamente allora gli credo, è tardi. Frulla veloce una beccaccia, che sbaglio di prima e ancora di seconda. Mi sento uno stupido e uno sprovveduto, per non aver creduto subito al cane, ma alla fine mi consolo pensando che se la padella l’avessi fatta sul gallo, sì che mi sarebbe bruciata. Rientro alla casa di caccia, dove mi riunisco con Mario e Nello, ed iniziano i festeggiamenti. Nello subito prepara un caffè, per la verità non molto buono, ma con dosi abbondanti di buona grappa bianca diventa squisito. Amici che si complimentano per i successi riportati, ce ne sono, ma se presti attenzione agli occhi invece che alle parole, ti accorgi che spesso non sono del tutto sinceri. Apprezzo lo stesso i complimenti di Mario, dopotutto ha camminato tutto il giorno ed è normale un poco di rammarico. Nello è invece un amico speciale, quando esibisco un bel carniere riesce ad essere più felice di me. Glielo leggo negli occhi chiari, che brillano illuminandosi, una felicità da bambino, senza un’ombra d’incertezza. Condividere i successi con una persona cosi, è veramente una gran soddisfazione, il completamento della caccia.

Il caffè è terminato, ma fino a che non vediamo il fondo della bottiglia di grappa, la festa continua. Nello mi chiede un paio di penne della coda, per il suo capello migliore, ma non osa toglierle subito. Prima lo devono vedere intatto al paese. Rientriamo a casa che è notte fonda, siamo un po’ alticci, ma anche questo, in alcune giornate è caccia. L’alcol aiuta ad essere di buon umore, ma una giornata di caccia cosi conclusa, in compagnia d’amici che condividono la stessa passione, mi renderebbe felice anche se avessi bevuto acqua.

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2 Comments

  1. simone zucconi

    complimenti era da tanto che non leggevo racconti venatori così belli, così anche l’altro sull’apertura in montagna

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