foto di Mario di Pinto

Note di cronaca di una trasferta di caccia nella Lapponia Svedese. “Cammina fin dove l’acqua e la terra si fonderanno con il cielo … e sarai nel mondo degli uomini liberi … nel mondo dei Sami”. Ebbene, cacciare in Lapponia vuol dire abbracciare il credo del popolo dei Sami che da tempi immemorabili abitano quelle terre sconfinate; cacciare in Lapponia vuol dire vagare nella Natura sovrana, dove per centinaia di chilometri non esistono né case, né strade, né altre tracce di umani insediamenti, ma solo tundra e taiga, boschi enormi, fiumi, laghi e spazi infiniti. Sono territori che le mie parole non riescono a descrivervi e la cui vastità solo vedendoli potreste concepire, per affrontare i quali bisogna avere un fisico di ferro, opportunamente temprato da allenamenti preventivi: perché – oltre a munirsi del provvidenziale gps con cui orientarsi – bisogna caricarsi sulle spalle un pesante zaino con tutto l’occorrente per fronteggiare gli improvvisi mutamenti climatici ed i generi di conforto che consentano di affrontare dieci ore di marcia al giorno.

E i cani? Quelli devono avere una passione almeno pari alla vostra, montata su di un telaio da “SUV”, con una tempra fisica da carro-armato, capaci di sopportare pioggia e vento freddi che bruciano le energie, di svolgere una cerca ampissima, sempre intelligente, e soprattutto super-concentrata per sfruttare tutto quel che l’ambiente promette o suggerisce, pronti ad adattare gli stimoli dell’indomito istinto predatorio alle astuzie di selvaggina sempre varia, che va dal cedrone al forcello, dalle pernici nordiche (che si comportano come le grouse – quindi l’ideale per il cane da ferma) al beccaccino. E quest’anno il tutto era reso ancor più difficile dalle conseguenze di un lunghissimo e rigidissimo inverno che ha ostacolato la riproduzione di tutte le specie volatili ed ha reso particolarmente diffidenti e sempre allerta gli scampati alle eccezionali intemperie. Ed anche se l’attività venatoria è consentita a rotazione in zone vastissime (ma che sono una infinitesima parte del territorio permanentemente chiuso alla caccia) ci si trova di fronte a volatili dalle difese eccezionali, grazie alle quali sono sopravvissuti in questo Nord che non perdona. Convinto che le mie gambe son buone e che i miei cani hanno gran passione, affronto il primo giorno con Vanny, la Pointer di cui mi fece dono Oscar Monaco quand’era cucciola; Bora, la Spinona, deve ancor smaltire gli ultimi strascici del calore; con me c’è un amico che caccia con una Setter e mio cugino che ha Morgan – fratello di Bora – che son curioso di vedere all’opera se, oltre che bello, è altrettanto bravo. Io e l’amico con la Setter saliamo in quota a cercar pernici bianche, mentre mio cugino con lo Spinone si terrà più in basso. Impiego due ore per raggiungere le alture dove albergano le eleganti pernici misteriose, e finalmente la Pointer, risalendo a fianco di un ruscello che sgorga fra le rocce, va in emanazione, ferma ed inizia a guidare in salita mentre la seguo col fucile spianato. Dall’altra parte della linea d’acqua parte un branchetto di bianche sulle quali indirizzo due colpi, di cui uno va a segno e la pernice cade fulminata. La Pointer riporta sollecita un bell’esemplare giovane e maturo … peccato aver mancato la coppiola!. La Setter dell’amico trova un altro volo in un anfiteatro degno di una tragedia greca ed anche altre grosse pernici pagan lo scotto; poi è ancora la volta di Vanny che fra sassi e neve va in ferma su di un branchetto evidentemente nato tardi e che rispetto. Scendo in quota e la cagna blocca un’isolata che metto giù con una bella fucilata ed offre alla Pointer l’occasione per esibirsi in un non facile recupero in mezzo a quegli appuntiti ghiaioni. Basta così. Mi abbasso di quota per vedere lo Spinone di mio cugino che incontro più sotto; nel carniere ha diverse belle nordiche. Il suo cane ha un’azione ampia (a conferma che le qualità condivise dalla sorella, fanno parte di un patrimonio ereditario), è avido ed elegante, sempre teso nel vento con movimento tipico; caccia ormai da sei ore, ma la sua azione non flette minimamente. Evviva: buon sangue non mente! È stata una bella giornata ed ora si torna alla casa di caccia, felici e soddisfatti.

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Foto di Lucio Scaramuzza

La caccia al cedrone è una delle più impegnative – e quest’anno ancor di più – perché nei boschi ci sono solo animali vecchi; i giovani evidentemente non hanno superato le intemperie del rigidissimo inverno. Oggi saliremo con i cani al guinzaglio (il mio amico con la Setterina ed io con la Spinona Bora) fin dove le betulle lascian spazio ai rododendri ed aprono ampie radure in cui speriamo di trovare qualche nidiata …ma – come ho già detto – quest’anno i giovano sono quasi del tutto assenti; ed infatti siamo in caccia da ormai tre ore senza veder volare una penna. Dirigiamo allora i nostri passi verso i numerosi laghi della zona, contornati dalle immense abetaie che son la casa di vecchi cedroni e vecchi forcelli, immersi tutto l’anno nel più assoluto silenzio. Qui il minimo rumore suona come perentorio allarme, non bisogna profferir parola, si deve comunicare solo a gesti, fare attenzione a non pestare rami secchi per non metter in fuga questi animali dall’arcigno aspetto preistorico. La Spinona – che benché giovane ha ormai un’esperienza da adulto – scivola come una pantera in quell’ambiente da streghe. Sento a distanza lo sparo del mio amico (che si rivelerà senza esito: mi dirà che era un forcello). La mia Bora intercetta una passata che segue con determinazione: io la osservo attento da una posizione favorevole mentre guida con espressione rabbiosa che mi fa pensare trattarsi di un cedrone. Ora la scorgo avanzare fra gli abeti grazie al corpetto rosso che rende palesi i suoi movimenti ed attendo ansioso l’evolversi della situazione: d’un tratto un fragore indimenticabile, misto al rumore di rami che si spezzano, segnala l’involo di due cedroni. La Spinona salta nel tentativo di prendere al volo un uccello che immagino si sia impigliato fra i rami, ma in tutto quell’incredibile bailamme non riesco a sparare a quegli uccelli che immagino enormi …ma che non vedo perché non escono mai allo scoperto. Solo alla fine, quando non son più a tiro, intravedo una femmina che torna nella direzione da cui son venuto, mentre il maschio allunga dalla parte opposta inseguito caparbiamente dalla cagna. Sono episodi che ricorderò sempre per la loro tracotante veemenza. Sono le tre e non ho ancora sparato una fucilata. In una radura Bora ferma e lo segnalo con un fischio al mio compagno posizionato dall’altra parte, mentre cerco di piazzarmi strategicamente. La Spinona guida il selvatico che se ne va di pedina e non lo molla mentre svicola fra gli alberi, finché il gallo nero giunge in un’altra radura e parte con volo fragoroso, sottraendosi però alla mia vista. Sono sfinito per l’arrampicata, mentre la cagna incattivita allarga a dismisura la cerca; d’un tratto il mio amico mi grida che vede Bora in ferma ma non rispondo per non segnalare al selvatico la mia presenza, speculando sul mio buon piazzamento proprio in mezzo alla radura. Infine il fracasso del frullo rivela il cedrone che sbuca sopra gli abeti: bolletto la prima canna ma con la seconda aumento l’anticipo e lo ribalto in aria. Mi siedo per terra a riprendere fiato e guardo l’orologio: sono le 16, arriva la Setterina che abbocca l’enorme uccellaccio, ma l’irruenza rabbiosa di Bora la travolge e mi riporta il cedrone con aggrappata anche la Setter. Questa è caccia, perdinci! Questa è la caccia per la quale seleziono i miei cani!

Oggi c’è il sole che qui è una rarità. Sono seduto ai bordi di un ruscello con la Pointerina Vanny ai miei piedi che condivide un frugale spuntino. Da dietro una cresta spunta un gruppetto di tre ragazze con zaino in spalla e cestino nelle mani che raccolgono le more artiche disseminate lungo il loro cammino: mi salutano graziosamente, scattano qualche foto per testimoniare l’insolito incontro, poi riprendono il loro cammino. Tra andata e ritorno dalla più vicina strada carrozzabile faranno almeno 30 chilometri per un cestino di more. Perdinci, la loro passione è pari alla mia!. Riprendo a cacciare in una zona in cui si succedono deliziose vallette di betulle che la cagna affronta con decisione; a cento metri sotto di me, improvvisamente ferma espressiva. Scendo con calma confidente della solidità delle sue ferme e mi attardo a scattare anche qualche foto; infine frullano cinque nordiche enormi, tutte evidentemente vecchie e riesco a metterne giù una. Vado a ribatterle ed in zona noto le “fatte” di forcelli. La cagna ferma di nuovo, guida a lungo poi si irrigidisce in assoluta immobilità ed io mi piazzo di fronte a lei dall’altra parte della conca; attendo immobile e paziente, passano minuti interminabili ma nulla accade; poi la cagna riprende a guidare verso il basso, dove però non riesco a scendere, sottraendosi così al mio contatto ed a trenta metri partono come saette due forcelli, di cui uno subito scompare dietro la riva del monte, e l’altro – nero come il diavolo – gira e mi dà l’idea che s i sia rimesso. Mi dirigo là dove penso potrebbe essere approdato ed arriva la cagna il cui corpetto rosso appare e scompare nella vegetazione. Vado a cercare la cagna fra le betulle, commettendo un’ingenuità da cinofilo (ed un solenne errore da cacciatore) e nell’istante in cui vedo Vanny, il gallo parte sfiorandomi il capo per scomparire in un baleno zigzagando fra gli alberi che mi circondano. Butto una fucilata a casaccio a conclusione di una azione egregia della cagna, pessimamente da me conclusa.

Oggi ho con me le due cagne ed andiamo in cerca di pernici nordiche in una valle immensa: quando sono partito il tempo era decente, poi la repentina variabilità climatica di queste lande ci avvolge in un’aria cruda che diventa ben presto nevischio, con la temperatura che improvvisamente precipita di molti gradi. Ci fermiamo a fare colazione, poi i cani incominciano a trovare pernici isolate ed alcune in coppia, ma con le mani ghiacciate sparo male e sciupo la maggior parte delle occasioni. La Spinona ferma un’isolata che non vuol saperne di alzarsi e la Pointer consente …poi si siede ed inizia a tremare come una foglia; infine la pernice parte e la metto giù, ma mentre la Spinona riporta è sempre più evidente il malessere della Pointer che fatica persino a camminare. Le metto il guinzaglio e torno in direzione della macchina, ma lei proprio non ce la fa e dovrei trascinarla. La avvolgo nella coperta termica che ho nello zaino, le do una tavoletta di cioccolato, e me la carico sulle spalle per le restanti tre ore di cammino: accendo al massimo il riscaldamento dell’auto, la massaggio e dopo mezz’ora il malessere della cagna è passato. A tavola ne parlo con gli amici e mi dicono che la stessa cosa è successa a tre Setter, portati anche loro a spalle dai loro padroni. E la Spinona allora? Per lei il gran freddo improvviso non ha avuto conseguenza alcuna, ha continuato a cacciare sino alla fine senza nessun segno di cedimento né di disagio: ecco cosa intendevo nel dire che in Lapponia ci vogliono cani con il telaio da SUV! La Lapponia è una terra così: o la ami o la odi.

La sera prima della partenza Thomas – il nostro amico lappone – ci ha portato da vedere due preziosi album di pelle pieni di fotografie d’epoca che documentano la storia della sua famiglia, coi suoi nonni Sami, allevatori di renne e cacciatori di alci e di orsi, una storia di gen te nata e cresciuta in un mondo di disagi per noi inimmaginabili, isolati da tutto e da tutti: noi guardavamo estasiati quei documenti storici e sul volto del nostro amico lappone si leggeva l’orgoglio di un popolo.

Kljmpfall, settembre 2012