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Quella mattina, Lucio ed io, eravamo partiti per la valle che qualche giorno prima avevamo trovato piena di cotorne. Anche le starne erano presenti con quattro voli pieni: cioè quattordici, quindici individui a brigata.

La fatica si stava facendo sentire, perché, mentre per Lucio era solo il quarto giorno di caccia, per me era l’undicesimo. E vi posso assicurare che fare tutti i giorni su e giù per quei bellissimi monti in parte innevati, significa avere polmoni d’acciaio, garretti di ferro, ma soprattutto un buon allenamento.

La caccia si fa a circa 2000 metri e l’altezza si sente, (per chi fuma, poi , non è proprio il massimo scarpinare lassù).

Quella mattina avevamo in campo tre setter: Ralph di Lucio, un bel maschio di sei anni che ormai sa leggere e scrivere, perché oltre che essere bravo, ha tanta esperienza su molti selvatici e terreni; io avevo Guglielmo Tell e Star. Il primo è un setter maschio, bianco nero di due anni e mezzo che fa molto bene ed ha ancora buoni margini di miglioramento, anche se già com’è basta e avanza; il secondo è un setter maschio, bianco arancio, molto marcato figlio del mio Buch; ultima speranza di quella corrente di sangue, perché il papà ha quindici anni e non coprirà più. Star aveva diciannove mesi e nei primi sei giorni non ne ha voluto sapere di fermare. Girava come un matto e pestava tutto quello che c’era da pestare, ma poi con un po’ di “frullamento” d’orecchi e qualche parolina dolce aveva cominciato a capire.


L’esordio è incoraggiante, perché i cani fermano subito un bel volo di starne che frullano veloci, ma non abbastanza e quindi i quattro colpi delle nostre doppiette ne staccano un paio.

La neve in fondo alla valle si è quasi completamente sciolta, e la temperatura è salita di otto, dieci gradi: insomma fa quasi un caldo cane, soprattutto quando si sale per raggiungere quota.

Le cotorne sono sparite, in basso non ci sono. Ad ogni passo, ad ogni calanco, mi aspetto di trovare un cane in ferma, ma non succede e intanto saliamo. Ci convinciamo che visto il caldo, sono andate in alto, si sono portate lassù: accipicchia per raggiungere quella quota, ci vuole un paio d’ore, ma intanto è un terreno tutta caccia. I cani girano benissimo, allargano in alto all’infinito. È uno spettacolo vederli girare tra quei monti, il sole, le aquile e la doppietta in mano.

L’ultima invenzione ha funzionato e gli scarponi coi chiodi sono molto utili e funzionali. Tutti gli anni alla partenza per il Kirghizisthan, mi flippo per i ramponi per gli scarponi: ma quando mi è partito il ginocchio destro è stato proprio lassù tra quei monti, grazie ad un “carrarmato” sbagliato.

Quegli scarponi erano stati ottimi per tutto il periodo delle beccacce, nei boschi mi pareva di volare ed anzi alla casa di caccia, la sera non sentivo la necessità di toglierli subito: ma in montagna è un’altra cosa, la suola deve essere più rigida ed avere la scolpitura al vivo, soprattutto sui bordi esterni.

Quest’anno dicevo, l’ultima invenzione ha funzionato alla perfezione. Le viti d’acciaio autofilettanti conficcate direttamente nel carroarmato con un’arparella, tra la testa della vite e la gomma, sono perfette. Non si sente differenza nella camminata: sia sul ghiaccio sia sul terreno scivoloso si resta ben aggrappati, come dei ragni…Troviamo un volo che tiene i cani, ma le mie due fucilate, un po’ azzardate, non sortiscono effetto. Picchiano in giù, tant’è, le ritroveremo al ritorno. Un altro volo di sette capi, si tuffa in giù. Ormai la montagna è finita e s’impenna ulteriormente negli ultimi quattro-cinquecento metri e così decidiamo di tornare giù bassi verso quei due voli per poi cercare le starne. La caccia è proprio imprevedibile: tre, quattro giorni prima avevamo trovato molti voli, ma adesso non ci sono più, si sono spostati. Ma io sono un testone ed invece di seguire la direzione di Lucio,magnifico cuoco, decido di arrivare proprio in cima a lambire delle boccette promettenti. Non tanto perchè penso di trovarle, ma perché alla sera a tavola sarei stato tormentato all’idea di aver mollato.

Guglielmo Tell va i ferma sul fianco pulito dalla neve. Accelero, perché ho paura che Star me le butti via, invece anche lui va in ferma. Le ha nel naso, non è in consenso. Procedo col cuore in gola, il terreno è molto ripido, con la spalla sfioro la vegetazione alla mia destra. Sono a trenta metri da Guglielmo Tell, se tengono ancora dieci, quindici metri, le posso solo sbagliare… Partono ventri metri sopra al cane. Sono almento quindici, il rumore del frullo, mi sorprende, ci metto un po’ a realizzare, non me le aspettavo così a destra. Vanno di sfondata allontanandosi. Azzardo, anche se so già che sbaglio a mollare le fucilate, perché sono lunghe: ma ho del sei e le canne di settantun centimetri quattro e due stelle. Bangh, bangh. Non cade nulla, ma un altro volo più in alto, parte e scollina sul fianco di quella montagna, seguendo le prime.

Impreco, il fiato è grosso, mi rendo conto che ho fatto l’ultimo pezzo in apnea per non fare rumore. Ora è il mio cuore che martella rumorosamente. Ho gli occhi lucidi dalla rabbia e dalla delusione. Il capocaccia Alexej, che ho ribattezzato Bertinoro perché ha la faccia da romagnolo, mi guarda, anche lui deluso, ma sereno e mi lancia una sfida: andiamo a ribatterle.

Guardo il fianco della montagna d’attraversare, è tutta a nord. Ci sarà un metro di neve ed oltre al costone la montagna sarà ancora più in piedi e chissà dove si sono attaccate: però mi sembra abbiano virato stretto e poi è il mio undicesimo giorno di caccia, di cotorne ne ho già fatte tante.

Chi me lo fa fare e poi Lucio è già laggiù in basso, ma come faccio a non andarci? Bertinoro mi guarda perplesso. Allora, siamo uomini o caporali? La neve mi arriva alla cintura, Guglielmo Tell mi sta al dietro, ma Star non ne vuol sapere e sfonda con fatica la coltre nevosa. Lo guardo, perché fa tenerezza, ha l’espressione del cucciolone, il muso bianco innevato e gli occhi tondi, ma ha grinta da vendere e coraggio come suo padre, il grande Buch.

La neve finisce appena scrino sul fianco del costone. Soffro di verigini, sono attratto dal vuoto e non vedo più i cani. Tento di salire e guardare avanti. Non fischio, perché non voglio dare altri vantaggi alle cotorne, che avranno già le orecchie diritte. Penso che un cane potrebbe cadere e uccidersi, ma è il destino che decide e se deve succedere che debba morirmi un cane, può accadere anche sotto casa. I cani non li vedo ormai da quattro-cinque minuti, ma dove diavolo sono? In basso no, se sono sopra è meglio che stia sempre col fucile pronto, non si sa mai. Finalmente la visuale, appena passo quella cengia di roccia, mi si apre e scorgo Star, sotto che ha agganciato un’emanazione e più avanti c’è Guglielmo Tell in guidata. Sale per sessanta, settanta, cento metri e poi blocca.

Non ho molte possibilità, ci devo andare da sopra, non terranno, non terranno. Mentre mi avvicino con passo felpato, sembro l’orso Yoghi, vedo che Star è in ferma con gli occhi spalancati e così seguo il suo sguardo. Che le veda in terra? Mancano cinquanta metri da Guglielm Tell, non terranno, non terranno e la terra mi si appiccica sotto gli scarponi e un goccia di sudore mi si appiccica sull’occhio destro e il dito nel grilletto è nervoso. Non respiro più, non cammino più, avanzo scivolando sul terreno come su una scala mobile. Tengono, tengono, il cane non muove ed io ci sono a venti metri. Sono già partite. Sono già partite prima che noi arrivassimo, magari ce ne è una solitaria. Sono quasi sul cane ed arriva anche Star…BRRRRRUU. Faccio il doppietto ed urlo di gioia, di rabbia, di fatica, di gusto, di libidine. Godo, i cani, la montagna, la fatica, la caccia e Bertinoro che col naso rosso rosso, mi viene incontro, gli ridono gli occhi. Ha goduto anche lui. Mi siedo, ho i cani tra le gambe e le cotorne in mano. E l’altro volo dov’è? In basso non riesco a scendere, è troppo ripido e pericoloso. Rifare il percorso non mi va, anche se sarebbe la scelta migliore, ma oggi non basta. Vado in su per raggiungere il crinale più alto ed abbassarmi dall’altra parte e poi l’altro volo se non ha proseguito e se non è partito agli spari e alle urla, è ancora qui da qualche parte. Probabilmente lassù. Coturnici scalatrici. Coturnici di montagna. Coturnici maledette. Maledette coturnici che ti fanno innamorare.

Sono costretto a mettermi il fucile scarico, sulla schiena di traverso per potermi arrampicare. I cani avvertano, ma non concludono, ho la doppietta in mano, ma non ci sono, non ci sono più. Maga Magò le ha portate via (vi spiegherò un’altra vota chi sono mago Merlino e maga Magò nella caccia).

Sono in cima, sono in cima al mondo, sono in paradiso, sono dove nessun altro è venuto, sono dove nessun cacciatore ha calpestato questi terreni. Giro il fianco del monte e mi trovo faccia a faccia con tre uomini armati e due cavalli……
Il più vicino era accovacciato col binocolo in mano che scrutava l’orizzonte. La sua posizione così raccolta e all’apparenza comoda e naturale, mi ha ricordato un animale selvatico che osserva tutto ciò che si muove attorno a lui per essere pronto a scattare.

Il secondo è in piedi e regge in una mano le redini dei due cavalli: imperiosi lassù tra quelle vette.

L’ultimo è dietro ai cavalli, è il più adulto ed ha a tracollo un mitragliatore, un kalashnikov.

Anche gli altri due sono armati, ma di doppiette da caccia con canne lunghissime e mi è venuto in mente che anche da noi, molti anni fa, prima che fossero inventate le borre-contenitore, andavano di moda le canne molto lunghe, perché così le cartucce miglioravano la loro portata.

Bracconieri, mi dice Bertinoro e mi si gela il sangue.
So che tra la Forestale e il bracconaggio c’è in atto una guerra spietata, perché a differenza di ciò che avviene in Italia, qui chi caccia di contrabbando, lo fa per mangiare, cioè per riempire lo stomaco: e quindi per riuscire a riempirlo, sono disposti a fare fatiche e sacrifici, a volte, al limite della sopportazione umana.
Chi invece controlla e cerca di rendere dura la vita dei bracconieri, se non ottiene risultati, rischia il posto di lavoro e quindi di trovarsi a sua volta a cacciare di frodo.
Ci guardano con i loro occhi a mandorla, cercando di capire quale sarà la nostra reazione.

Mi domando: come hanno fatto a non sentirci? Ho sparato più volte e non più da dieci, quindici minuti: come hanno fatto a non sentirci? Capisco. Hanno sentito, ma hanno deciso che Bertinoro da solo è affrontabile e che l’altro è uno straniero e non si vorrà immischiare.

Avanzo deciso, senza accelerare, verso di loro. L’accovacciato, non si muove, mi guarda negli occhi, ma non si muove, ha solo abbassato la mano col binocolo, ma non si alza.

I cavalli sono in carne, ben tenuti e hanno sulla schiena le selle con le coperte e ciascuno ai lati una fascina di legna che servirà per il fuoco notturno.

I bracconieri kirghisi, sono cacciatori tenaci. Rimangono lassù più giorni, senza rientrare fino a prendere la preda che può essere un capriolo siberiano, uno stambecco o, se sono fortunati, un Marco Polo.

A poco meno di dieci metri, l’accovacciato si alza. È più basso di me di almeno quindici centimetri e avrà ventitré, venticinque anni, come il suo compagno dei cavalli. Il terzo ne avrà più di quaranta. Sono il più adulto.

Mi avvicino, mentre i cani mi sorpassano e scodinzolanti li raggiungono. Mi tolgo, in segno di saluto, il cappello ed immediatamente “Kalasnikov” mi imita con il suo, ma gli altri due non si muovono.

I kirghisi, come tutti i popoli asiatici, quando non vogliono mostrare ciò che pensano, rimangono così, impassibili, sembrano di cera.

Con un mezzo grugnito, Kalasnikov intima qualcosa e tutti e tre sono a capo scoperto.

Li sfianco toccando con la mano sinistra il collo dei cavalli e reggendo per la bascula la mia doppietta, che ho aperto istintivamente. Accelerando il passo, mi allontano, obbligando Alexej a seguirmi ed interrompere così la discussione che si era appena accesa tra di loro.

Fatti cento metri mi accorgo che Star non mi segue, è rimasto indietro. L’ultima volta lo avevo appena notato sotto la pancia di un cavallo. Fischio, ma non arriva. Loro non li vedo più, perché allontanandomi, ho girato il monte e mi si sono coperti alla vista. Fischio e non torna. Torno indietro. Mi viene da pensare che lo possano aver preso. Ma cosa se ne fanno? Non è possibile. Il Guardiacaccia fa per seguirmi, ma con un cenno della mano lo fermo, vado solo. Quando li raggiungo, loro sono lì che mi aspettano: hanno sentito i miei richiami. Il cane è ancora la tra le zampe dei cavalli, piccolo, piccolo. È sfinito, ha bisogno di mangiare qualcosa e così, sentendo il calore di quelle belle pance pelose, si è lasciato andare. Mi guardano in quattro. Tiro fuori un bel pezzo di cioccolato per darlo al cane e Kalasnikov, credendo che lo offrissi a lui che era, il più vicino, con un bel sorriso allunga una mano.

Star si è mangiato poi il mio panino, mentre la cioccolata ce la siamo pappata in quattro: io e i cacciatori Kirghisi.

I loro occhi li ho ancora qui scolpiti nella mia memoria. Belli, affaticati e sinceri. I loro abiti scuri di panno e i berretti di pelo, lassù a caccia di carne per loro e le loro famiglie. Mi sarebbe piaciuto vederli quando tornano alle loro case di notte e scaricare il prezioso carico, con la moglie che li attende con la zuppa calda e i bambini che dormono, tutti nello stesso letto. E la sorpresa, la mattina, di ritrovare il babbo lì nel letto tra loro, sorridente mentre la carne si cuoce sul fuoco.

Li rivedrò ancora nei miei pensieri quei cacciatori kirghisi. Mi ricorderò sempre di loro e racconterò di questo incontro con gli amici, con quelli che come me hanno questa passione che ci spinge lassù sulle montagne a cercar cotorni. Chissà se anche loro i kirghisi, racconteranno agli amici di aver incontrato sui loro monti un italiano, con la doppietta, i cani e un bel pezzo di cioccolata.