CACCIATORI DI MONTAGNA E DI BECCACCE

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

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CACCIATE DA SOLO ! tratto da “La Beccaccia e il Cane da ferma” di Pietro Geronzi del 1939

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Maya sett.17 del Dott. Silvio Spanò

Cacciate da solo ! La caccia da solo col cane é in genere la caccia dei forti, degli abili, dei migliori, giacché presuppone la perfetta conoscenza di quest’arte. Essa è giustamente, come asserisce qualche brillante scrittore, la più semplice dal punto di vista organizzativo, la più completa dal lato sportivo, la più rimunerativa agli effetti pratici. Difatti un buon cacciatore uccide da solo, non di rado, più di due o tre cacciatori uniti, o per lo meno il suo carniere è spesso proporzionatamente superiore a quello degli altri cacciatori in comitiva.

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“ETICA VENATORIA” di Giuliano P. Salvini (tratto da Tetraonidi e Coturnici)

Pèo (Apo x Aika) su coturnici

Pèo di Crodedomini (Apo x Aika) su coturnici

I sistemi di caccia.

Scriveva un Autore, ora scomparso, al riguardo della caccia alla Coturnice: « Taluni montanari usano purtroppo appostarla nei luoghi di pascolo per fucilarla comodamente a fermo ma questo è un genere di cattura che, pur senza essere vietato dalla legge, rientra agli occhi dei cacciatori onesti fra le forze specifiche del bracconaggio, poiché mette a repentaglio l’esistenza dell’intero branco. La vera, la classica caccia alla Coturnice si svolge con il cane da ferma ».

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“IL PRANZO di NATALE (Dicembre 1948) ” tratto da “Tra Cime Boschi e Paludi” di Giorgio Gramignani

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Bravaccini serve Seoul e Figo della Trabaltana fermi su beccaccia

Come già da molti anni prima della guerra, anche in quel dicembre del 1948 eravamo partiti per la consueta gita di caccia di fine d’anno in Puglia. Erano gli anni fiammeggianti della nostra più accesa passione, che tutto ci faceva, se non dimenticare, per lo meno momentaneamente accantonare, dagli affetti familiari, al lavoro e agli affari. Quando arrivavano quei fatidici giorni attorno il 20 dicembre, nulla poteva più trattenerci. Era una febbre frenetica, irresistibile finché, dato un abbraccio alle dolci spose, non correvamo via verso quella allora meravigliosa, selvaggia terra di Daunia, che sembrava attenderci come un’amante segreta, per offrirci le più esaltanti gioie di Diana.

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Tratto da caccia alla coturnice di Oscar Brunicardi INCONTRI CON ALTRA SELVAGGINA

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Cacciando la coturnice, a seconda della zona che si batte, sono frequenti gli incontri con altra selvaggina: nella zona più bassa, sia essa bosco o brughiera, o i primi contrafforti rocciosi, era un tempo possibile trovare la starna e la lepre; nella zona sui 1500 i fagiani di monte, e oltre i duemila, ai confini delle più alte pasture, agli ultimi mirtilli, le pernici bianche e la lepre bianca. A una certa altimetria, dai 2000 ai 2500, in certe zone nel regno della coturnice, sulla stessa pastura (rododendri, mirtilli) può capitare d’incontrare nella stessa giornata oltre che la coturnice, il fagiano, la pernice bianca e le due varietà della lepre comune e quella bianca! E qualche volta anche il camoscio. Il cacciatore di coturnici deve perciò sempre tener presente la probabilità di questi incontri, che gli saranno segnalati anche dall’azione diversa del cane, ma che se non pensata, alle volte sorprende talmente da far commettere degli errori di piazzamento e di tiro su un bersaglio non atteso.

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TERRENI E LUOGHI PREFERITI DALLA BECCACCIA di Ettore Garavini tratto da Beccacce e Beccacciai

Il Cav. Ettore Garavini a caccia in montagna

Il Cav. Ettore Garavini a caccia in montagna

Tanti cacciatori, non pratici ancora dei suoi costumi, vanno spesse volte a cercare le beccacce nelle più folte, più ombreggiate e spesso paludose zone della macchia. Questo errore è dovuto all’idea che esse desiderino l’acqua e rifuggano la viva luce ed i raggi del sole.

La beccaccia ama, al contrario, i luoghi pieni di luce e di sole, sempre che abbiano un terreno alquanto umido, ed è in questi stessi luoghi che noi dobbiamo cercarla nelle ore antecedenti e conseguenti il mezzogiorno.

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“PUO’ ANDARE A CACCIA IL CANE DA PROVE?” di Giancarlo Mancini

Foto di Moreno Amalberti

Il cane da ferma, ausiliare specifico da caccia, deve essere continuamente esercitato, in parte per soddisfare la sua innata passione che, specialmente nel trialer, è sempre al massimo grado, ma anche per dargli tutto quel bagaglio di esperienza che sta alla base dell’addestramento. Anche il cane da prove deve sempre venire dalla caccia, altrimenti il suo lavoro sarà meccanico, privo di inventiva e di genialità, doti che invece si addicono ad ogni soggetto che calchi le scene dei campi di gara. Bisogna però evidenziare la differenza che passa tra il portare a caccia un cucciolone ed un cane adulto.

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Riflessione sopra un grande spinone disegnato da Angelo Vecchio di Dott. Paolo Brianzi

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Spinta dall’amico Renzo Marchesi, che fu ammiratore e leale amico di mio padre, offro questo scritto postumo agli spinonisti appassionati perché sappiano degnamente continuare l’opera di selezione del cane cui Egli ha dedicato la Sua esistenza mettendo la Sua esperienza al servizio di questa razza Franca Brianzi 

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Le memorie di Adelio Ponce de Leon. Parte terza e ultima

                                   CopertinaGli anni d’oro

Nel gennaio del 1931 veniva approvato il primo Testo Unico della caccia, che regolava l’esercizio dell’attività venatoria in tutta Italia. L’apertura e l’esercizio venivano comunicati con un manifesto nazionale valido per tutte le province. Con la sola licenza di caccia si poteva sparare dalle Alpi alla Calabria, alla Sicilia, alla Sardegna in piena libertà senza balzelli ad animali che venivano designati in due categorie: selvaggina nobile stanziale e migratoria con l’aggiunta dei nocivi. Andavano fieri i cacciatori che si dedicavano alla stanziale vantandosi eletti, distinti, elevati, nobili nei confronti degli uccellinai, dei vaganti, dei roccolai, dei capannisti, dei becchipiatti, dei migratoristi, considerati i paria della grande passione. Il nuovo Testo Unico creava anche la Zona Alpi, di difficile gestione tra le pretese dei montanari, gelosi del loro ambiente e della loro fauna, e quelle dei cittadini, che pretendevano uguaglianza di diritti.

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Le memorie di Adelio Ponce de Leon – “Parte seconda di tre”

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La giovinezza

Avevo ancora i pantaloni corti e già seguivo nelle battute di cacciatori locali.

Facevo lo schiavetto al Turin Balum (Ettore il pallonaio), uccellatore con la civetta sul paletto, alla metà del quale era infissa una gabbietta circolare con un foro centrale da richiamo per i primi catturati della giornata. Turin portava la sacca con le panie. Lo aiutavo a tirar fuori dalla panie le bacchette, smaliziato nel rotearle e nel rendere uniforme la patina di vischio. Sapevo che bisognava bagnare con la saliva le dita prima di toccare le bacchette per impedire l’appiccicamento del vischio.

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Le memorie di Adelio Ponce de Leon “Parte prima di tre”

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Dalla giovinezza alla vecchiaia

Superata la soglia dei novant’anni, non mi resta che rivivere la mia lunga avventura cacciatoresca nei ricordi che ripercorrono tanti cambiamenti, dalla caccia libera ovunque al susseguirsi dei divieti sempre più severi contro la nostra passione, alla fauna stanziale autoctona che è mutata nella quantità vicina all’estinzione o in novità di specie, in un panorama di esercizio tanto mutato durante un secolo.

All’inizio del Novecento, la caccia era praticata in massima parte da contadini, operai, impiegati, benestanti, gente del popolo che godeva della tranquillità della vita del Paese, paga della quantità di selvaggina abbondante nelle campagne, in pianura, nei boschi, in collina e in montagna, ove era possibile cacciare in ogni parte d’Italia con la sola licenza di caccia.

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