“C’è una cattiva aria in giro per i poeti! “

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Quando vedete un cacciatore vagante da solo con un fido cane, che batte il terreno davanti a lui, il passo lento, direi quasi circospetto, attento a ogni angolo, spiando continuatamente ogni movimento e ogni atteggiamento del cane, quando lo vedete a volte preoccupato imbracciare il fucile, a volte metterlo a tracolla, girando sereno lo sguardo indugiante intorno, potete star certo che, quasi sempre, quello è un cacciatore-poeta. Non le gaie e rumorose comitive, che pur danno spesso una gioia piena, materiale del godimento venatorio e delle varie altre attrazioni della società di amici, lo attirano, poiché lo distraggono dal suo raccoglimento interiore e ne appannano la sensibilità dello spirito. E ciò non già per disprezzo delle sane gioie della compagnia, ma per una forma di un umano egoismo, per il quale egli sa che da solo gode più pienamente il diporto preferito, riportando un maggior carniere di selvatici e di gran lunga, una maggiore copia di sensazioni.

La caccia è intesa da lui come un’aspirazione o un atto in un modo tutto particolare e soggettivo. La tecnica più scrupolosa per ogni selvatico che persegue, tecnica affinata da una soda preparazione culturale, illuminata dalla luce di una lunga esperienza ragionata e vissuta. Ansia di conoscere sempre più le abitudini della selvaggina e le astuzie varie che questa oppone alla persecuzione del cacciatore. Cura speciale di sprecare il minor numero di colpi, non già per una malintesa economia, ma per quella passione per tutto ciò che è perfetto, per la quale ogni colpo deve essere sparato necessariamente a tiro, nel modo voluto, possibilmente a segno.

Ma, soprattutto, il cacciatore-poeta, che ha l’animo aperto a tutte le bellezze del creato, bellezze che si rinnovano sempre e si riflettono nei suoi occhi desiosi negli intermezzi del suo esercizio, trova le sue soddisfazioni maggiori nel lavoro del cane. Questo lavoro egli lo esalta a simbolo di arse e di estetica venatoria nella cornice del quadro, che ho tentato di descrivere; lavoro che, alle alte doti di stile, deve accoppiare quelle utili al rendimento.

Sempre lo troverete con un cane puro, perché egli sa che la selezione è un mezzo efficacissimo di perfezionamento, e anche perché naturalmente portato verso ciò che si distacca dal volgare. Cosi pure non lo alletteranno oltre misura le facili stragi, che una giornata favorevole o un passo eccezionale possano offrirgli, in quanto più del cantiere comunque colmo, egli preferirà il superamento delle reali difficoltà per conquistarlo con tutte le regole dell’arte e della scienza cinegetica. Non gioie clamorose per un successo, non depresso avvilimento per una disavventura: misurata emulazione per i migliori, serena comprensione per quanti sono da meno di lui. Ma, al di fuori di queste qualità tecniche e spirituali, che possono essere comuni anche ad altri cacciatori, un aspetto soprattutto lo distingue dagli altri: l’ardente, inestinguibile sete di bellezza onde tutto il suo animo è tormentato e la serena capacità di vedere, di comprendere e di gustare ogni aspetto della bellezza comunque e dovunque si mostri, trovando l’eternamente nuovo nell’eternamente vecchio, creando, direi, col suo vigile occhio ansioso, gli elementi stessi della bellezza.

Ecco là una beccaccia fermata fra un sesto acuto di rami. sospesa per un attimo fra terra e cielo, in un corridoio di un verde opaco che termina luminoso in un lembo azzurro di cielo. Quale quadro incomparabile che egli, nell’atto venatorio che compie, sa vedere e gustare in pieno, indugiandosi ad ammirarlo! E, ad ogni passo, direi, ecco un quadro nuovo che si svela ai suoi sguardi. Con le ondulate vette delle colline, nella caccia alle starne, con la policromia di colori scintillanti al sole, con le guglie aguzze punteggiate di radi cespugli, le balze pietrose, nella caccia alle coturnici: ogni istante ed ogni luogo danno, al cacciatore-poeta una rivelazione perenne di bellezze nuove. Ed appunto in questa capacità di vedere, di ammirare, di creare le seduzioni del bello sta il carattere distintivo del cacciatore-poeta. E se arche la capacità tecnica gli difettasse, in parte vi supplirebbe l’amoroso studio, che prima o poi lo penerebbe a livello del migliori. E’ in sostanza una poesia non già distillata in alambicchi di accenti e di rime, ma trasformata in un sentimento concreto, reale. Poesia più aderente alla vita, perché vissuta, anziché evaporata nei versi, ai margini della vita. Se poesia é stato d’animo, se poesia è pathos, creazione, ansia del bello, il cacciatore cosi fatto è senza dubbio poeta. La sua musica sono gli aliti dei venti che carenano o le raffiche che frustano, gli accenti sono le mille voci che varie, molteplici salgono da ogni valle e da ogni selva: la poesia è il tutto. Sole infuocato, pioggia dirotta, nebbie opache, brume trasparenti, cieli sereni o cupi, aggrondati di nuvolaglia, tutto si trasforma in elemento di bellezza. La morte stessa del selvatico ne esce nobilitata. Perché portata a coronamento di uno stato d’animo e di un’opera di poesia.

Oggi la poesia non si canta più: si vive.

Bisogna diffondere questa concezione della caccia e della vita. E’ il modo più bello e sano per elevare e nobilitare il nostro appassionato diporto. In ciascuno dl noi, per grezzo o rustico che sia, si nasconde sempre un tantino il poeta. La selvaggina spesso, troppo spesso anzi, altro non è che un… ideale alato rivestito di penne. Coltiviamolo questo culto del bello e del difficile, dell’aspro e del perfetto, e, se anche il quadro, che ho tracciato, pecca di ottimismo, servirà sempre a renderci migliori. Come uomini, come cacciatori, come poeti, che vivono intensamente la passione del loro diporto, scuola e strumento di bellezza perenne.
Victor