Archivio (34)

Pier figlio di Astro di Peli Mirco

La mattina è umida e nebbiosa, secondo le mie attuali statistiche è un giorno di culmine del passo in selva di Capovalle e ciò, mi rende pessimista; mi sto portando in macchina a quota millequattrocento e strada facendo, mentalmente ho cominciato a fare un bilancio della stagione. Una stagione per me discreta, ma già medito che fra pochi giorni, qui in quota sarà finita e sarò obbligato cambiare posto. Scendo dalla macchina che è ancora buio, la nebbia è cosi densa che sembra pioviggini.

M’incammino verso la casa di Nello e ho l’impressione che non ci sia anima viva, neppure passando nei pressi del capanno di Bepì scorgo le familiari torce accese, che si muovono nel buio della notte per individuare i chiodi dove esporre i richiami. La casa di Nello è chiusa e non ci sono macchine parcheggiate, con un poco d’umidità qui in quota i capannisti stanno già mollando, ciò aumenta la sensazione che siamo alla fine della stagione di passo. Mi appoggio con una spalla al muro, al riparo sotto la grondaia della casa ad aspettare che albeggi, riparandomi come posso dalla pioggerellina. Non si vede a tre metri e, anche se ci fosse spostamento di beccacce, non ho visuale. Astro infine ha terminato di fare i suoi bisogni, ora sta marcando il terreno qua e là, e poi, si appoggia alle mie gambe. Passano alcuni minuti e mi sembra di percepire un motore in movimento. Infatti, arriva Nello che mi saluta calorosamente offrendomi ospitalità e un caffè caldo. Non ha intenzione di far prendere umidità agli uccelli da richiamo, ed io devo attendere che sia chiaro e con questa nebbia ci vorrà del tempo, perciò ce la prendiamo con calma e Nello prepara il caffè. Dopo aver bevuto il caffè e fatto molte chiacchiere, mi decido a entrare nella pineta: a quest’ora anche chi ha sciolto in basso, ha avuto il tempo per tagliarmi il giro. Faccio, infatti, appena a tempo a trovare una beccaccia, quando sento i campani d’altri setter che battono il terreno più in alto. Ci metto tre rimesse e quattro fucilate per metterla nel carniere. Sento diverse volte la presenza d’altri cani, ma sono stato il solo a sparare. Tutt’attorno sono circondato, da cani e cacciatori, cosi preferisco non fare il solito giro, già disturbato dai troppi cani che scorazzano, scelgo di fare la cerca nel posto che di solito lascio per l’uscita pomeridiana, posto che pochi battono perché ripido e a prima vista non idoneo ma buono nelle giornate di passo o quando le beccacce sono disturbate nella pineta. Il posto è il solito “filo del dosso” spartiacque fra le due valli che è buono soprattutto nella sua parte alta, anche se la vegetazione è prevalentemente composta di faggi già spogli ed erba poco pascolata, nei rari fitti, ma talvolta anche al pulito le beccacce si rimettono.

Sto salendo il ripido costone quando sento un segugio dar la voce in vetta, oramai poco distante da dove mi trovo e istintivamente alzo gli occhi, fra la nebbia intravedo un uccello che sembra appoggiarsi a una quindicina di metri. La riconosco è una beccaccia, ma sparisce subito contro il terreno scuro. Infastidita dal segugio, si è involata dalla rimessa, però ho l’impressione che si sia appoggiata poco lontano, chiamo il cane e l’indirizzo nella direzione in cui pare si sia messa giù, ma lui non ne vuole sapere. Insisto e lui da un rapido sguardo giusto per farmi piacere, però subito molla e cambia direzione. Stento a credere che non la fiuti, mi accosto al posto in cui ho visto atterrare la beccaccia, disposto a frullarla con i piedi, pesto un poco e mi devo persuadere che la beccaccia non c’è. Non può essere lontana, prudentemente mi porto nella direzione presa dal setter che ha scollinato il crinale. Percepisco il campano in movimento e mi fermo ad attendere che rientri, forse è meglio che lasci fare a lui, alla fine se si è davvero appoggiata la troverà. Attendo che il cane rientri e nel frattempo mi guardo in giro, cercandola per terra, sono persuaso che se non è dove la facevo, non dovrebbe in ogni modo essere distante.

A mio parere dovrebbe essere proprio sul filo del dosso. Ascoltando il campano del cane mi alzo di qualche metro, continuo a scrutare per terra e all’improvviso la vedo é proprio lì sul filo del dosso al pulito; ho l’impressione che sia in posizione laterale, ha la testa girata verso di me. La guardo per qualche secondo e mi vengono i dubbi, sarà lei o me la immagino? Il becco potrebbe essere un bastoncino e il corpo, una foglia; per capire se veramente è la beccaccia, avrei la necessità di accostarmi di un paio di metri, lo faccio imbracciando il fucile e lei parte a razzo. La fermo che è alta un metro da terra. Mi porto vicino al punto, dove è caduta e la ritrovo pancia in su, al di là di un boschetto di nocciolo, aspetto che Astro arrivi, avrà udito sparare. Arriva e fa finta di non percepirla, mi accorgo chiaramente che ha avvertito, ma probabilmente ha sentito anche il sangue e cambia direzione. La recupero io e gliela faccio vedere, nemmeno le rivolge lo sguardo. Non la degna neppure di un’annusata. L’ho uccisa senza che il merito fosse suo e lui non la riconosce, non è una beccaccia a suo parere non vale come le altre. Si sono fatte le undici, è tardi per spostarmi verso il basso e rientrare di nuovo in quota per mangiare; decido così di rimandare la cerca della parte bassa dopo il pranzo, muovendomi in macchina. Alle undici e quindici mi affaccio al capanno di Nello, che valendosi di una schiarita aveva esposto i richiami e fatto tre colpi ai tordi. Non si attendeva che facessi ritorno così in fretta e poiché non aveva ancora messo l’acqua sul fuoco, mi suggerisce di toccare un angolo sotto l’appostamento di Bepi Betò, approfittando che lui non ha esposto i richiami. E’ un angolo che frequento di pomeriggio, appunto nel tempo in cui non disturbo più il capanno. Com’entro faccio venti passi e non avverto più il campano del cane che è entrato più in basso, mi giro faccio quattro passi indietro e scorgo Astro in ferma, cinque metri sotto il sentiero, la beccaccia frulla e viene verso me. Dopo neanche un quarto d’ora sono di nuovo da Nello con la terza beccaccia della mattina. Nello è sorpreso nel rivedermi così presto, ed io prendendolo in giro gli dico: che ci vuole per ammazzare una beccaccia? (quando gira). Mangiamo, scherziamo, la raccontiamo, è il completamento della caccia, probabilmente il momento più bello.

Il fuoco acceso ci tiene compagnia e l’euforia accresce con un paio di grappini. Ho scoperto che Nello, a volte, viene al capanno per il piacere di cucinare una pastasciutta che mangerà in compagnia, probabilmente il pensiero di sparare a tre tordi non sarebbe sufficiente a un anziano beccacciaio per alzarsi dal letto. Verso le quattordici ci salutiamo, lui si prepara a ritirare i richiami, la nebbia sta di nuovo alzandosi, ancora un saluto e salgo in macchina mi abbasso a quota mille.

Ho intenzione di battere un pendio che da un paio d’anni nei giorni di passo, non sbaglia. Conosco il posto esatto, dove scoverò la beccaccia ma poiché lo conosce anche Astro, per evitare sgroppate a pancia piena lo raggiungo con il cane al guinzaglio. Slego e si mette in ferma, è una soddisfazione trovare la beccaccia proprio là dove si cerca, mi sistemo e la sbaglio, i grappini rendono euforici, però rallentano i riflessi. Fortuna che la beccaccia è buona, di passo e forse anche lei con la pancia piena, si mette nuovamente, Astro la ferma di nuovo e questa volta il tiro va a segno. Quattro beccacce cacciando da solo, sono molte per chi caccia dalle mie parti, sono persuaso che sarà il mio carniere assoluto.

Sono felice!
Scendo lasciando liberta al cane che esplora il valletto che aveva percorso in precedenza al guinzaglio, a metà discesa Astro è di nuovo in ferma, realizzo uno sforzo a crederci, mi faccio vicino in fretta ma la beccaccia parte lunga e veloce inseguita dalle mie inutili fucilate. Un giorno raro ho fatto undici colpi e ho quattro beccacce in saccoccia. Tento la rimessa, però non la ritrovo, questa è cattiva, continuo la cerca fino all’imbrunire e ricomincia la pioggerellina da nebbia fitta; sarà per me il ricordo del tipico giorno da beccacce.