Scolopax Rusticola (90)

Pensieri a ruota libera sulla reale consistenza della beccaccia nei nostri territori.
Dopo il tormentato fine millennio passato ben cacciando, ma col timore di una pesante impennata dei prelievi e del conseguente effetto sullo stato della specie, definito “vulnerabile” dall’attento mondo della conservazione (almeno per quanto riguardava le popolazioni che interessavano i Paesi di maggior pressione venatoria) e dopo il ritiro da parte della commissione CEE del già pubblicato piano di gestione della specie, visto che i dati nel frattempo emersi avevano permesso di cambiarne la posizione strategico-conservazionale trasferendola in quella del “least concern” (di minimo interesse/preoccupazione), ci siamo crogiolati in un’euforia della mattanza con la falsa rassicurazione che “…tanto la beccaccia la regge bene”.

Credo tuttavia opportuno fare un po’ il punto della situazione, non tanto per una priorità assoluta, ma soprattutto per ricordarci come stanno veramente le cose e come evolve nel complesso l’interesse venatorio per la beccaccia stessa. Effettivamente il quadro attuale, nell’ultimo quindicennio, ha fornito dati più numerosi e qualificati sull’evoluzione di alcuni parametri (indici) considerati importanti nella valutazione dell’andamento demografico. Le percentuali di giovani, tranne due stagioni di cattive condizioni climatiche nelle aree russe di nidificazione (incendi e siccità), si sono mantenute nella norma, nonostante almeno due inverni (gennaio/febbraio) pesanti con mortalità aggiuntiva “da concentrazioni” (e conseguenti prelievi, troppo poco contenuti dalle normative e dalle loro applicazioni!), il numero di beccacce conteggiate di notte per gli inanellamenti hanno mostrato una tendenza ad incrementare (ma sono verifiche per lo più effettuate in zone protette), con la discreta certezza che le sottopopolazioni più sfruttate hanno in parte provenienze diverse, creando così la serenità dei beccacciai nostrani che, tutto sommato, sono stati accontentati. Ciò non toglie tuttavia che, a guardar bene, in seguito a quelle turbative, sia stata osservata una successiva diminuzione del ritorno primaverile e che in Russia si sia parlato e scritto di questa tendenza (e staremo a vedere cosa succederà in questa primavera, dopo le ecatombi di gennaio nelle regioni del Mediterraneo orientale e Mar Nero!). Fortunatamente però alcune buone stagioni riproduttive hanno dato l’impressione di un sostanziale ritrovato equilibrio, anche grazie all’ausilio di qualche dolce stagione invernale che ha senza dubbio salvaguardato una buona percentuale di adulti rimasti indietro e sparsi su vaste aree, assai meno pressati dalla caccia rispetto alle beccacce trasferitesi in zone costiere per sottrarsi alle strette di gelo.

Questa sorta di miracolo, sostenuto certamente da alcune fondamentali iniziative in campo legislativo adottate in diversi Paesi, alcune in atto già da tempo (eliminazione della caccia in marzo e sovente anche in febbraio, eliminazione della croule in tutti i paesi UE e riduzione netta del numero di giornate anche in quelli non UE – ad esempio in Russia – introduzione di limiti di giornate di caccia settimanali con numero di capi definito, istituzione di PMA (prelievo massimo ammesso) in Francia e in alcune zone regionali, anche italiane, proibizione purtroppo teorica della “posta” e del commercio), è stato tuttavia negativamente controbilanciato dall’espansione dei persecutori della specie (concentratisi sulla beccaccia in assenza/diminuzione di altre specie) e dalle loro trasferte turistico/venatorie anche verso Paesi che non hanno ancora applicato certe restrizioni e che, comunque, offrono possibilità di carnieri opulenti in territori dove, solo qualche decennio addietro, nessuno cacciava la beccaccia! Ne è esempio la relativa facilità con la quale è stato possibile istituire il Santuario della Beccaccia nell’isola estone di Vormsi i cui cacciatori residenti non si interessavano assolutamente alla specie, appena in tempo prima che venisse accorpata alle iniziative di caccia turistica poi dilagate in diversi Paesi Baltici!

Ma guardando bene in casa nostra e tra i nostri conoscenti, possiamo realmente dire che – tranne in casi eccezionali – la beccaccia non risente dell’attuale ritmo/pressione venatoria? Come inciso doveroso, ricordo che nel 2012 una notevole équipe dei più quotati ricercatori (Peron et al.) in base alle 12.078 riprese francesi (più 2873 ricatture nelle sessioni di inanellamento e 737 riprese in Europa orientale) a partire da 44.902 beccacce inanellate, hanno valutato una sopravvivenza assai inferiore a seconda delle zone a più o meno alti indici di pressione venatoria: dal 61% al 49% tra gli adulti, e dal 43% al 33 % tra i giovani. Io sono vecchio e pertanto non faccio testo, ma le mie uscite mi danno scarse opportunità d’incontro rispetto ad un passato non molto lontano! Certo, nella stessa zona un gruppo di appassionati e costanti beccacciai fanno “numeri” che io (però da solo) non ho mai neppure pensato, non dico sperato! In pratica c’è chi trova molto e chi trova pochissimo; non c’è equa distribuzione, e solo chi si dà parecchio daffare ha (forse giustamente) successo! Ma sta di fatto che le beccacce si fermano molto meno; sono pressoché scomparse le “pasturone”, gioia e delizia nostra e dei nostri cani, che ci davano la certezza di almeno un incontro fino alla chiusura …ed anche dopo: o sono morte o sono andate via. E la prova che le beccacce ci fossero, erano gli annuali e quasi tradizionali pranzi tra amici a base di beccacce. In questo gioco degli opposti, si è oggi inserito lo “stoccaggio” delle prede negli onnipresenti freezer, che ne permettono l’ammasso e buona conservazione, per poi sfociare in quelle kermesse di fine caccia che in sé non sono un male, ma che portano ulteriormente a reclamizzare la beccaccia come fonte alimentare e di aggregazione conviviale (e così la sua caccia!). Dove vado a parare? Le beccacce passano e/o muoiono o se ne vanno, e (salvo eccezioni) sostano meno. La loro presenza rappresenta l’attimo fuggente, da cogliere, sempre più “effimero”. Il mio vecchio ragionamento, basato su osservazioni pluriennali nel Basso Piemonte, secondo cui in tale zona si notava una sensibile maggior percentuale di adulti che – per la nota fedeltà ai siti di sverno – era possibile ritrovare più a lungo e ripetutamente nelle loro classiche rimesse, probabilmente era anche dovuto ad un minor disturbo grazie alle tre giornate fisse di caccia, ora “a scelta”. Quindi – mi ripeto – o morte o andate via in luoghi più tranquilli (se ce ne sono!). A me comunque le beccacce “sembrano” meno numerose. E veniamo alle cosiddette presenze “a macchia di leopardo”: è noto e normale che la distribuzione degli uccelli, a seconda dell’annata, del clima e della preparazione del terreno, sia irregolare. Ed è logico che chi si trova a cacciare in una macchia (di leopardo) dica “sì”, che di beccacce ce ne sono sempre a sufficienza; e chi invece si trova altrove dica “no”, e sia convinto della diminuzione …tanto più se il cacciatore della zona “sì” è tanto informato, rapido e mobile da spostarsi eventualmente in altre “macchie di leopardo”, laddove il vecchietto della zona “no” continua a pestare boschi vuoti! Ma in linea di massima, è accettabile ritenere che – con la facilità di comunicazione e spostamento dei nostri giorni – le zone “si” vengano raggiunte da un numero molto più alto di cacciatori, convinti così che di beccacce ce ne siano sempre in buon numero. Sarebbe interessante fare mappe, almeno regionali, di zone “si” e zone “no” e poi contare quante sono. Forse, su un campione sufficientemente rappresentativo, ne uscirebbe un indice della reale situazione di abbondanza della specie.

Home