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Se usi un setter inglese per andare a beccacce devi essere consapevole del fatto che stai adoperando, impropriamente, un arnese progettato duecento anni fa per svolgere il lavoro in un certo modo, giusto per le condizioni esistenti la ed allora. Un uso improprio al quale ora quell’arnese si adatta perfettamente, nonostante non sia stato originariamente progettato per questo fine. Infatti un cane selezionato per reperire, sfruttando il vento, selvaggina che si comporta in modo lineare e che si trova nel pulito, ora tu lo usi nel folto del bosco, per cercare un selvatico eccentrico, in condizioni ove il vento non rileva allo scopo.

Adoperando quindi un setter inglese per la caccia alle beccacce, di fatto cambi la funzione per la quale è stato progettato ed essendo quella funzione che originariamente ne ha determinato il tipo, non ha più senso pretendere che un setter mantenga tutte le sue manifestazioni di tipicità originale, standardizzate, durante lo svolgimento del nuovo, diverso, lavoro a cui adesso viene adibito. Sarebbe come voler usare una spada per tagliare il salame, e poi preoccuparsi più di come è rifinita la sua elsa, piuttosto del fatto che tagli. Oppure come voler usare una vecchia sedia di legno per scaldarsi, e poi preoccuparsi più del fatto che sia comoda, piuttosto di quello che bruci.

Se usi un setter inglese a beccacce dovresti quindi saper dare alle sue manifestazioni di tipicità, al suo stile, un giusto valore, non assoluto. Invece, la questione del cagnaccio e del cagnolino è un cruccio costante di noi setteristi, dispregiativo, ovviamente, per lo scomposto e vezzeggiativo per lo stilista. E’ anche un provocatorio argomento di discussione domenicale, messo all’ordine del giorno dai detrattori del cagnaccio, d’estate, sui bordi del medicaio, all’ombra di un pioppo, in occasione della gara; tabù, in certe piovose sere invernali, quando dai silenzi e dai musi lunghi, si capisce subito come è andata quel giorno. E’ comunque un fascinoso tormento che ci assilla, a cui si cerca di far fronte con la considerazione che c’è un fisiologico abisso di espressione fra il correre sicuro di un soggetto, istintivamente tirato dal vento, ed il deambulare incerto di un altro, ragionatamente alla ricerca di luoghi idonei ad ospitare beccacce. Ragion per cui a caccia lo stile finisce sempre per essere quello possibile, in funzione di ambiente e di selvatico; al massimo una generica compostezza nel muoversi e sulle emanazioni. Contegno messo in crisi da insicurezze: nell’interpretare i segnali provenienti dal naso, determinate dalla stanchezza, dall’annebbiarsi del cervello, sono loro che tolgono stile e rendono cagnaccio.004

Non per niente nei corsi di tecnica della comunicazione insegnano che l’uomo sicuro, di successo, cammina diritto ed a testa alta, veloce e deciso poiché sa sempre dove andare. Ma alla resa dei conti della vita quanti nostri coetanei, allora anonimi giovanotti insicuri, abbiamo invece poi visto essere comunque riusciti a diventare persone di successo. E quant’altri invece, allora invidiati giovanotti spavaldi, abbiamo poi visto fallire. Quanti dunque i corsisti che camminano a testa alta, veloci e decisi, ma stanno andando dalla parte sbagliata; elegantemente però. Così è anche nel bosco e quindi, per prima cosa, che lo stile non sia solo una tecnica per sedurre chi si commuove di fronte agli atteggiamenti teatrali. Che non sia solo un fare vanamente sospetto, ma serio e convinto, poiché non sempre ciò che viene fatto con convinzione e con una faccia seria, è poi effettivamente ragionevole. Di quel presunto stile non saprei che farmene, ma certo che se, a caccia, lo stile viene dimostrato da un cane di rendimento, allora giù il cappello, siamo di fronte ad un cagnolino. Non ne ho mai visti, nonostante i cani da caccia siano oramai quasi tutti figli o nipoti di stilisti certificati. Non ne ho mai visti, probabilmente per lo stesso motivo per cui non ho nemmeno mai visto degli esperti muratori muoversi con un bel portamento, qualche giovane impiegato invece sì.

005Comunque, se fosse, giù il cappello, ma tirarlo giù solo dopo che avrà provato il freddo e la fatica, la pioggia, il caldo e la sete, i sassi e le spine, le ammaccature, gli animali che non si trovano e le abbondanze. Riparliamone dopo tutto ciò, quando il cane avrà acquisito quella professionalità che non si improvvisa, che si assimila nel tempo con impegno e costanza. Quello che rimarrà dopo sarà vero stile, probabilmente però altra cosa rispetto allo spettacolare congegno a tempo, enfatizzato dal piano, turni brevi e sapienti dosaggi di selvaggina, talvolta apprezzabile durante le Prove. Come mi piacerebbe clonare uno stilista, inequivocabilmente certificato tale dai migliori esperti, e dopo un paio d’anni di caccia, nel caso il clone riuscisse a diventare bravo, vedere quanti dubbi gli sono venuti, quanto stile gli avranno corroso le esperienze, se il suo stile avrà finito per assomigliare o meno a quello del cagnaccio . Il quale non è tale per vizi morfologici, dato che costruzioni funzionalmente scorrette non sono consentite in cacce dure; e considerato che altrimenti non si spiegherebbe lo scarso stile dei cani da ring, come non si spiegherebbero i record di Mennea.

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