CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

EMOZIONI DIPINTE -Beccaccia-


Quindici ottobre 1952; mi son segnato la data perché è stata per me molto importante. Il tempo era splendido, un sole quasi settembrino. Erano le sei del pomeriggio. Uscito dall’università. giravo per Milano, felice dei miei vent’anni, guardando in giro come un cane da caccia.

Ero curioso si tutto. Mi pareva proprio di annusare l’ambiente. Ero eccitato quasi a presentire quello che poco dopo sarebbe successo. Esiste la premonizione? Non lo so. So solo che ero in fibrillazione, proprio come ma cane da caccia che sente la preda.

Entrai in un bar di Via Carducci. Mentre ero al bancone, con le spalle voltate alla porta, sentii che qualcosa era successo, una presenza nuova, quasi un’emozione fortissima che si realizzava. Poi udii la sua voce materializzarsi al mio fianco. I nostri occhi s’incrociarono per un tempo più lungo del solito. Non ,so se lei fu sorpresa dal mio sguardo penetrante. So solo che anche lei mi fissò per qualche secondo. Aveva una grazia istintiva e un ovale perfetto. Le guardai solo gli occhi e la bocca, e mi persi. Io che di solito guardavo il corpo delle ragazze con la “fame” dei miei vent’anni, la guardai solo in viso, trattenendo il respiro, fulminato. Lei ovviamente se n’accorse e, finito di bere, all’uscita si volse con un mezzo delizioso sorriso. Ero in catalessi, non reagii. Ero come fulminato. Quando mi ripresi uscii di corsa dal bar, prima a destra, poi a sinistra, per cercarla, per seguirla. Non la vidi più. Ero furioso, l’avevo persa! I giorni seguenti mi appostai nella stessa ora in quel bar, per la strada, agli incroci, sperando di rivederla. Nulla.

Poi dopo dieci giorni di vana caccia, era un giovedì, entro nel bar e lei era lì con un’amica. Questa volta, sono sicuro, il mistero lo sentì lei, perché quando mi misi al suo fianco si girò, e non fu per nulla sorpresa, quasi mi aspettasse e mi sorrise. Io le guardai gli occhi e la bocca con una tale intensità che lei un po’ si ritrasse. Mi feci coraggio e chiesi se potessi offrire io. E loro di rimando e all’unisono: “Come mai?” “Perché è il mio compleanno”, dissi mentendo. Andò bene e accettarono ridendo. Poi domandai, dopo essermi presentato, se potevo accompagnarle. Loro accettarono e mi dissero che dovevano prendere il treno per le Ferrovie Nord per andare a C. dove abitavano. Qui giunti, ridendo. chiesi un bacio, affermando perentoriamente che alle partenze dei treni ci si bacia sempre ed inoltre era la mia festa. Mi baciarono sulle guance e stavano scappando, quando io afferrai Renata, così si chiamava, e le dissi: “Domani?”, “Certo”, mi rispose.

Ero in paradiso.

L’indomani era venerdì. Non feci niente tutto d giorno. Una febbre mi consumava. Aspettavo solo l’ora di rivederla. Alle cinque ero già al bar e contavo i minuti che non passavano mai. Lei arrivò alle mie spalle puntualissima. Mi parlava e io non sentivo e non capivo niente. Ero perso nei suoi occhi e nella sua bocca, tanto che mi chiese se mi sentivo bene. “Tu mi hai fulminato e io ora vivo come in un sogno”, risposi. Lei rise e ci avviammo alla stazione. Prima del treno le presi la mano e divenni muto. Lei si girò, gli occhi erano diventati molto dolci. “Oggi non è più il mio compleanno”. Lei rise, mi avvicinò le labbra e prese anche l’iniziativa. La sua lingua s’impossessò della mia bocca per qualche secondo. Il treno partiva. “Ci vediamo domani che è sabato?”. “Sì”, mi rispose, “Arrivo a Milano alle due, così possiamo stare insieme tutto il pomeriggio”. M’incamminai verso casa, ebbro di gioia e di felicità. Il tempo stava cambiando, faceva freddo, ma io ridevo e cantavo. La gente si girava a guardarmi.

Dopo cena squilla il telefono. E’ Pino dalla Val d’Intelvi. “Giorgio, sono arrivate le beccacce. Questa mattina prima di andare al lavoro ne ho viste entrare sei. Domani vieni su che ci divertiamo”. “Va bene. rispondo, e riattacco. Poi, come un fulmine, mi viene in mente l’appuntamento per domani. Come faccio? Di Renata non so nulla: Non mi sono fatto dare nemmeno il numero di telefono. Passo una notte insonne. Poi decido: Le beccacce sono di passo, le donne sono stanziali. Parto alle quattro e trovo Pino davanti al camino. Fa un freddo pungente. I cani annusano l’aria. Si parte. Ebbene. Kira la mia pointer, e Diana la setter di Pino, fanno i miracoli nella faggeta. I campani sono spesso muti per le nostre scariche d’adrenalina. Alla fine sei beccacce. Sembrano quelle contate il giorno prima.

Dov’è il paradiso? E’ qui.

La caccia è stata così coinvolgente che ho dimenticato i rimorsi per il mancato appuntamento con Renata. Ma il lunedì alle sei sono puntualmente al solito bar, e Renata arriva. ma non mi sembra molto arrabbiata. Ha solo una piega un po’ sarcastica sulla sua meravigliosa bocca. Non oso baciarla. Ma poi le spiego con tutta sincerità quello che è successo. Non cerco bugie o scuse banali. Meglio mettere a nudo la mia passione. Lei ride divertita e mi chiede: “Quante ne hai prese?” “Come”, dico io “Come mai t’interessa?” Lei continua a ridere e mi dice: “Anche mio padre è cacciatore. Anche lui si è alzato alle quattro. Ne ha prese due”. Poi mi bacia all’angolo della bocca e si stringe a me.
Giorgio Bracciani -LE BECCACCE SONO DI PASSO, LE DONNE SONO STANZIALI- Malu Editore, 2004

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1 Comment

  1. Primo

    Ha propio ragione evviva il passo

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