CACCIATORI DI MONTAGNA E DI BECCACCE

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

Il cane da gara – di Cesare Bonasegale

Le caratteristiche di cui deve essere dotato il “cane da gara” per sopportare le condizioni di vita che gli vengono imposte.

dsc3129Lo chiamano “cane da gara” per indicare il soggetto che fornisce prestazioni di efficienza e di stile, grazie alle quali ottiene qualifiche di rilievo nelle prove dei cani da ferma.

È quasi sempre affidato ad un addestratore professionista che lo scarrozza in lungo e in largo per l’Europa alternando allenamenti e frequenti competizioni, il cui esito viene annotato sul libretto di lavoro a lui intestato. E nell’arido susseguirsi delle pagine, resta solo la sintesi espressa da una sigla: M.B., Ecc., CAC, CACIT, alternate dalle frustranti N.Q. o Eliminato. Niente premi, né ricompense; anche le lodi convenzionali son solo verbali e se ne vanno nel vento della campagna in cui il giudice le ha pronunciate. La falsa finalità dovrebbe essere la valutazione zootecnica da cui dipende la consacrazione del Campione, cioè il cane al quale sono riconosciute qualità tali da incarnare l’essenza della razza, relativamente alle doti di lavoro.

E ripeto: questa è la falsa finalità. Quella vera invece è di appagare l’inestinguibile sete di gloria del suo padrone. Infatti, anche dopo aver ottenuto quelle poche “massime qualifiche” richieste per il Campionato, la carriera del “cane da gara” prosegue indefessa con l’unico obbiettivo di collezionare CAC e CACIT a più non posso, all’infinito, senza più limiti, inframmezzati da Eccellenti di cui quasi quasi i loro proprietari si vergognano (… e se viene un M.B. è un vero e proprio insulto!). Il tutto oggetto di concitate comunicazioni telefoniche del dresseur che dalle lontane lande, palcoscenico delle gesta degli eroi a quattro zampe, decanta al suo cliente i risultati ottenuti o denigra il giudice allorché la qualifica non è il rituale CACIT. E mentre a fronte di ciò il proprietario paga i salati conti, il “cane da gara” vive i suoi monotoni giorni su di un furgone dal quale scende per i bisogni corporali due o tre volte al giorno e per una corsa di 15 minuti, cioè tanto quanto dura il turno di prova o l’allenamento.

E la caccia ? – qualcuno si chiede.

La caccia è praticamente inesistente e – quando va bene – sarà praticata forse al termine della carriera di gare, in età da baggina dopo il ritiro dalle competizioni. Dico e sottolineo forse, perché il più delle volte, dopo la gloria, c’è solo il dimenticatoio in un box ad attendere la triste fine di una triste vita. Ma tralasciando (colpevolmente) l’aspetto morale della questione, vorrei soffermarmi sulle caratteristiche che il “cane da gara” deve avere per sopportare un simile supplizio. Il “cane da gara” deve essere motivato da un fortissimo “istinto predatorio” (geneticamente dominante), che è il motore di una cerca spaziosa ed impegnatissima. Ma la cerca non è fine a sé stessa, bensì è in funzione della predazione, solo parzialmente appagata dalla “ferma” e che necessita del successivo conforto dello sparo e del riporto. 

Se quindi vien meno lo stimolo della caccia, è plausibile che la motivazione della cerca non sia più il genuino istinto predatorio, ma che subenti l’impulso di correre fine a sé stesso (la cui origine genetica non mi è nota ma che, presumibilmente, è espressione di un carattere recessivo, frutto di selezione) che un rigoroso addestramento trasforma in percorso di cerca incrociata. A sostegno di questa tesi, assistiamo sempre più frequentemente all’esibizione di “cani da gara” che – anziché cercare – corrono e che solo accidentalmente fermano un selvatico casualmente trovato sul loro artefatto percorso, cosa che immancabilmente determina l’assurdo CACIT, assegnato ad un robot che viaggia a tutta velocità secondo traiettorie a lui rigorosamente e meccanicamente insegnate.

Questa concezione del “cane da gara” corrisponde allo stereotipo di cani di alta addestrabilità, in quanto dotati di elevata “tempra”, intesa come capacità di sopportare stimoli esterni negativi; in parole povere, cani-tamburo, disposti ad accettare pesanti interventi di addestramento. Questa qualità però difficilmente coesiste con la spiccata facilità di apprendimento, funzione invece dell’intelligenza perché … col cavolo che un cane intelligente sopporta le frequenti punizioni su cui sono generalmente basati i sistemi di addestramento del “cane da gara”. L’ideale sarebbe un’equilibrata coesistenza di “tempra” e di intelligenza, equilibrio che viene compromesso allorché vi è la smaccata prevalenza dell’una sull’altra. La principale conseguenza di questo squilibrio è che alla progenie di questo tipo di “cani da gara” non viene trasmessa la “cerca incrociata”, ma solo la tempra per sopportare il rigoroso addestramento necessario alla sua esecuzione.

Se invece le prestazioni del “cane da gara” sono l’espressione di intelligente discrezionalità che ispira la cerca in funzione del terreno da esplorare, i suoi figli saranno capaci di ricalcare autonomamente le orme del padre (e della madre) senza l’ausilio di un addestramento severo e spersonalizzante. Quindi, ben venga la cerca incrociata, ma solo quando la configurazione del terreno è tale da rendere i lacet il modo più funzionale di esplorazione: se il cane è intelligente, state certi che a vento buono e su terreni aperti, farà la cerca incrociata senza che nessuno glie la insegni. Un tempo il problema era meno sentito perché il “cane da gara” era sistematicamente utilizzato da settembre a dicembre a caccia e veniva trasferito presso il dresseur solo da Febbraio a fine Maggio.

Quindi la sua vita era ben diversa di quella imposta agli attuali trialler. Malgrado ciò, ricordo che già allora – dopo alcune settimane di allenamenti in Istria – dovevo intervenire ammazzando un paio di capi anche ai miei migliori cani affidati al dresseur per ridar loro lo smalto che altrimenti si affievoliva. Altra componente da non trascurare è l’effetto del “cambio di mano”, perché un conto è il feeling che si instaura col padrone-cacciatore di cui divide la vita quotidiana da quando era cucciolo, ed altro è accettare un nuovo capo-branco le cui uniche manifestazioni sono mirate a condizionare i suoi comportamenti. Sta di fatto che spessissimo affiancavo il mio dresseur nel lavoro dei miei cani più importanti, per mantenere in tal modo vivo il rapporto col capobranco che il mio cane prediligeva.

E questi fattori incidono particolarmente sui cani più sensibili ed intelligenti che – in quanto tali – non si lasciano robotizzare. Ho avuto soggetti “grandissimi” in mano mia, e che rifiutavano assolutamente di lavorare con chiunque altro!. In questo senso il Bracco italiano è un cane in cui simili problemi sono più frequenti in quanto tendenzialmente cani-ragionatori, il cui equilibrio è regolato da un complesso sistema di rapporti emotivi. È proprio di questi giorni un caso emblematico che racconto volentieri.

Un amico braccofilo ha un soggetto ottimo beccaccinista. Chi lo ha visto se n’è innamorato. Portato dal suo padrone in Dalmazia a starne, dopo il comprensibile periodi di adattamento ad un ambiente profondamente diverso da quello a cui era abituato, ha anche lì dimostrato grandi qualità. Dopo di che è stato affidato ad un rinomato professionista. Inizialmente tutto è andato bene, ma dopo un paio di mesi di lavoro nelle mani del dresseur il cane è stato da questi scartato per scarso impegno e “malavoglia”. Tornato dal suo padrone – e rimesso in risaia a beccaccini – è immediatamente tornato il gran cane di prima.

In questi casi viene spontaneo dar la colpa al dresseur che “non l’ha capito”… ed infatti è stato affidato ad un altro professionista. Stessa storia: inizialmente un gran cane … poi si è spento ed è diventato abulico. Ed una volta ancora – tornato dal padrone che lo ha usato tutta la stagione a beccaccini – ha fatto vedere mirabilia. “Vuoi vedere che questo cane non ha sufficiente versatilità per fare altro se non la caccia ai beccaccini?” – si è questa volta chiesto il suo caparbio padrone. Ed allora lo ha affidato ad un terzo professionista, che però si dedica proprio ai beccaccinisti. E per la terza volta si è ripetuta la stessa storia: inizialmente il professionista ne è stato entusiasta … però dopo un po’ anche con lui il cane tende a  spegnersi … salvo rianimarsi miracolosamente se accanto a lui c’è anche il suo padrone! Ora io mi chiedo: questo comportamento è un limite o un pregio di quel cane? È un limite nell’ottica della cinofilia consumistica del giorno d’oggi, in cui il “cane da gara” deve collezionare CAC e CACIT. È un pregio di chi vede nel cane il suo vero compagno, con il quale instaurare un’intesa che va oltre i comportamenti stereotipati per invadere la sfera dei sentimenti più profondi.

Perché il grande cane da caccia prima di tutto è il nostro miglior amico!.

Il vero problema è che ormai per trovare le starne (vere) bisogna fare migliaia di chilometri ed è oggettivamente difficile per chi non faccia l’addestratore di professione affrontare simili trasferte per il tempo necessario all’addestramento di un “cane da gara”.

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1 Comment

  1. scaramuzza lucio

    SONO PIENAMENTE D’ACCORDO e condivido ogni tua parola…capisco perché non ti hanno fatto presidente dell’ENCI, anche qui, come per i cani che hai descritto é un pregio o un difetto?

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