CACCIATORI DI MONTAGNA E DI BECCACCE

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

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NOIR-ET-FEU…tratto dal libro (Fra cime selvagge e boschi dorati di Franco Subinaghi)

 

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L’autore con i suoi Gordon

Noir-et-feu. black-and-tan, nero-focato, praticamente… gordon, il mio amore cinofilo, neppure troppo segreto e molte volte apertamente confessato.

Nelle mie cinquanta licenze di caccia, ho posseduto, amato e apprezzato alcuni forti setter inglesi, con i quali, dalle cime selvagge dei monti, attraverso l’oro dei miei boschi e sconfinate risaie, ho praticato con soddisfazione tutte le cacce praticabili con il cane da ferma.

Ricordo Zar, il mio primo cane: mi fu donato quando aveva già otto anni, dalla vedova di una mio maestro di caccia; avevo diciott’anni, e il bel tricolore mi insegnò ad andare a caccia.

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UN POSTO NUOVO NEL CUORE di Franco Subinaghi (dal libro “la caccia dell’anima”)

Moreno

Foto di Moreno Amalberti

Entrai nella Trattoria Alpina del mio amico Orazio dopo cena, un venerdì di fine settembre, metà anni Settanta. Diedi un’occhiata in giro, i tavoli erano popolati dalla solita umanità di mezza montagna, quasi tutta impegnata in animate partite a scopa. Al tavolo vicino al banco del bar sedeva il solito gruppo di cacciatori, il Leo, romagnolo d’origine e valente uccellinaio, grande tiratore e fischiatore ad allodole ai Pian di Spagna, il Tano, fratello di Orazio, il Leonardo, il Gianni di Bene Lario, il comasco Longoni e alcuni altri. Salutai l’Orazio, che stava dietro il banco, gli chiesi un caffè e andai al “tavolo venatorio”, accolto con simpatia e qualche pacca sulle spalle. Scambiammo qualche parola sul tempo, sull’apertura appena passata, sulle coturnici e sui galli, sui primi tordi che stavano entrando in quei giorni.

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Regina di Natale di Franco Subinaghi (dal libro “Il diavolo nel lariceto”)

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Foto di Lucio Scaramuzza

 Natale ’75. Ventiquattr’anni, una storia breve ma intensa finita da pochi giorni, per la sua pazienza presto esaurita e per un eccesso del mio traboccante spirito libero.

Scesi presto dai miei, col mio setter Dylan che ne approfittò per sgattaiolare in casa e andare a chiedere qualche buon boccone a mia madre, già indaffarata al pranzo natalizio. Mentre sorserggiavo il caffè, guardai, oltre il lago, i monti della Val d’Intelvi avvolti in un chiarore latteo che indovinai esser tormenta portata da Nord.

La stagione di caccia che volgeva al termine ed il pensiero della ragazza mi immalinconirono mentre accarezzavo la testa del setter.

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LA VITA PER UN FORCELLO (dal libro Caccia a un passo dal cielo) di Franco Subinaghi

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Foto di Angelo Lasagna

Aristide, che gli amici chiamavano Ari, era un piccolo industriale di Lecco, appassionatissimo di caccia in montagna: la sua passione era il gallo forcello che cacciava sulle Alpi Centrali. Ari era da anni amico del Nea che un giorno, mentre eravamo in montagna a caccia di galli, mi raccontò la sua storia, dato che non ebbi mai occasione di conoscerlo di persona; per anni aveva frequentato la sua baita e fra i due era nata una sincera amicizia, sulla base della comune passione per i galli, anche se non avevano cacciato spesso insieme, forse per una sorta di competitività di Ari che al Nea non andava troppo a genio.

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Fra cime selvagge e boschi dorati è la quarta fatica letteraria di Franco Subinaghi

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Fra cime selvagge e boschi dorati è la quarta fatica letteraria di Franco Subinaghi ed è un libro nato da una certa ponderatezza, essendo intriso di bellissimi momenti introspettivi, senza andare però a scapito della grande dedizione della sua creazione, che ha caratterizzato anche i lavori precedenti.

Fra cime selvagge e boschi dorati aggiunge una nota poetica e introspettiva inedita nel modo di scrivere di Franco, a cominciare dall’azzeccatissimo titolo, che rappresenta la visione perfetta del luogo in cui avviene il miracolo de Il Mistero, titolo del racconto simbolo di tutto ciò. Infatti, alcuni passi di questo libro, vedono un Franco Subinaghi nuovo, che ha cercato di diversificare il suo modo di scrivere, come ad esempio in France du Sud, ove fonde le sue tre passioni: caccia, scrittura e pittura, regalandoci immagini narrate quasi da bozzetto impressionistico, o da pittore macchiaiolo. Ma il libro si diversifica non solo nello stile narrativo, ma anche per alcuni temi: senza anticipare nulla, passiamo da una Regina del Bosco… ad una Regina degli Abissi, un racconto molto originale e che si stacca nettamente dal resto del libro.

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“SOLITUDINE” di Franco Subinaghi

La caccia dell'anima

La caccia dell’anima

Ho avuto alcuni ottimi compagni di caccia, nelle mie numerose licenze, veri amici, come me innamorati  della montagna, dei suoi selvatici e della sua profonda bellezza. Ho condiviso con loro la mia grande passione per il monte e per la sua vita.  O per le immense distese delle risaie della nostra bassa. Con tutti ebbi  comunque in comune  la passione per i cani da ferma.

Alcuni di  essi  furono miei maestri  venatori  come il Tani, re delle coturnici, il Nea, grande cacciatore di galli e bianche o l’indimenticabile Pino, che tutto mi insegnò sul magico mondo della caccia ai beccaccini.

Altri furono  compagni di caccia, amici della mia età allora verde, come Beppe, conosciuto a scuola, al Gonzaga, che come me aveva anche la passione per  la pesca a mosca, la musica rock, il grande Milan.

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“CACCIA A UN PASSO DAL CIELO” di Franco Subinaghi

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Ho sempre considerato la caccia uno stile di vita, e, come dissi tempo fa, la mia vita senza la caccia sarebbe come quella di un setter o di un pointer senza la caccia.

Questo mio modo di vedere l’attività venatoria, ha fatto si che inevitabilmente la maggior parte delle mie amicizie sia composta da persone che in linea di massima la pensano come me, e, una di queste è Franco Subinaghi.

Conosco Franco da molto tempo grazie soprattutto alla militanza nel Club della Beccaccia, sin da subito si è accesa una grande simpatia, di certo per la passionaccia comune relativa alla Regina del bosco, ma anche e soprattutto perché entrambi utilizzatori del setter scozzese.

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COTURNICI di Franco Subinaghi

Coste solive, fra sassère, giavine, immensi paglioni rotti da grandi massi erratici, cenge sospese su terrificanti strapiombi; e loro, le Regine delle Rocce, le coturnici. Cacciandole, accumuli cocenti e spesso continue delusioni compensate da immense soddisfazioni, da emozioni tanto forti da mozzarti il fiato, già corto per la ripida salita che hai affrontato per andare a servire il tuo cane fermo fra quelle roccette, sulla costa tanto erta da sembrare verticale: frullano tutte insieme, grigie fra le rocce grigie, e quando il setter ti riporta quella che hai abbattuto, per un attimo ti sembra che stringa fra le fauci un pezzo di roccia grigia: ma poi le apri le ali e il petto e l’addome sembrano esplodere in un’apoteosi di ocra di bruno-rossicci, di neri, di bianchi crema, con il becco e le zampe di quel vermiglio da far impallidire un corallo…
E canti al primo chiaror dell’alba, salmodiare fitto a salutare il rinnovarsi del miracolo di una  nuova alba alpestre, e frulli metallici d’ali battute all’unisono, traiettorie sibilanti a fendere la purezza della brezza alpina, stoccate incredibili che lasciano nel cielo azzurro pallido una scia di piumette grigie, bianche, rossicce. Adrenalina pura nelle tue vene e una caccia per cacciatori e cani montanari, di quelli veri.

GALLO FORCELLO di Franco Subinaghi

Il mio grande amore fra le cacce alpine, come il Re forcello ho amato solo la beccaccia. Quanto storie, avventure, indimenticabili episodi ho vissuto cacciando per un trentennio, con i miei gordon e i miei inglesi, questo meraviglioso selvatico fra lariceti ammantati di fitti mirtilleti, fra i quali crescevano selvaggi sorbi montani dalle bacche vermiglie, o fra drose e rododendri celanti, qua e là, esili vene d’acqua cristallina alle quali i cani si dissetano avidamente. Galli che rugolano sulla cima d’un larice lontano, nelle giornate di nebbia. Galli che s’involano a tre tiri di schioppo quando un velo di neve fresca rende troppo visibile il tuo incedere e quello dei tuoi cani. Galli che s’impigriscono nel tepore del meriggio ottobrino, ingozzandosi di mirtilli nero-bluastri, e si lasciano fermare dal gordon il quale, col suo incedere prudente, li sorprende in piena pastura… bloccato sotto una ferma inesorabile, il vecchio gallo regge
a lungo la ferma là, sotto i due giovani larici che crescono stretti a una roccia coperta di muschio verde scuro, poi s’invola fragorosamente, velocissimo, in un’orgia di neri e di bianchi, cade di schianto e vien giù pesantemente, sbattendo contro un ramo di quel larice che, per qualche attimo, continua a dondolare…
Lo ammiri a lungo, posato sullo zaino, il tuo sguardo non riesce più a staccarsi dai riflessi blu scuro sul nero del petto, dal bianco abbagliante degli specchi alari, dal rosso carminio delle grandi caruncole, dalla curva perfetta di quelle penne della coda a lira… Il primo desiderio che provi è quello di…dipingerli, per fissare sulla tela, per sempre, tale e tanta bellezza, prima che appassisca…

PERNICI BIANCHE di Franco Subinaghi

A un passo dal cielo, le pernici bianche, i mitici Osei del Signur,  gli uccelli del Signore che due volte, cacciandole, ti fanno venir da ridere, mentre le altre otto volte ti fanno….piangere. Chiamale anche taine o galinet, rimangono sempre selvatici ammantati di leggenda, per pochi eletti: per raggiungerle son sempre interminabili camminate, ore e ore di fatica in condizioni meteo a volte molto avverse.
Ho sempre amato il “paese delle bianche”, paesaggio lunare ben oltre i duemila, ove non crescono alberi e dove il silenzio è totale e tanto profondo da inghiottire in un attimo il rumore delle fucilate, delle parole, dei tuoi sospiri, e il bisbigliare dei tuoi pensieri; e il galoppo dei setter sul manto nevoso gelato, il gordon nero in ferma che spicca sul biancore circostante, e la macchia rosso vivo che lasciano sul candore immacolato. Avere fra le mani una pernice bianca è un pò come cogliere un meraviglioso, algido fiore delle nevi: quando lo ricevi dal riporto del cane tu sai che, comunque, te lo sei meritato. E sai anche che questi attimi non li scorderai mai più, per tutta la vita. Queste sono le bianche, uccelli antichi, tramandateci dalle grandi glaciazioni: quando si prendono il tuo cuore di cacciatore, sarà per sempre….
 

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