Foto di Mario Salomone

Il concetto di selvaggina in chiave venatoria. Chiarimenti sul discernimento olfattivo e su come il cane da ferma percepisce gli stimoli di odore provenienti dai vari tipi di selvaggina. È un tema confuso, sul quale per altro si è scritto poco: cercherò quindi di mettere un po’d’ordine chiarendo – come premessa – il concetto di “selvaggina”.

La selvaggina. Per selvaggina (in senso venatorio) si intendono animali non-domestici che l’uomo caccia (va) per fini alimentari. Quindi il coniglio o il piccione (in quanto domestici) non sono selvaggina, a differenza del colombaccio e della tortora grigia, entrambi selvatici migratori.

Parimenti non sono selvaggina gli uccelli – ancorché selvatici – che non sono commestibili… ed è il caso di trampolieri come gli aironi, le garzette e i pivieri; folaghe e gallinelle d’acqua sono sulla linea di confine perché – pur non essendo culinariamente pregiate – fra i poveracci un tempo c’era chi se le mangiava. Le anitre selvatiche (di tutti i tipi) sono considerate selvaggina e cacciate in più modi …così come le lepri, i caprioli e tutti gli ungulati. Sono selvaggina anche le allodole (la cui caccia avviene con gli specchietti e la civetta), i tordi, le cesene ed altra uccellagione – per lo più migratoria – perseguita con varie modalità. Ed i merli (stanziali) sono da considerare selvaggina? Francamente non so, ma c’è chi gli spara per metterli in padella. Da ultimo ci sono i nocivi (dalla volpe al tasso, dal falco alla gazza, alla cornacchia ed al corvo) che sono un gruppo a se stante. In questa sede ci occupiamo della selvaggina che viene fermata dal cane da ferma.

La selvaggina del cane da ferma. Una convenzione mai formalmente codificata vuole che il “cane da ferma” fermi (scusate l’inevitabile bisticcio linguistico) quaglie, starne, pernici (bianche e rosse), coturnici, fagiani, forcelli, galli cedroni, beccacce, beccaccini e frullini (se ne ho dimenticato qualcuno, chiedo scusa); può fermare le lepri a covo – di montagna e di pianura (ma se non lo fa… pazienza!); tanti anni fa in una prova a Venaria Reale un mio cane fermò un capriolo a covo in un cespuglio: ed essendo una “prova su tutta la selvaggina naturale”, fu un punto valido che, in aggiunta ad un altro fatto su di un fagiano, mi fece conquistare un CAC; un’altra volta la mia Stelin fece un punto strabiliante su di un voletto di anitre che pasturava in una stoppia nelle vicinanze di una lanchetta d’acqua sulle colline di Reggio Emilia… facendomi così vincere l’ambìto Trofeo Canossa. In altre parole, il cane tende a fermare tutti gli animali che stazionano nei campi ove pasturano. Coerentemente con questo principio, nei pressi di cascinali ho visto fermare piccioni, tacchini, polli, conigli che però – non essendo “selvaggina” – non costituiscono punto valido nelle prove cinofile. Però il cane li ferma!. Ed il cane giovane, durante la migrazione delle allodole, le ferma espressivamente quando le trova in pastura (se poi maturando augurabilmente smette di fermarle è perché noi lo abbiamo scoraggiato!). Ho visto a volte fermare anche quelle rare pavoncelle che si lasciano avvicinare o qualche piviere insolitamente confidente. Ed è la conferma della tesi precedentemente espressa e cioè che il cane tende a fermare le emanazioni odorose lasciate da animali che pasturano nel terreno che sta esplorando: ma ferma tutte le emanazioni? …anche quelle delle nutrie o delle cornacchie? Di norma ciò non avviene: cioè il cane si limita a fermare le emanazioni che probabilmente hanno determinate caratteristiche comuni. A complicare questo quadro, c’è la capacità di fermare i beccaccini, che è una caratteristica trasmessa geneticamente da progenitori selezionati in zone in cui da tempo immemorabile questo tipo di caccia viene praticato. Ma il cane si rende conto di quale selvatico sta fermando? (cioè se di fronte a lui c’è una starna o un fagiano?) Il semplice fatto che – come ho accennato – ha imparato a trascurare le emanazioni delle allodole, implicherebbe una specifica capacità di discernimento ….che però coinvolgerebbe una casistica tanto ampia da complicare sensibilmente la funzione. È questo, comunque, un capitolo speciale perché le emanazioni delle allodole (o solo di alcune di loro?) provocano inspiegabili reazioni: un cane che abitualmente le ignora, un bel giorno schianta in ferma con massima espressività e – incoraggiato a concludere – resta immobile finchè a pochi metri da lui si alza a colonna un’allodola; come si spiega un simile comportamento da parte del cane che le ha sempre ignorate?. L’emanazione di quell’allodola – in quel giorno ed in quel posto – era diversa dal solito? Oppure era un’allodola speciale che puzzava esattamente come (per esempio) una quaglia? Ed è uno di quei misteri che aggiungono magia al mondo della caccia. Per concludere il capitolo, è comunque mia (personale) opinione che il cane da ferma si limiti a distinguere alcune “famiglie” di odori (così come noi riconosciamo il profumo dei fiori da quello delle erbe aromatiche). Probabilmente cioè il cane accomuna alcuni odori simili (magari quello della starna viene associato a quello del fagiano) e mantiene la distinzione fra odori molto diversi, come quello della beccaccia da quello della lepre. E le stranezze delle allodole rientrano in questa tipologia di fenomeni.

Le ferme in bianco Altra funzione del discernimento olfattivo è l’identificazione dell’odore delle “fatte” della selvaggina (ovvero la puzza dei loro escrementi) che quando sono “fresche” (cioè recentemente evacuate) emanano un odore non molto diverso da quello della selvaggina medesima, tanto che per riconoscerle, il cane impiega qualche istante di attenta analisi. A questo proposito si possono verificare delle situazioni apparentemente incoerenti. In altra sede ho spiegato che la potenza olfattiva è un carattere quantitativo senza dominanza trasmesso geneticamente e che alcuni cani – essendo in tal senso molto dotati – riescono ad avvertire particelle di odore molto deboli in quanto provenienti da una fonte che dista alcune decine di metri. È però evidente che decodificare in modo attendibile odori così labili può dare risultati meno affidabili: di conseguenza – per assurdo – parrebbe logico che i cani con maggior potenza olfattiva sono soggetti a fare più frequenti ferme in bianco. Per contro il cane con meno naso avverte solamente gli odori che vengono da una fonte vicina ed è per lui più facile distinguere se sono originati dalla selvaggina o dai loro escrementi; quindi fa un minor numero di ferme a vuoto. Questa tesi però non vale in assoluto ed è contraddetta da casi di soggetti di gran naso che – anche da lunghe distanze – sono pressoché sempre capaci di distinguere le emanazioni provenienti dal selvatico da quelle delle fatte (e questi eccezionali fermatori sono pressoché immuni da ferme in bianco). Altri invece – soprattutto in età matura – non fanno che collezionare ferme a vuoto. Tutto ciò fa pensare che una grande capacità di discernimento è anch’essa un valore a sé stante trasmesso geneticamente di cui alcuni soggetti sono più forniti di altri. Se così è, si tratta di un carattere dominante oppure recessivo… o senza dominanza? Domandatelo a qualcuno che ha la metà dei miei anni e forse, fra qualche decennio di analisi e controprove, vi darà la risposta.

La filata Nel corso della cerca, nel naso del cane arrivano particelle di odore che – se caccia a favor di vento – provengono da una fonte piuttosto lontana; ed ovviamente questi stimoli olfattivi devono essere interpretati per stabilire se provengono da un animale che deve essere fermato o meno, se la fonte è vicina o lontana e se è attribuibile alla selvaggina o alle loro “fatte”. Per risolvere questi quesiti, solitamente il cane rallenta l’andatura e risale la fonte dell’emanazione (compiendo la cosiddetta “filata”) sino a quando ritiene di aver ottenuto una soddisfacente risposta; dopo di che ferma o riprende la cerca. Quindi anche la filata è un’azione determinata dal discernimento olfattivo di cui il cane è dotato.

A questo punto il lettore si chiederà: “E allora cosa voglion dire tutto queste chiacchiere?”. Come ho detto, è solo un tentativo di mettere un po’ d’ordine e di raziocinio in un argomento su cui mi pare ci siano idee poco chiare. Spero di esserci riuscito, almeno in parte.