Dior e Sacco della Trabaltana

Dior e Sacco della Trabaltana

Principalmente per intermediare il rapporto uomo-selvatico, esigenza sentita in ogni caccia che possa definirsi tale, proprio perché la caccia si differenzi dal tiro per un fatto intermedio tra i protagonisti, più o meno complesso, con prassi temine rigida e solenne, quasi cerimoniatistica, che può affondare la sua origine in antichissime usanze e che dà al cacciatore la percezione netta di vivere ben più profonda e nobile esperienza del rapporto, crudo e banale, del pronto-pull. Questo alla base alla caccia.

Ma si innesta la considerazione che il cane, strumento di reperimento, segnalazione, recupero del selvatico, è anche mezzo per realizzare il carniere e perciò diviene necessità per un proficuo esercizio venatorio.

Si può anche obiettare che non sempre è cosi per beccaccini è assai più redditizia la battuta con gli scaccioni che reperimento del selvatico, diffidente, che dimora in risi e marcite. Sistema di caccia più dispendioso, che richiede disponibilità organizzative e di mezzi, perciò disponibilità finanziaria. Chi non può, ricorre al cane, meno redditizio, per talune cacce, ai fini del cerniere, ma più economico. Si risponde: il cane, a beccaccini, novanta volte su cento danneggia, ed è perciò meglio, per il peso del carniere, andare senza; non è quindi il rendimento che spinge ad usarlo, ma il divertimento che si suo uso sportivo provoca in chi lo esercita. Questo non vale soltanto per le caccie codaiole. Chi caccia ai capanno, o nocetta, piccoli uccelli, non gode certo per il sommesso rumore dello schioppo, innescato con lieve dose di polvere, né per la vista dei pochi grammi di penne, che, colpiti, cadono a terra dal secco, ma per il verso sempre vario e mutevole, dei cantori chiusati, per il gioco dei migratori nei cieli d’autunno, per l’incanto della cornice di colline brumose; cosi come il tenditore ai colombi sul litorale tirrenico, non gioisce tanto della spennata del palombaccio staccato dal branco, in uno sbruffo di penne, ma per il lavoro degli zimbelli “volantini” e “racchette” che, sapientemente menomati, inducono i branchi maestosi, remiganti nei cieli limpidi di tramontana, a lasciare gli spazi per fare ala sul pino.

Cosi il cacciatore col cane non cerca sopratutto il carniere pesante dei molti capi, ma quello, più semplice, realizzato con abilità di ausiliare, che conduca l’azione secondo i canoni ortodossi dello sport: è nel framezzo tra il momento iniziale ed il conclusivo, sottolineato questo dal fragore del piombo, che risiede l’essenza della caccia, per chi esattamente ne interpreta spirito e valere ed ha animo e sensibilità per goderne. E’ la musica dei segugi, rimbalzante da monte a valle, vette, più del capitombolo della lepre, accontenta il canettiere; è il gioco sottile tra il fermatore e la regina beccaccia che dà al codaiolo il piacere dello sport.

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Nasce il cucciolo e lo si studia all’apparire e lo si segue nelle corse innocenti con gli altri fratelli, e lo si sceglie, infine, per un gesto, un atteggiamento, un riflesso che ci ricorda o predice quel che abbiamo già visto e vogliamo da lui. Mangia pantofole, sveglia vicini, scalza fiori in giardino, poi, in una luminosa primavera, corre sui prati, tra verde e sole, dietro farfalle, lodole, grilli. Si fa ossa, muscoli, cuore, polmoni. I primi incontri con i selvatici, nei meriggi estivi, lievemente ventilati; correrà loro incontro — ancora confidenti — sfrullandoli tutti e balzando per aria, al loro apparire, scattando seccamente le mascelle, avvitandosi, quasi, su se stesso nel balzo ghermitore. E le prime ferme, trepidanti, indecise, ansimanti, concluse dal consueto balzo e dalla lunga rincorsa: il primo dovere risolto. Altre intemperanze, esuberanze giovanili, dopo i primi timidi cenni di aver ereditato la ferma, e il lento lavoro di approfondimento, fino al mestiere imparato, nel giovane soggetto che esperto e vigoroso, forse le sensazioni più belle.

Quindi la maturità, seria, consapevole, onesta nel lavoro, svolto con impegno continuo, amico collaboratore, senza più molto estro, ma di grande perizia.

E la vecchiaia, calando nella sua andatura, accusando caldo e fatica, divina per la collaborazione, per l’intesa perfetta, per l’occhiata che per dire “anche stavolta ce l’abbiamo fatta”.

Infine la decrepitezza, iniziata col non smaniare alla uscita del compagno di temile, alzando solo la testa dal giaciglio, muovendo un poco la coda: andate pure, io resto. Qualche giornata ancora, un’ora o due, magari in piano dall’amico in riserva, con le ferme prolungate, quasi a riposarsi sull’emanazione, senza fremiti, poi il riporto a passo lento, un po’ dinoccolato, con la testa a penzoloni. In un giorno qualsiasi la fine; per rottura del cuore in una caccia tranquilla, o nell’angolo suo, non più sveglio al mattino, partito sommessamente, piegato ancoro come a dormire, andato via in silenzio, come per non dispiacere, per non dare inutile dolore. Una buca di più nel giardino, una foto di più sopra il tavolo, un ricordo struggente e un rimpianto accorato, egoistico. forse, per tutto quanto è stato.

Col cane è un rincorrere continuo, un cercare sempre alcune sensazioni che costituiscono il piacere della caccia. Non sempre si riesce, per i motivi più vari; oggi la vita non consente molti riposi né molti intervalli, l’addestramento è difficile, l’ubbidienza ardua da ottenere per un cane di sangue che esce una volta a settimana, ma si tenta lo stesso, si prova fino in fondo, non si può rinunciare. Per questo il cane da ferma, da seguito, da cerca, da riporto, è dopo tutto, anche il mezzo più idoneo per educare i cacciatori a sparare di meno ed a capire di più, e per questo costituiste, forse, l’unico valido, potente, suggestivo, umano e bellissimo mezzo per salvare la caccia in questa nostra in potenza venatoriamente eccelsa, ma, nella realtà, disgraziatissima penisola italica.