… Un fruscio, una freccia rapida e subitanea, un tonfo che si ripercuote nell’eco.

Il capriolo.

Era venuto in corsa alla mia volta, come l’onda si frange sullo scoglio; l’avevo sparato e colto di schianto, ed era addossato al tronco mozzato di un pino, ancor palpitante.

Nel mite occhio si rispecchiava tutta la flora del monte, come in una gocciola di diamante. I miei sensi trasalirono col sussulto di un allarme improvviso.

Il languido muso era ora reclino; v’era in quel corpo agile, or prono, lo scintillìo delle fonti, l’ombra sottile del larice amico, il tremolìo dei flabelli dei fiori dell’alpe, la morbidezza del musco. La sua vita esalava, leggera come l’ombra delle brume.

Non udivo più se non i colpi del mio cuore ripercossi nella mia nuca. Si dissolvevano i miei pensieri, e nella bocca sentivo il gusto di sangue e di alloro, e nelle nari avevo il sentore cupo dei rododendri.

Mi chinai per toccarlo e il cuore mi si riempì di una voluttà mai raggiunta; il muso umido e dolce mi ricadde sulla mano tremante. Le mie dita si insinuavano nel bel manto tepido e lieve, come in un morbido velo di sposa.

La percezione di quella bellezza scultorea aveva avvolta la mia anima e vi penetrava, come se avesse già avuta in questa la sua strada segnata.

Avevo chiuso gli occhi ed avvertivo come un profumo soave e sottile di fanciulla, simile all’odore che si parte dalla foresta e dal prato fiorito di vaniglioni, percossi dal vento.

Il trillo del pettirosso cessò di  stoccheggiare, il vento cessò di sfilarsi fra i rami degli abeti, l’anima parve uscire dalla sua guaina per balzare incontro a una pioggia di ametiste.

Le nuvole, lambita la foresta, rasentavano il crinale,in fuga verso occidente. Il silenzio del bosco risvegliava quel senso di sgomento sconcertante e riempiva il vuoto del petto.

..Il monte si era fatto cupo sotto la caligine, e una nostalgia improvvisa mi annientava, creando l’impressione di paurose visioni, così reali che il mio cuore pareva sollevarsi da un gruppo di quei rododendri e poi buttarsi giù in quei canaloni, uscire da un crepaccio, spiccarsi da un dirupo, infilarsi nell’acque plumbee giù nella valle, in un grigio velo di oblìo.

Il paesaggio abbuiato tremò nelle mie pupille e si cancellò, a poco a poco, come le luci riflesse di un pastello festoso, che si annebbia e si stempera, immerso nel fremito ondato di una polla montana.

Il capriolo era morto!

Barbadicane ( Antonio Persico)

Quella bàita lassù – Editoriale Olimpia,1950