Un’ora prima dell’alba, ancora a notte, il barchetto, carico di stampi e con il Bagat in piedi che remava lento seguendo la rotta che il Delio anch’egli ritto sulla punta gli indicava senza riferimenti visivi, cercava a naso di raggiungere la botte in mezzo al lago. Era già difficile trovarla di giorno nel lago largo dieci km., poiché fuoriusciva dallo specchio d’acqua di soli venti centimetri, figuriamoci a buio pesto.

La partenza a notte fonda era piena di fascino e riserbava la frenesia di tutte le attese. Una leggera nebbia scendeva ad offuscare la visibilità del tragitto, ma il barchetto dopo un andare zigzagante arrivò alla botte. Deposero in acqua gli stampi. Delio sapeva come,quando e dove si dovevano mettere; soli, a due, a quattro o in gruppo, a seconda se in autunno, in inverno o in primavera al ripasso, e, studiata l’onda e il vento, se posizionarli più fitti o più larghi. Entrò nella botte, si coprì con una pesante coperta contro il gelo, si mise un capellaccio in testa, si agganciò al panchetto, appoggiò il fucile e attese l’alba.

Il Bagat ripartì verso riva.

Strida e voci di uccelli laceravano l’aria; erano versi di richiamo. Chissà, forse di accesa rivalità o voglia di riposo dopo il pasto notturno in luoghi lontani. Distingueva dal frusciare delle ali e dai ciangottii i branchi di germani, di alzavole o moriglioni..    

  • E’ una giornata di gran passo – pensava- vuoterò le cartucciere.

Delio, rattrappito sul seggiolino a causa della nebbia che ormai copriva tutto il lago e che non permetteva di vedere che a tre o quattro metri , non avrebbe ammirato la suggestiva visione dell’alba con il cielo che si tinge di viola, poi di porpora e svelare la visione delle rive.

Quella stessa mattina il Poledìn, un povero in canna, magro come un chiodo e vecchio bracconiere di pesci che rubava vuotando i bartavelli dei pescatori, ingobbito sui remi attraversava il lago diretto alla riva opposta, sicuro di fare bottino protetto dalla nebbia,

Improvvisamente a metà lago un’ombra truce e gigantesca balzò fuori dalle acque allargando ed agitando le braccia e, con un urlo disumano: “ Alt…alt…fermaaa ! “ gridava Delio alzandosi in piedi col capellaccio in testa.

Il Poledìn atterrito, con voce strozzata in gola : “- Oh Signur…oh signor…el diavol !-

Irrigidì, gli caddero i remi, si accasciò verso il fianco del barchetto e, superando il bordo sinistro, sprofondò nelle acque buie e gelide del lago.

Delio non indugiò, balzò fuori dalla botte tuffandosi quando il Poledìn stava per riaffondare. Lo agganciò per il bavero e lo trascinò al barchetto che si era arenato contro la botte.; salì sopra e vi issò lo sventurato. Il Poledìn cadaverico e tremante non respirava; gli tastò il polso , poi il cuore: batteva, lentamente ma batteva. Si buttò sui remi e remando con forza gridava di continuo : -Aiuto!…aiuto ! –

A riva il Bagat con due pescatori e un cacciatore, accorsi alle grida, sollevarono il Poledìn e di corsa lo portarono nella sua casupola per fortuna vicina. Arrivò il dottore e diagnosticò:- E’ grave, un ictus al cervello.- Due giorni dopo il malcapitato sbarrò improvvisamente gli occhi e rigemette : -El diavol…el diavol !.-

Per fortuna il futuro gli assicurò un lento recupero motorio e un ricordo incancellabile: la memoria del “ diavol “ fra le acque.

Adelio Ponce De Leon

Racconto premiato al “Giugno del Cacciatore “ di Castion Veronese, 2006