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Se un cane, nel bel mezzo di una giornata, salta una staccionata di protezione ed attacca sino a dilaniare un ignaro passante e se casi analoghi si ripetono sempre più frequentemente, una ragione dovrebbe esserci.

Basteranno quelle spiegazioni di mamma televisione che tendono costantemente a colpevolizzare l’uomo cinofilo e, forse, il passante rompiscatole e distratto?

Sarà utile e di buon gusto informare dell’apertura di cliniche psichiatriche, con annesse ambulatori attrezzati per ospitare canidi in analisi?

E se queste esistono davvero ed hanno clienti, ci sarà una ragione!

Invece se uno splendido lupo selvatico affamato tenta di predare una pecora (cosa che i suoi antenati hanno fatto per millenni) si trova a dover fare i conti con una nuova razza di lupi che la difendono (a pancia piena).

Il concetto di predazione ha esclusive ragioni alimentari, per questo è sicuro che un ghepardo a pancia piena non rincorrerà una gazzella, né un falco pellegrino penserà di predare prima di aver digerito totalmente la pernice catturata giorni prima.

Invece il cane domestico, segugio o terrier o pastore che sia, caccia a comando anche a pancia piena ed a rischio di infarto.

Proviamo ad ipotizzare una spiegazione con il permesso di mamma televisione?

A scuola ci hanno insegnato che l’istinto di conservazione della specie è stato da sempre il principio naturale alla base della vita nel mondo animale; è sempre stato l’affinamento degli istinti che ha consentito la sopravvivenza, la modificazione, l’evoluzione di ogni specie, in modo naturale ma su basi e regole ferree.

La vita animale ( e dell’uomo ) per migliaia di anni si è fondata sul soddisfacimento di tre bisogni primari: la nutrizione, la riproduzione e la sicurezza. Una vera ossessione millenaria: ogni minuto di ogni giorno e per tutta la vita, l’estrema attenzione alla nutrizione, praticamente null’altro in testa e per tutto il tempo; insieme a questo la massima attenzione alla sicurezza attraverso l’esercizio delle differenza.

In natura, infatti, tranquillità vuol dire spostarsi alla ricerca del cibo, la qualità di questo sinonimo di salute e questa è garanzia di vantaggio nella competizione della vita; scomparsi i soggetti troppo confidenti, scarsi mangiatori e poco robusti, i sopravvissuti hanno accesso alla seconda grande ragione di vita: la battaglia per la riproduzione.

Quella della riproduzione è sempre stata una stagione intensa ma molto breve. Siamo informatissimi: in ogni specie animale l’accesso alla riproduzione è sempre stato privilegio di campioni di energia o, meglio, di vigore o, meglio di carica ormonale che è in grado da sola di moltiplicare la forza e primeggiare su tutti.

Si badi bene: tutti i soggetti arrivati alla riproduzione sono perfetti, selezionati nei dieci mesi precedenti dalle vicissitudini già descritte. La battaglia, quindi, è rimasta ai molti “forti” alla ricerca del fortissimo e di una specie gerarchica definita.

Questa selezione ha consentito la sopravvivenza di ogni specie, dal leone alla lucertola, dal lupo al pettirosso. Ragioni di vita, sempre le stesse: sfamarsi, salute, riprodursi.

Solo l’intervento dell’uomo ha modificato il sistema e ciò è successo quando l’uomo ha pensato di soggiogare e modificare alcune razze a scopo di utilizzo domestico; non solo: per i cani ha voluto creare razze pure distinte da caratteristiche morfologiche anche molto diverse, per soddisfare esigenze diverse: compagnia, guardia, difesa, corsa, caccia, salvataggio etc.

Per farlo ha dovuto attingere da cani esistenti (all’inizio il lupo) e, attraverso metodologie sempre più affinate, ha cominciato ad imbrigliare la già viste tre uniche ragioni di vita alla base della selezione naturale; la nutrizione, la riproduzione e la salute sono rigidamente gestite in allevamento ed in automatico.

L’obiettivo era l’azzeramento delle componenti genetiche di selezione naturale e, su queste pellicole parzialmente vuote, inserire i caratteri distintivi delle nuove razze da fissare. Naturalmente, in riproduzione sono finiti solo i cani con caratteristiche morfofunzionali rispondenti ai singoli obiettivi di razza ed il successo è stato maggiore in tali caratteristiche ben visibili e ben controllabili (anche dai consumatori), molto più difficile, invece, la selezione di ciò che non si vede come la personalità, il carattere, le reazioni psichiche, l’intelligenza.

Oggi, quindi, il futuro genetico di ogni razza è legato totalmente all’individuo umano che da solo identifica, valorizza e decide qualità e caratteristiche dei riproduttori; ci sta, quindi, che esista il soggetto allevatore di scarsa capacità, serietà, moralità o, peggio ancora, diabolico nel degrado cinotecnico.

Non sarà questa la ragione dei casi assurti a cronaca ma sarebbe opportuno verificare.  Ad ogni buon conto, non va dimenticato che gli organismi cinofili nazionali ed internazionali si limitano alla trascrizione anagrafica dei cani e non vi è nessun controllo su quanto gli stessi cani rispondono veramente allo standard ufficiale; ciò vuol dire che possono esistere nell’ambito di una razza pura soggetti certificati come tali ma che, invece, si manifestano quali perfetti “bastardi di razza” anche molto pericolosi.

Ancor più difficile è capire come nelle razze di cani delle quali si apprezza sconsideratamente forza ed aggressività, possono essere scambiate per tali caratteristiche la comune stupidità, la mordacità e lo squilibrio psichico. Quando convivono fra le quattro mura di un fantomatico allevamento squilibrio, follia ed aggressività, si sa per certo a quali risultati si va incontro.

D’altronde i soggetti allevati e cosiddetti “puri” non potrebbero sopravvivere liberi in natura e, se costrettivi, finirebbero la maggior parte col morire ed i rimanenti formerebbero, negli anni, nuovi soggetti selvatici puri selezionati in natura sulle basi ferree già descritte: capacità di nutrirsi, garantirsi la salute e capacità di riprodursi.

In definitiva siamo in un vicolo cieco nel quale la cosa auspicabile e possibile è la identificazione la emarginazione di questi fenomeni, tentando di risalire alle origini; azione ormai opportune e, forse, anche urgente per ragioni sussistenti di salute pubblica e di prevenzione contro l’azione sconsiderata di finti allevatori che bivaccano ai margini della cinofilia amatoriale e sportiva e che carpiscono la buona fede l’ingenuità di appassionati cinofili. In ogni razza canina bastano poche generazioni per innescare un meccanismo perverso e le generazioni dei cani sono molto ravvicinate e brevi; in un decennio è possibile averne 6/8, praticamente quanto basta per dare una svolta anche violenta ad una razza.

Anche in cinofilia, quindi, nessun allarmismo, ma piedi ben piantati a terra si! Un cane è tutt’altro che uno strumento usa e getta; ciò vale anche per i nostri splendidi compagni di caccia che, però, hanno il vantaggio di vivere a fianco di un esperto, il cacciatore, in grado di misurarne in tempo reale salute, efficacia, equilibrio, amabilità, affidabilità.