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Di Mario Salomone 13 Ottobre 2016

<< Premio giornalistico L’Arcera 1989 >>

Premio speciale del Comitato Nazionale Caccia e Natura a Giovanni Pellegrino per il racconto Bourbon e strega», pubblicato da <<L’immaginazione>>, con la seguente motivazione: Nel tentativo di addestrare il cane governandone gli istinti, si specchia l’identico tentativo di stabilire una comunicazione con la donna. La vicenda venatoria narrata da Giovanni Pellegrino diventa mirabile pretesto per rappresentare l’incapacità del protagonista di trovare con gli altri un terreno d’intesa fatto di comuni scale di valori.

 Da dove cominciare per dire, per dirci ciò che è avvenuto e insieme tracciare un itinerario possibile, appena un segno leggero di ciò che accadrà? forse da queste colline, che sembrano non avere mai fine, l’una dopo l’altra uguali nella ripetitiva geometria delle stoppie divise da siepi e muri a secco e lo stradale polveroso che le attraversa segnandole come un’antica ferita, con la mia auto ferma sul margine e tu — anche se non posso vederti lo so per certo — appoggiata quasi seduta sul cofano, che guardi verso il crinale.

Così scrivendo al presente diverrà forse più facile raccontare non soltanto le tue parole e i tuoi gesti ma anche — superato il vecchio mito dell’oggettività ad ogni costo — le tue sensazioni e i tuoi pensieri inespressi, com’è pur necessario per rendere compiutamente il senso di questa storia; come adesso che scrivo di sapere con altrettanta certezza, quasi potessi leggerti nel pensiero, che mentre guardi verso il crinale dove mi hai visto sparire, pensi/speri di vedermi da lì e al più presto anche tornare e nella noia dell’attesa ti domandi cosa diavolo sei venuta a farci nel deserto di queste colline, perché e quando cioè hai deciso di seguirmi in questo che continua a sembrarti un gioco infantile e abbastanza senza senso e ti maledici per aver ceduto dopo tante ripulse. E come lo stradale, nel punto dove sei ferma, corre appena al di sotto della cima, mentre guardi davanti e sopra di te, altro non ti riesce di scorgere se non la scarpata ripida vestita di folta erba gialla e al di là per poche decine di metri un campo di stoppia rada e dorata e poi più nulla se non l’azzurro del cielo sereno e senza nubi nettamente inciso dal profilo esatto della collina, così che sembrerà credibile se scrivo che la mia cagna ti appare d’improvviso, quasi materializzandosi dal nulla, mentre ti viene incontro traversando diagonalmente la stoppia, finché non giunge ai margini del campo dove inizia l’erba folta della scarpata e lì si arresta improvvisa, con l’anteriore sinistro sollevato, alta incombente quasi sospesa sopra di te che la guardi appena incuriosita.

Ed anch’io superando il crinale, ti appaio ad un tratto quasi confuso contro lo sfondo del cielo che ha lo stesso colore della tela azzurra dei miei pantaloni, della mia camicia e del mio cappello dalla falda lunghissima, che a te sembrano un ingenuo travestimento da ragazzo, e sono invece — è così, lo sai bene — soltanto un modo, un altro, per parlarti di quel mio antico mito americano, che non ti è appartenuto e che non puoi capire, così come a te è dedicata la calma apparente con cui mi avvicino, appena allungando il passo, alla cagna in ferma, afferro la corda breve che le pende dal collare e le parlo con voce bassa, complimentandola e ammonendola insieme.

Così per un lunghissimo attimo tutto resta immobile, come sospeso su uno scrimolo — ecco incredibilmente con la caccia anche Montale ritorna — tu appoggiata al cofano dell’auto, la cagna in ferma, io che stringo la corda tesa, l’erba, la stoppia, la collina e il suo profilo nettamente inciso contro il cielo sbiadito, e poi d’improvviso tutto è in movimento e sembra precipitare, non appena un piccolo uccello schizza dall’erba folta della proda al margine della stoppia, spinto in su dal moto frenetico di cortissime ali, e poi si tuffa verso il basso sfiorandoti il capo, supera la strada e divalla lungo il ripido pendio di un’altra stoppia e si perde contro il verde cangiante dei salici del fosso, mentre la cagna dà un balzo e strattona la corda e io perdo l’equilibrio sul bordo della scarpata e vengo giù legato alla cagna e finisco con una fitta luminosa all’astragalo destro lungo disteso nella polvere bianca della strada, con tanti saluti a Wayne/ Bogart e all’hard boiled school. E come è pienamente normale che io mi rialzi furioso per la fine ingloriosa di una scena costruita a tuo beneficio sin nei minimi particolari e per riprendere un contegno ti domandi bruscamente «dov’è andata?» e non appena mi rendo conto che in quel piccolo uccello non hai mai riconosciuto la quaglia faticosamente cercata da più di due ore e non ti sei curata di seguirne il volo, dica qualcosa di orribile su di te e sulla tua intera generazione, così è consequenziale e pienamente legittimo che tu non riesca ad impedirti di arrossire e mi odi e ti odi per essere arrossita; ma non hai tempo per rispondere, che io ho già superato la strada ed incito la cagna a cacciare per la stoppia in discesa.

Ora è indubbiamente più facile descrivere te, mentre ti stacchi dall’auto e cominci a seguirmi, ma a ragionevole distanza, come a voler significare il tuo rifiuto di continuare ad attendermi e insieme la tua persistente volontà di non lasciarti coinvolgere in un giuoco di cui cominci appena a cogliere il senso, e me che traverso in fretta la stoppia e guido la cagna verso il bordo del fosso, tra cespugli rigogliosi di enula e sambuco e la cagna che — non potrebbe essere altrimenti nella fittizia concentrazione di una vicenda narrata — molto presto accenna ad avvertire, rallenta, ha come un’incertezza e cade nuovamente in ferma.

Ma di te ora cos’altro dire? Non può certo bastare descriverti mentre a mezza costa guardi, questa volta dall’alto, me e la cagna immobili lungo il verde del fosso, se non scrivo anche che ora ci vedi come un particolare perfettamente inserito nell’ampio quadro della campagna che ci circonda, e di cui soltanto ora prendi davvero coscienza: di queste antiche colline, cioè e della loro desolata solitudine e del loro vasto silenzio, e insomma — non mi è facile trovare le più esatte parole — della loro totale estraneità al mondo che sino ad ora hai conosciuto e analizzato, capendolo o almeno credendo di capirlo, e quindi odiato e sofferto.

Sicché è un rito antico nel suo originale scenario quello che si offre ora al tuo sguardo, mentre osservi me che con un balzo — la caviglia non comincia ancora a farmi male — sono sulla cagna in ferma, afferro la corda e non parlo, finché la quaglia non parte e allora urlo e dò uno strattone violento stroncando sul nascere il balzo della cagna che guaisce e si accuccia, e il volo della quaglia, che va a rimettersi qualche centinaio di metri più avanti dove un rivo che sorge in alto da una macchia di salici rossi, si impantana nel verde intenso dell’erba intorno a un casolare abbandonato, dove convergiamo io e la cagna muovendo dal fosso, tu a mezza costa tagliando diagonalmente la collina.

Come vi giungiamo dovrei subito rendermi conto che non è posto per rintracciarvi quaglie con erbe e ortiche di un metro cresciute sul terreno pantanoso; invece vi insisto a lungo e quando finalmente mi decido a richiamare la cagna, tu non sei più in vista. Ti chiamo allora e non rispondi; comincio a preoccuparmi, giro intorno al casolare e finalmente ti vedo immobile contro l’uscio senza porta — un amo nero nella luce ancora chiara del giorno —, mi accosto e così capisco — o almeno ora scrivo di aver subito capito — come ad impietrirti su quell’uscio non sia l’antico amuleto, le logore spoglie della civetta crocefissa sull’amo, ma ciò che vedi al di là della soglia e che anch’io riesco a scorgere non appena gli occhi si abituano a quella semioscurità piena del ronzio incessante dei tafani e dell’acre odore dello sterco, con il mulo gigantesco che ritmicamente percuote con la lunga coda equina gli orribili guidaleschi sui fianchi e il vecchio, poco più di un ansante fagotto di stracci, che dorme sulla paglia putrida quasi tra le zampe posteriori e sotto la coda del mulo, forse per giovarsi di quell’assiduo ventaglio.

Ora io non so se questa scena di antica miseria che ho cosi analiticamente descritta, riesca a rendere l’idea dell’orrore che ti ha dato la sua vista improvvisa; e se può bastare a chiarire il senso del tuo silenzio; oppure se è necessario aggiungere che io quel silenzio rispetto mentre ti sfioro appena un braccio e con la testa ti faccio cenno di andare, e come lo stesso ci accompagni quando ci incamminiamo affiancati risalendo la striscia d’erba verde che segna il corso del rivo nascendo da una macchia alta di salici e di ontani dalle ombre già lunghe sul giallo della stoppia nel declinare del giorno; e così andiamo con la cagna che ci precede incrociando ordinata e poi che la caviglia comincia a farmi male sul serio, cerco e trovo nel tuo braccio un solido appoggio, pure sentendoti con la mente lontanissima nel tuo silenzio che dura.

Ma forse tutto diverrà più chiaro se continuo a descriverti mentre con me scopri che tra gli ontani e i salici rossi il rivo sorge da una piccola pozza d’acqua increspata dagli scatti di piccoli insetti; e poi quando — prima che la cagna vi immerga avida il muso — con la vecchia tazza di coccio assicurata da un filo di ferro al ramo più basso di un salice, bevi a piccoli sorsi quell’acqua buona e freschissima nella quiete assoluta del meriggio e poi, quando la cagna si è tuffata nella pozza intorbidendola ed anch’io vi ho immerso la caviglia dolente, continui a tacere sfiorando con un dito il bordo della tazza e guardando in giù verso il casolare diruto perduta dietro i tuoi ricordi, che leghi alla ferita recente di ciò che hai appena visto con un unico filo di memoria e rancore; finché assorta e a mezza voce non mi dici che forse tutto sarebbe stato diverso se avesse avuto inizio dal rifugio segreto di queste colline e dalla miseria antica e disperata che le abita; ed io, che non voglio lasciarti in una così pericolosa illusione, sputo nell’acqua intorbidita della sorgente e con asprezza ti rispondo che in ogni caso nulla sarebbe cambiato, che non sareste stati comunque capiti, senza scampo come già Pisacane ed il Che.

Ora tu non puoi non avere uno scatto altero della testa e gettare indietro la chioma densa dei tuoi folti capelli, con gli occhi che ti si offuscano d’ira mentre mi dici, quasi mi gridi che sono un borghese fottuto e come tutti i borghesi, un illuminista e un maledetto figlio di puttana.

E poi non reggi più e scatti in piedi e ti avvii con tale decisione verso la sommità della collina dove è già in vista la mia auto ferma sul bordo dello stradale, che anche la cagna abbandona il refrigerio della sorgente e ti sorpassa e precede riprendendo a cacciare ordinata.

A me non resta che scuotere la testa e alzarmi in piedi a fatica e seguirti arrancando con la caviglia che più non mi sostiene, ammirato e invidioso del tuo agile passo e del sicuro andare della cagna incontro al filo di brezza che scende dal crinale.

E sei quasi giunta alla strada quando la cagna — immancabilmente direi nel cerchio che tende a chiudersi di questa storia — alza ancora di più il muso e come tirata da un invisibile filo, muove cauti e lentissimi passi e poi si arresta ferma.

«La corda» ti grido, ma tu ostenti indifferenza e continui a salire verso l’auto ormai vicina.         .

Capisco così che non mi resta che affidarmi alla voce e come la quaglia, anch’essa immancabile, frulla, dò un urlo alla cagna che muove soltanto un cautissimo passo ed è ancora ferma. Ancora una quaglia frulla, e ancora urlo e la cagna quasi si accuccia, intimorita; una scena da applausi insomma, come soltanto nei libri.

È facile ora per me non avvertire quasi più il dolore alla caviglia, ed affrettarmi verso la cagna per lodarla e accarezzarla a lungo. E già vorrei dire che guardandoti negli occhi, pur nella tua ostentata indifferenza, mi pare di cogliervi un lampo di ammirata meraviglia; ma certo è ancora presto per dirti, per dire ciò che più altro mi preme.

È necessario prima sedere sul bordo della strada fumando in silenzio e guardare in giù verso la valle, per darle tempo di ingrigire nella sera che avanza, lontani i pochi paesi arroccati sul crinale opposto delle colline, dove già si accendono fiochissime luci, rari i casolari da cui camini si levano i fili di fumo, diritti e sottili nell’aria senza vento, che va riempiendosi di voli: il carosello assiduo di pipistrelli e succiacapre, le rondini misteriose della notte, il trasvolare pigro e rettilineo di un allocco da un’altana diruta ad un rovere isolato al centro di una stoppia; finché nelle siepi dei campi non si accendono le luci nettissime delle lucciole, che non hai mai visto e che guardi con un’espressione infantile e smarrita. Ora soltanto è giunto il momento di dar fondo al sacco della memoria e diviene possibile parlarti a lungo (ma è a te soltanto ancora che parlo?) per farti intendere, e comunque narrare, come un tempo il Sud fosse tutto così, come queste colline, un tempo (lontano quanto? trent’anni? venti?) quando d’estate i campi di stoppie non finivano mai, l’uno dopo l’altro eguali, sino alle macchie fittissime di timo e mortella e i boschi di leccio e il verde vivissimo anche nell’arsura di agosto dei giunchi e dei canneti dove iniziavano le paludi; e dire come anche le quaglie nelle stoppie, le lepri nelle macchie e più tardi in autunno le beccacce nei boschi e i beccaccini e le anatre in palude ci sembravano non avere mai fine e cacciare e uccidere era per noi un modo antico e virile e assolutamente legittimo di cogliere il frutto prezioso di quella terra che profondamente conoscevamo e intensamente amavamo, mi rito aspro e dolcissimo insieme da celebrare ogni giorno da metà agosto fino a primavera inoltrata.

Certo tutto ciò aveva un prezzo: la miseria e la solitudine tetra delle masserie isolate nelle campagne, la malaria e il tracoma dei bambini, l’analfabetismo e la disperazione rassegnata dei contadini storpiati dalla fatica della zappa; e noi — almeno questo va detto a nostre difesa — che sentivamo tutto ciò come un’intollerabile ingiustizia, cui bisognava in qualche modo porre rimedio.

Ora molto è cambiato, le città e i paesi sono cresciuti sino a quasi creare un continuo che non lascia più spazio alla campagna e ci sono le strade e gli ospedali e le scuole dell’obbligo e le macchine hanno sostituito la zappa e di quell’antica disperata miseria è rimasto ben poco. Tutto ciò, dirai, non è servito a fare gli uomini più felici; ed è vero; noi ci abbiamo provato e forse è stato giusto non riuscirci per lasciare a voi la possibilità di tentare; ma non è questo insuccesso che ci brucia, quanto l’aver noi stessi distrutto quello a cui più di tutto tenevamo, il mondo di allora di cui ben poco è rimasto.

Oggi, in questa storia che ho quasi compiutamente narrata, abbiamo dovuto fare trecento chilometri per ritrovare un angolo di quel paradiso perduto, le colline deserte e il loro silenzio e lo spazio e le lucciole e persino qualche quaglia nelle stoppie; ma fra quindici giorni si aprirà la caccia e anche qui sarà pieno di armati e se commetterò l’errore di tornare, uccidere una sola quaglia senza restare a mia volta impallinato mi sembrerà una fortuna impensata, finché tornando a casa qualche rompiscatole come te non mi tratterà da folle sanguinario.

Tutto questo ti dico o penso di dirti o forse soltanto dopo ricorderò — ed ora scrivo — di averti detto, mentre tu mi ascolti in silenzio, gli occhi grandissimi non più offuscati dall’ira e dal rancore perduti verso il fondo valle nell’aria ormai viola della sera, dimentica di tutto, persino della sigaretta che lasci consumare tra le lunghe dita e incenerirsi in un filo di fumo sottile che sale diritto nell’aria senza vento come quello dei camini.

Ed ancora continui a tacere mentre ritorniamo lungo la strada sterrata, bianchissima alla luce dei fari, con alle svolte dei tornanti la sorpresa dei salici rossi sui fontanili fitti di lucciole come improbabili alberi di natale e al termine il paese che ci appare improvviso sul fianco della collina.

Sicché, ora che tutto volge alla fine, resta soltanto da dire di noi che nella piazza del paese sediamo ai tavolini all’aperto di un bar abbastanza pulito sotto alti alberi di ailanto, e ancora di te soprattutto che vorresti offrirmi il mio solito bourbon e che mi ascolti sorridendo mentre ti spiego che in un posto e in un’ora come questi è altro ciò che dobbiamo bere ed ordino con ghiaccio due bicchieri di strega, l’antico liquore tratto da oltre settante erbe di queste colline e reso giallo dallo zafferano, già proprio quello del risotto; e poi del silenzio che c’è ancora tra noi, e che questa volta non ci separa ma ci unisce nel fresco della sera e nel sommesso fluire della vita del paese, finché, con una trepidazione appena mascherata nella voce, non mi dici: «Potremmo restare». «Dove?» ti chiedo, pur avendo capito.

«Qui. Ci sarà pure una pensione o una locanda. Potremmo restami per il resto dell’estate. Cureresti il tuo piede malandato, e potremo riprendere ad allenare la cagna e trovare qualche altra quaglia sulle colline e conoscere la gente che le abita, gente come quel contadino e capire davvero come vive e cosa pensa. Sarebbe un buon modo di passare l’estate.. Scuoto la testa sorridendo e ti rispondo forse per la prima volta parlandoti con vera dolcezza nell’intera giornata. «Per me forse. Non per te. Per te sarebbe un altro errore, un’altra rivoluzione impossibile. Ti tocca, come a tutti, di vivere il tuo tempo. Non sono possibili fughe in avanti, questo ormai dovresti saperlo. Ma anche indietro non si torna, non è mai possibile». Poi guardo l’orologio e aggiungo «Partiamo subito invece. In tre ore potremo essere a casa. Tu dai tuoi, io a curare la mia zampa malata».

Mezz’ora dopo in autostrada fermiamo al primo distributore e ci avviamo verso il bar. Raggiungiamo il bancone a fatica, facendoci largo tra una comitiva colorata e chiassosa di turisti; e qui tutto termina, almeno per ora, e acquista un senso definitivo e compiuto, quando «Due bourbon» chiedi rivolta al cameriere.