Pag.-14 (2)Romano Saladini Pilastri conte di Roventino nasce a Ascoli Piceno l’anno 1910 il 9 ottobre. L’epoca storica e la condizione della sua nascita – apparteneva a quella nobiltà rurale che oltre a possedere ricchezze e beni terrieri era portatrice di secolari ed illuminati valori etici —sembrano essere un segno del destino, perché è nell’arco della sua esistenza terrena, collocato il periodo in cui la cinofilia, in Italia e all’estero, ha il suo maggiore sviluppo in senso tecnico e sportivo. Ma per dirla alla macchiavelli, Romano Saladini Pilastri ebbe fortuna e virtù. La caccia e la cinofilia sono stati fattori formativi e indici fin dalla sua primissima infanzia.

Era cacciatore il padre Ludovico, partecipando attivamente alle prime manifestazioni cinoagonistiche, organizzate nel centro Italia. Nella villa paterna inoltre è ancora esistente un “roccolo” che dovrebbe essere dichiarato monumento storico, tanta scienza e maestria sono evidenti nella sua struttura.

Oltre al padre ebbe fra i primi maestri soprattutto E. Benedetti Roncalli il quale in un suo libro, mai edito, di memorie, racconta, nel capitolo “La sfida delle bagnanti” una giornata di caccia in compagnia dei giovani Alessandro e Romano Saladini Pilastri elogiandone, “dopo averne frenato gli ardori iniziali” (sic.), la bravura come cacciatori e tiratori. Trascorre la sua giovinezza tra gli studi romani e la tranquilla vita di provincia durante le vacanze. Si laurea successivamente in ingegneria e mineralogia, svolgendo per un determinato periodo dopo la laurea, attività di assistente presso la stessa facoltà. Abbandona successivamente la carriera universitaria.

Per capire questa scelta, non essendo egli, uomo cui mancassero né l’intelligenza, che era fervidissima né la determinazione necessaria a conseguire qualsiasi obiettivo si fosse preposto, dobbiamo considerare la sua complessa personalità e la molteplicità dei suoi interessi: era appassionato di letteratura, era un buon pittore e collezionista di opere d’arte. Una curiosità in tal senso: ritrovò ed acquistò in un negozio di antiquariato ma quadro ad olio di piccole dimensioni di Maud Earl, che raffigura due pointer di straordinario modello (seabreeze e sandbank).

Pag.-24 (2)Il quadro compare tra le illustrazioni della prima edizione del “Pointer” di W. Arehvright. Era inoltre appassionato di musica, suonava il violino ed infine, pratico oltre alla caccia tutte quelle attività che gli permettevano un rapporto quasi dialettico con la natura.

La grande specializzazione cui lo avrebbe costretto l’iter della docenza universitaria, non gli avrebbe certo permesso di coltivare tutte le curiosità e passioni che lui avvertiva come necessità spirituali, né gli avrebbe consentito di realizzare quella che sentiva come una vera vocazione: approfondire cioè, la conoscenza di tutti gli aspetti, venatori e tecnici relativi ai cani da ferma, soprattutto a quelli di razza inglese. Divise quindi il suo tempo tra la gestione delle proprietà famigliari e note cinotecniche, non solo attraverso la letteratura d’attività cinegetica era stato scritto, da Senofonte sino ai giorni nostri, ma soprattutto praticando la caccia sui contrafforti collinari e a coturnici sulle balze dell’Apennino, sperimentò la caccia alpina e fu frequentatore dei più classici siti da beccacce del centro-sud Italia, del’Abruzzo al Gargano alla Lucania.

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Per un congruo numero di anni frequento per anni, periodicamente per qualche mese, si recò – inseguendo quel policromo sogno che è la coturnice – a caccia nel nord della Grecia, vicino al confine macedone, dove insieme a Timio Zamponi, aveva acquistato una casa. Di questo periodo egli raccontava un fatto curioso, che ci permette però di capire quanto singolare e inusitato fosse il fatto che dei forestieri si recassero a caccia in quei luoghi: i primi due anni in cui cacciarono in Grecia furono costantemente sorvegliati dalla Polizia, perché le autorità locali, ritenendo incredibile che degli italiani si sobbarcassero delle spese per l’acquisto di una casa e di un viaggio non certo agevole, solo per cacciare le coturnici, sospettavano che l’attività venatoria fosse la copertura per una illecita azione di spionaggio. Dopo due anni da “sorvegliati speciali” egli concludeva: “cessarono i sospetti nei nostri confronti convinti che fossimo davvero due matti”. Per comprendere a fondo i segreti dell’impiego venatorio, delle tecniche selettive e l’ambiente fisico e culturale in cui erano stati creati setters e pointers si recava in trasferta venatoria e di studio quasi annualmente in Inghilterra e Scozia ospite di una contessa che allevava con l’affisso Of Kronilik Pointer, Gordon e Retriver.

Pag.-52 (2)Egli notava come l’isolamento in cui il Regno Unito si era posto con una legge che rendeva molto difficile l’importazione di cani dal continente, avesse causato – nel tempo – un certo decadimento delle razze britanniche proprio nella loro nazione di origine. Divenne componente del Consiglio Direttivo del’ E.N.C.I. nel 1950, nel 1958 divenne giudice di Prove. Nel 1960 è vice-presidente del Pointer-club Italiano (presidente era il Dott. Coppoloni). Diventa presidente dello stesso club nel febbraio del 74. Fonda nel 1961 insieme all’avvocato Valentini il Gruppo Cinofilo Piceno di cui è stato presidente, fino agli ultimi giorni della sua vita. L’affisso del suo allevamento era “Di Roventino” omonimo del suo casato. Lo conobbi come giudice nelle prove che negli anni settanta si disputavano nell’ascolano e nel resto del centro Italia. È curiosa la situazione in cui ebbi occasione per la prima volta di parlare con lui: -Eravamo io mio padre e mio cugino ad una classica a Jesi, io ero sotto il palco della giuria di cui Saladini Pilastri era presidente, in attesa che iniziasse la prova. Un cane sciolto gironzolava tra gli astanti e ogni qualvolta passava davanti ad un mastodontico setter, al guinzaglio di un altrettanto corpulento signore che era al mio fianco, Al terzo passaggio il proprietario del cane al guinzaglio, infastidito, lasciò che i due si azzuffassero e dalla cagnara infernale che ne seguì il provocatore usci malconcio. Mentre si allontanava zoppicando mi venne spontaneo esclamare in dialetto: -“C siend mò?” dopo un attimo sentii chiedere a gran voce dal palco: -“Chi è di Ascoli, chi è di Ascoli?”. Era Saladini Pilastri, girandomi verso di lui risposi: -“lo, ma come ha fatto a riconoscermi?” e lui: “Dalla frase che hai detto, come Italiano a New York, che nostalgico dell’idioma natio, per trovare un connazionale con cui scambiare qualche parola, si recò all’uscita del porto e inchinandosi leggermente con aria deferente esibendo un bel sorriso, apostrofava tutti quelli che gli passavano davanti con un sonoro vaff… quasi tutti rispondevano sorridendo, “thank you”, fino a che qualcuno arcigno non gli disse di rimando: “Tu e soreta”. Si rivelò così la nazionalità del paisano.

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Ebbi netta fin da quel momento l’impressione che l’ironia misurata e l’intelligenza, unite ad un rispetto assoluto per l’interlocutore, che si manifestava anche nel modo pacato di esporre le sue idee, fossero caratteristiche fondamentali della sua personalità. Tutti coloro che sono stati in misura maggiore o minore suoi discepoli e amici in cinofilia – Ricordo l’Ing. Procacciai suo attentissimo assistente in una prova alla “Rocca di Montevarmine”, l’avvocato Barbieri assistente nelle prove di “Maliscia” o “Costellacelo di Norcia” e tutti quelli che furono suoi collaboratori e sodales: da Oscar Monaco ad Aldo Cavicchi, Giovanni Rosa, Sandro Pacioni, Mario D’amore e i tantissimi altri, possono testimoniare che nel dare consigli o anche nell’esprimere dissenso non assumeva mai atteggiamenti cattedratici, riuscendo a dirimere questioni talvolta anche spinose con levità e stile. Egli considerava gli altri non per la loro condizione sociale, censo, ricchezza o età ma per il loro intrinseco modo di essere. Amava la compagnia e il dialogo con i giovani, regalando con gioia la sua esperienza e le sue conoscenze a chi era desideroso di imparare. Era un loro difensore ed intimamente felice del loro entusiasmo.

Pag.-44 (2)Ai molti che accusavano i giovani conduttori o i neo giudici di inesperienza o mancanza di conoscenze venatorie, egli rispondeva bonariamente che tali carenze non erano imputabili alla loro poca capacità ma alla mancanza del materiale didattico: la starne ormai resasi Rara avis. La distanza anagrafica era spesso per lui inversamente proporzionale alla vicinanza di idee ed interessi. Un esempio in tal senso credo sia stato il legame che egli ebbe dalla metà degli anni settanta con mio cugino Cataldi Luigi. Nonostante la differenza di età, l’uno ultrasessantenne l’altro quasi ventenne, esisteva un rapporto di frequentazione e stima profonda, molte cucciolate fatte in casa di Gigi in quegli anni portavano l’affisso Di Roventino”. Spesso recandosi alla Cipollara, o al Mezzano, a M. Petrano, o a Palena l’uno per concorrere l’altro per giudicare facevano insieme il viaggio. Ritengo che mio cugino abbia imparato di più in quelle trasferte automobilistiche che in tutti i manuali di dressaggio o testi di cinotecnica che può aver letto. lo ebbi modo di frequentarlo più assiduamente quando all’ultimo anno di accademia di Belle Arti decisi di redigere una tesi di anatomia artistica dal contenuto anatomico e cinotecnico il cui titolo era “Le trasformazioni morfologiche e funzionali dai bracchi continentali al pointer moderno” chiesi a Romano Saladini Pilastri di aiutarmi ed egli mise a mia disposizione il tantissimo materiale editoriale di cui era in possesso e la sua smisurata, personale, conoscenza dell’argomento. Ebbi l’occasione in quel periodo di apprezzare l’eclettismo della sua cultura e di comprendere, forse in parte, la duplicità del suo essere. Esteriormente mostrava un apparente distacco fatto di compostezza e serietà quasi anglosassone, che celava una ironia discreta, la quale non sconfinava mai nel sarcasmo. Possedeva una assoluta onestà intellettuale, una semplicità tipica dei grandi e una dolcezza che si coglieva sovente nel suo sguardo.

Tutti noi, cinofili e giudici di questa generazione abbiamo nei confronti di Romano Saladini Pilastri un inestinguibile debito di riconoscenza per averci indirizzato con l’esempio, per averci regalato le sue profondissime competenze, per averci conferito una solida identità. Ritengo sia nostro dovere ispirarci quanto più possibile al suo stile e al suo modo di essere. Consci della inarrivabilità di una tal grandezza rivestita di non scalance.
F.C.