CACCIATORI DI MONTAGNA E DI BECCACCE

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

IL DISCERNIMENTO DEL BECCACCINISTA – di Ambrogio Fossati

Tuono su beccaccini del sig. Plati Antonio

Tuono su beccaccini del sig. Plati Antonio

Nel cane da beccaccini più del naso conta come viene usato il naso. Le variabili ambientali e climatiche che influenzano il lavoro del cane. Il “cambio di passo”.

Quello di cui scriverò su queste pagine non è frutto di lunghi studi sui sacri testi cinofili, ma della scuola della vera caccia, dove i maestri hanno quattro zampe. Quel che ho imparato io – e come me altri cacciatori solitari – viene dai buoni cani specialisti, che ho avuto la fortuna di osservare ripetutamente e per varie stagioni. Ringrazio quindi la mia buona sorte che mi ha dato l’opportunità di far tesoro e di bearmi di cotanta scuola e di aver riempito la mia vita di cacciatore con episodi cinofilovenatori che l’hanno resa meritevole di essere vissuta.

La prima difficoltà è di trovare il cane che “tratta” il beccaccino, cioè che quantomeno lo fermi, visto che per la maggior parte dei cani così non è. Ed ai nostri giorni è un’impresa veramente ardua per i problemi che si riscontrano nel mettere il cane nelle buone condizioni di contatto col beccaccino, problemi che sono riconducibili a fattori ambientali, di industrializzazione agricola, di affollamento venatorio, eccetera, eccetera.

Fin dai primi incontri il cane rivela la predisposizione che in un secondo tempo lo porterà a fermare i beccaccini, dimostrando un particolare interesse per quell ’emanazione che lo inebria e lo esalta, facendogli a volte compiere risalite e “tirate di naso” a distanze ragguardevoli. In effetti, si tratta di un’emanazione tanto sottile da passare inosservata ai più, ma intensa per il cane che la sa prendere nel naso, ingigantita dall’aria umida – e quindi ad elevata conducibilità – dell’ambiente che ospita le “sgneppe”, grazie alla quale, in condizioni ottimali, può essere avvertita a lunghe distanze.

La sua intensità, ed allo stesso tempo la sua minutezza, sono forse un controsenso, come un filo di seta sottilissimo ma eccezionalmente forte, immerso nel coacervo di infinite emanazioni presenti nei terreni paludosi e soprattutto nella risaia, dove si dan convegno gallinelle d’acqua e porciglioni, garzette ed aironi, cornacchie e gabbiani, pavoncelle ed anitre, storni, pispole ed allodole, falchi e roditori dal topolino alla maledetta nutria e – perché no –  ….fagiani e lepri. E in mezzo a questa moltitudine di odori si trova anche quello del principe dell’acquitrino, per estrapolare il quale – senza che la cerca si inceppi con dannosi cincischiamenti, senza false filate e ferme a vuoto – non è facile, anzi è maledettamente difficile.

Ma lo specialista è tale allorché non solo discerne l’emanazione del beccaccino dalla moltitudine delle altre che affollano l’ambiente umido, ma quando distingue con autorità le particelle d’odore dovute alla presenza del beccaccino, rispetto a quelle ben più invadenti lasciate dalle sue numerose “pasture”. Sta di fatto che per la maggioranza dei cani le “pasture” soverchiano l’emanazione diretta del beccaccino, proprio perché la “capella gallinago”, memore del nome che ricorda la gallina da cortile, quasi quanto lei razzola nel fango alla ricerca del cibo, rastrellando minuziosamente il terreno e lasciando fatte ovunque.

Beccaccini

Beccaccini

Ed è uno spettacolo indimenticabile quello del beccaccino che – con estrema grazia sugli alti trampoli – incede nella motriglia senza inzaccherarsi così come si conviene alla nobiltà del suo rango, affondando il lungo becco a traforare il terreno per trovare il nutrimento prediletto, ovvero i “rossi vermetti di risaia”.

Da notare che – a differenza di quanto avviene per altre specie di acquatici – le abbondanti deiezioni del beccaccino affondano sott’acqua, aumentando così l’intensità del loro odore per la fermentazione resa più rapida dalla macerazione. È quindi l’ambiente che forgia lo specialista e non a caso ci si stupisce quando il beccaccinista ferma in terreno asciutto un uccello “di riborsa”, perché la sgneppa resta ferma dove si posa non essendo impegnata nella ricerca di cibo.

Quel che immediatamente distingue il beccaccinista è il portamento di testa e la capacità di andarsi a prendere il vento anche a notevole distanza, restando nel vento pur quando l’aria è ripetutamente mutevole.

E questa capacità è premessa imprescindibile per assaggiare tutti i sentori e che lo rende pronto a filare su un’emanazione proveniente da lungi, tralasciandone altre non pertinenti, e sbrogliando la matassa che affolla i meandri dei pantani, senza perder tempo in inutili filate che fanno illusoriamente palpitare il cuore del cacciatore per lasciar posto solo a delusioni. Perché al di là di emozionanti estetismi, quel che conta è l’arrosto  (mentre filate senza seguito e ferme in bianco son solo fumo e frustrazione!).

Il portamento di testa infatti non è solo un atteggiamento fisiologico, ma la caratteristica comportamentale di un’indole riflessiva che condiziona anche l’andatura più consona alla cerca del beccaccino e che scaturisce da un impegno positivo, in cui l’incontro non è mai fortuito ma caparbiamente cercato in virtù non solo di potenza olfattiva e di vigore fisico, ma soprattutto del raziocinio indispensabile per orientarsi nel caotico labirinto di odori in un ambiente così particolare.

Allora a beccaccini solo e sempre con la testa alta e il naso al vento? Nossignori, perché quando ci son di mezzo cani e caccia, la parola “sempre” non esiste. Ed infatti ci sono giorni – e più ancora certe ore della giornata – in cui la conducibilità dell’atmosfera in determinati ambienti cambia e di conseguenza le emanazioni si posizionano diversa

mente nell’aria. E si vedono allora cani che altrove – o in orari diversi – invocano l’emanazione col naso rivolto al cielo, d’un tratto scandagliano l’aria ferma e priva di brezza a venti centimetri dal suolo, quasi schiacciandosi nell’azione per mantenere il naso basso e parallelo al terreno. Perché? Non lo so. So solo che anche a beccaccini vale la logica macchiavellica che “il fine giustifica i mezzi”: in quei frangenti i cani mediocri non sentono niente, ma quelli bravi assumono quel comportamento come unico modo per riuscire ad avvertire le emanazioni (che però difficilmente provengono da lontano!) grazie ad un impegno e ad una determinazione maniacale, ispirata da un contraddittorio rapporto di amore ed odio.

Amore, perché quell’ emanazione lo eccita, lo inebria, lo ammalia tanto da divenire esclusivizzante (e del resto Romeo ha nel cuore solo Giulietta, Tristano non può amare che Isotta) e tanto da ispirare una cerca che prescinde da canoni prefissati, ed i cui riferimenti sono il vento, la sottile sensibilità olfattiva ed il raziocinante discernimento.

Odio, perché quel selvatico così difficile, leggero ed imprevedibile, che si sottrae al minimo rumore ed alla minima indecisione, non concede confidenze, non fa sconti, mette a dura prova i nervi ed i sensi del suo persecutore e l’innervosisce al punto da provocare in lui un desiderio di morte fulminea come unico modo per placare la sua rabbia.

Nella vastità delle risaie della Lomellina, del Novarese e del Vercellese il beccaccino può essere ovunque e per trovarlo ci vuole la cerca grande ed intelligente (che non è la grande cerca!)  per reperire

l’unico beccolungo presente in ettari di risaie. Ma sono risaie che – pur sembrando tutte eguali a chi non le conosce – sono enormemente differenti l’una dall’altra, risaie che variano da quelle ormai rare e paradisiacamente marce, a quelle false-bagnate ma col fondo duro per reggere il passaggio delle enormi mietitrebbia; dalle risaie in cui la paglia viene incendiata, a quelle in cui viene lasciata a coprire tutto il terreno, ai paglioni in cui la trebbiatrice l’accumula in ingombranti cavalloni sulle andane di passaggio, a quelle ancora che sembrano asciutte e sono invece ottime, a quelle che sono deserticamente asciutte ed inospitali.

Da ultimo le maledette risaie “sorde”, in cui tutti i cani sembrano avere il naso tappato e nessuno riesce a capire perché. E siccome ogni risaia è diversa, ogni risaia deve essere esplorata nel modo giusto: anche questo è discernimento che non dipende dal naso ma dal cervello. E di ciò i Giudici dovrebbero tener conto anche per valutare il differente livello di difficoltà dei vari terreni. Perchè le nostre risaie non sono i marais della Francia o le torbiere dell’Irlanda o le praterie bagnate del nord Europa, dove le condizioni di vento e di terreno sono uguali in tutte le ore della giornata; in risaia le condizioni di ventilazione e conseguentemente d’emanazione sono diverse da ora a ora come il comportamento delle sgneppe.

Quindi la chiave con cui il beccaccinista interpreta questa affascinante e difficilissima caccia, la somma dote che la nobilita e la innalza da prelievo venatorio ad una pratica che viene assimilata all’arte, si riassume nel “DISCERNIMENTO”, quello scritto in caratteri maiuscoli. Ci sono cani di gran naso, capaci di captare pasture ad enormi distanze e che poi vanno a frullare beccaccini tranquilli a pochi passi o che non sanno risolvere quesiti anche elementari senza l’ausilio del cacciatore. Ci sono invece cani che hanno magari un naso “più corto” ma che ciò non di meno vengono a capo egregiamente dei complessi problemi olfattivi che questa caccia presenta. Ed è sempre questione di discernimento! Ed infine ci sono i grandi beccaccinisti che hanno tutto: potenza di naso, di gambe e di capacità selettiva, che su beccaccini appena partiti – dove l’emanazione è fortissima – fanno ammirare filate a grande distanza da far accapponare la pelle, magari un accenno di breve ferma spontaneamente risolta, per quindi riprendere speditamente la cerca.  E quando riescono a coronare il loro superbo lavoro con un punto valido, ci donano ogni volta un’emozione che ci riempie il cuore.

Una credenza diffusa vuole che il beccaccinista sia sospettoso e che gli sia inevitabile fare frequenti ferme a vuoto. Ma non è vero, sono affermazioni che deformano la realtà. Il beccaccinista in determinate circostanze può essere prudente, guardingo, fare magari arresti di accertamento, ma il coraggio di cui è immancabilmente dotato gli fa riprendere intelligentemente la cerca, sicuro dei propri mezzi. E ciò non ha nulla a che vedere col sospetto, che caratterizza invece il cane che ha paura, che ha soggezione del principe dell’acquitrino. La differenza una volta ancora è il discernimento che rende sicuro il

cane, che gli dà fiducia nei suoi mezzi, per distinguere l’emanazione giusta da quella fasulla. Un fatto è certo: se un cane è sospettoso per natura, se è pusillanime, se è nato succube … ebbene la caccia al beccaccino non fa per lui, anche se è un cane che ferma i beccaccini. Per quanto riguarda le ferme a vuoto, esse sono “a vuoto” solo se il cane le regge e le risolve su invito del conduttore. Ma se risolte spontaneamente, sono impegnativi e meritori accertamenti, frutto della già lodata capacità di discernimento. Va da sé che se le ferme in bianco – ancorché spontaneamente risolte – sono molto frequenti …allora diventano sospetto.

Prendo l’occasione di questa carrellata sul lavoro del beccaccinista per accennare ad un tema spesso invocato, ma spesso malinteso: Il beccaccinista dotato del dovuto discernimento – allorché avverte un filo di emanazione promettente – attua il tanto decantato “cambio di passo”. E ciò è molto apprezzato in tutte le razze. Ma questa variazione d’andatura, stilisticamente tanto emozionante, non consiste semplicemente in un rallentamento della velocità, bensì nella “compressione” della spinta a cui fa riscontro l’innalzamento della testa, per dar luogo a falcate più corte, più frequenti e più trattenute che preludono alla filata e ad una fase di irrigidimento. Il cambio di passo non è cioè espressione di un rilassamento – come sarebbe logico se derivasse solo dal rallentamento – ma al contrario è frutto della massima tensione e concentrazione. L’esempio più eloquente che posso darvi è quello del giocatore di pallacanestro che durante il palleggio rallenta fino quasi ad arrestarsi, facendo rimbalzare la palla a terra più rabbiosamente e più velocemente che mai. In un caso l’atleta bipede concluderà fulmineo con lo scatto risolutivo a canestro; l’atleta quadrupede invece farà seguire il “cambio di passo” con l’autorevole filata ed eventualmente la ferma, a coronamento di una spasmodica azione.

A conclusione di questa mia esposizione temo che chi mi legge possa trarre la sensazione che il beccaccinista sia un super cane infallibile, che blocca tutte le sgneppe. Nossignori, non è così, cani del genere non esistono o sono solo fantasiose leggende. I migliori cani che ho visto all’opera, nell’intera stagione di nove mesi che va da ferragosto alla prima decade di aprile, riuscivano a malapena a fermare il 50% dei beccaccini che incontravano. Ci sono giorni in cui il cane li ferma tutti; altri invece in cui i beccaccini sono nervosi ed inavvicinabili, per poi magari farsi fermare sul mezzogiorno o al calar della sera. Personalmente ho notato che i guai peggiori coincidono con l’improvvisa diminuzione della temperatura al di sotto dei 10 gradi o con le prime brinate, per constatare sensibili miglioramenti delle prestazioni olfattive dopo un periodo di assestamento e di assuefazione. Oltre a ciò ci sono giorni in cui – inspiegabilmente – nessun cane riesce a fermare anche se le condizioni ambientali e climatiche sembrano buone e la ventilazione ottimale. E son tutte cose che rendono maledettamente difficile questa magnifica disciplina e la ammantano di mistero. Il che accresce ancor più il fascino di quella che noi riteniamo forse l’ultima caccia classica rimasta.

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1 Comment

  1. Giuseppe Rizzica.

    Condivido tutto,secondo me che ho vissuto questa caccia come lei,cane beccaccinosta si nasce,laprova del nove ilsalto del rospo fatto dal beccacino.

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