15218491_1182811778467293_506235276_nII cane da caccia manifesta la sua personalità poliedrica, con comportamenti diversi in casa, in città e a caccia. II cucciolone, separato dalla madre e dai fratelli, riceve dalla famiglia di accoglienza, protezione, compagnia, socialità, cibo, gerarchia, territorio sicuro, contatti rassicuranti. Poiché queste sono le stesse cose che riceveva dalla madre e dai fratelli, e portato ad identificare la nuova famiglia con la madre, la casa con il territorio, il padrone con iI capo-branco, i familiari con i fratelli, e cosi l’istinto gli fa assumere in casa gli stessi atteggiamenti che già avevano assicurato l’affetto della madre.

Poiché l’attenzione della famiglia continuano per tutta la vita, il cane in casa manterrà questa condotta anche da adulto.

K. Lorenz e stato il primo a notare, che in casa il cucciolone usa verso i familiari lo stesso atteggiamento infantile, sottomesso, accattivante che aveva verso la madre, teso a sollecitare rassicurazione e rafforzamento del vincolo.

Nei riti che accompagnano la cerimonia di accoglienza al padrone, il cane si esibisce in un repertorio di scodinzolii, moine, salti, guaiti, finti assalti, posture di sottomissione, contatti, come fanno i cuccioli.

Analoga pantomima liturgica scatta quando il cane si senta oggetto dell’attenzione del padrone o dei familiari che si dedicano a lui.

II suo atteggiamento di dedizione assoluta, più eloquente di ogni parola, da cui traspare fedeltà illimitata, genera nel padrone verso questo essere che dipende totalmente da lui, un senso di responsabilità e di tenerezza analogo a quello che si prova verso gli esseri indifesi non autosufficienti, come i bambini il padrone (umanizzandole) interpreta le manifestazioni del cane come sentimenti di fedeltà e affetto, che e naturale ricambiare.  L’atteggiamento infantile del cane sollecita l’istinto parentale alla cura della prole inetta, latente in ogni uomo. Infatti il padrone usa con il cane toni carezzevoli, parole semplificate, linguaggio scandito, ricco di diminutivi, vezzeggiativi lusinghe, elogi e carezze, come fanno gli adulti con i bambini. II padrone si compiace di indulgere a giochi e attività che il cane sollecita e mostra di gradire. I visitatori della casa, dopo un sommario ma esauriente esame olfattivo, vengono catalogati in simpatici o antipatici: l’esame si fa severissimo con i suoi simili la cui introduzione in casa è quasi sempre considerata un affronto ostile da respingere.

Per il resto il cane si “appiattisce” naturalmente sui ritmi domestici della casa e sulle sue scansioni; la sua passività e dovuta affatto che tutti i suoi bisogni sono puntualmente soddisfatti prime ancora che si manifestino con una qualche urgenza. Registra uscite, rientri, le ore del pasto della passeggiata e, soprattutto, il rientro del padrone.

Nel suo dormiveglia segue quello che accade, ascolta i rumori familiari, ha un orologio interno infallibile per le uscite e i pasti. Sta rilassato se la routine segue le cadenza che conosce, mentre ogni novità gli suscita ansia, i rumori ignoti lo irritano e detesta il suono del telefono o delta porta.

Passa la giornata ciondolando assonnato da un punto all’altro delta casa in stato di apparente prostrazione: evita se possibile, di restare solo da segni di vita al momento del pasto e delle uscite.

Con sbalorditiva capacita di osservazione, il cane sa cogliere da segni impercettibili ogni sfumatura dello stato d’animo de padrone con il quale ha un collegamento telepatico talora sconcertante.

Credo che riesca a cogliere informazioni anche sulle condizioni di salute fisica del padrone. Nella convivenza il vincolo tra il padrone e il cane diviene una relazione intima e profonda, alimentata da una comunicazione basata su reciproca assimilazione di codici gestuali inequivoci.

Le passeggiate per le necessita naturali sono attese con impazienza dal cane che, con una metamorfosi spettacolare, appena in strada attiva automaticamente tutti i suoi recettori, setacciando il terreno con l’olfatto, con una concentrazione assoluta. Il cane “sembra” che usi solo l’olfatto, ma in realtà il suo “radar” si avvale di forme di sensibilità a noi ignote.

II cane “marca” con la massima attenzione invisibili e impercettibile reperti lasciati da altri cani (urina, feci, liquidi e altre emissioni a noi ignote), che analizza con il suo “computer” tracciando una specie di carta d’identità (sesso, stato ormonale, caratteristiche, disponibilità all’accoppiamento, aggressività da evitare o da soggiogare) di colui che le ha emesse.

Stilata la “cartella clinica” o il curriculum” di elementi fondamentali, si sente obbligato a lasciare sul posto le sue “credenziali” con appropriate emissioni organiche.

Generosamente non si risparmia e sente il dovere sociale di emettere continue deiezioni per fornire risposte esaurienti ad ogni ignoto interlocutore.

E’ uno scambio di “comunicazione” che dimostra come il cane non possa fare a meno delta “socialità” e di interagire con i suoi simili, in ogni occasione.

La socialità del cane si nutre di scambi con i suoi simili e la rivelazione delle tracce è la sua forma di “corrispondenza”.

II rapporto con i suoi simili cambia se sta al guinzaglio (o dentro un recinto) o se è libero.

Al guinzaglio in città, assume nei confronti di tutti i cani che incontra un inedito atteggiamento aggressivo e provocatorio: strattona per avventarsi al combattimento, abbaia, ringhia, sembra voglia annientare un nemico che odia da sempre e che solo il guinzaglio salva dallo sterminio.

Se invece e lasciato libero, “dimentica” ogni ferocia, si avvicina agli altri cani per la consueta ispezione genitale olfattiva, gira intorno all’estraneo con cautela e poi o lo ignora o cerca di giocare. E’ raro che aggredisca, e di fronte ad un avversario con cattivo carattere cerca di allontanarsi con dignità.

Se si trova in un recinto, o dietro le sbarre di un cancello, è in stato di continua tensione: qualunque cane passi nel suo raggio visivo viene considerato un “provocatore” al quale con ringhi e latrati dichiara una guerra senza quartiere che di colpo, e senza vergogna, si trasforma in atteggiamento di blanda curiosità se con la improvvisa apertura del cancello il contatto fisico diventa possibile.

Quando capisce che va a caccia emerge un altro aspetto della sua personalità: salta, abbaia si dimena con violenza, strattona il guinzaglio.

Appena sciolto dimentica ogni forma di sottomissione al padrone, diviene insensibile ai richiami, spazia sui terreno, indipendente nell’esplorazione e nell’azione: come unico limite, continua a svolgere la “cerca” nella direzione di marcia del padrone. Ma per tutto il resto è autonomo.

L’animale domestico, sottomesso e accattivante e sostituito da un demonio invasato: il padrone resta il capo-branco, ma nella caccia il cane si comporta come un partner, che solo lo scopo comune lega al padrone.

Sul terreno di caccia sembra consapevole di dover svolgere un ruolo attivo e dominante, fino alla “ferma”; dopo sarà il padrone a fare la sua parte.

Quando e in ferma, attende immobile e senza ansia il padrone, perché ha fiducia in lui; e diviso tra “l’estasi” che accompagna la ferma e l’attenzione spasmodica a percepire con l’olfatto i movimenti del selvatico. In molti soggetti lo stato di “trance” e cosi accentuato che il cane, anche se perde il contatto olfattivo con il selvatico in movimento, ma non rompe la ferma mentre avverte l’avvicinarsi del padrone, progressivamente la tensione sembra lasciare il posto alla sicurezza che a questo punto il controllo della situazione passera all’altro.

Dal canto suo il padrone competente partecipa alle fasi del lavoro del cane con intenso coinvolgimento; ne segue le vicende dell’azione, ne apprezza la sagacia e l’ardore, la prestanza atletica; valuta come superare le difficoltà e ammira il coraggio e l’avidità che lo rende insensibile al caldo al freddo, all’afa alla sete, ai rovi, alla fatica.

Durante fa caccia il “dialogo” tra cacciatore e cane riceve sublimazione dal comune sentire la tensione della ricerca, dal superamento delle difficoltà che vengono affrontate insieme. Il cacciatore sceglie dove dirigere la cacciata, ma se il cane avverte che in quel posto la ricerca e vana, tende di sua iniziativa a trasferirsi in altre zone. Il cane si aspetta dal padrone una attività di indirizzo e ne “legge” i pensieri, ma vuole anche risultati concreti.

Se il padrone cammina in linea retta e con passi costanti, il cane aumenterà progressivamente il raggio dell’esplorazione in quella stessa direzione; se il padrone cambia direzione, il cane cambierà la direzione di cerca; se il passo del cacciatore e spedito, l’esplorazione privilegia la profondità in avanti; se e lento si amplia a esplorazioni laterali più profonde.

Se il cacciatore si riposa, il cane dopo un po’ si avvicina per controllare e dopo un rapido sopralluogo, si allontana di nuovo “spronandolo” a riprendere la caccia.

La passione venatoria e cosi forte e dominante da spingere il cane a compiere ciò che in altre circostanze non farebbe mai; se insegue un animale, non esita a penetrare tra i rovi più fitti ed acuti e a gettarsi in acque gelide e torrentizie. L’istinto di cacciare prevale anche sull’istinto di conservazione e lo rende insensibile a qualunque travaglio sino al limite della sua resistenza.