CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

ESASPERAZIONI (e non….) di Franco Subinaghi

 

In onore della Beccaccia foto di M. Vacchieri

Amando molto la cultura degli Indiani delle Grandi Pianure, ho appreso che un uomo di medicina Lakota di nome Toro Seduto disse che.”….siamo tanto impegnati a correre dietro gli avvenimenti della nostra vita da non trovare più il tempo e le occasioni per fermarci ad ascoltare le voci e i silenzi dentro di noi o nella natura che ci circonda”.

 Sono rimasto colpito da questa frase, al punto di farmene una micro – filosofia di vita e soprattutto di caccia: e fermandomi più spesso ad “ascoltare” che poi equivale a pensare, ho notato molte cose strane.

Nel Comparto alpino dove caccio, per esempio, c’è una compagnia di trentacinque/quarantenni che cacciano in “banda” di cinque o sei elementi, due dei quali si piazzano in fondo al bosco, due ai lati e uno o due “conducono” (si fa per dire) i cinque/sei setter di ogni taglia e colore: il tutto avviene a velocità supersonica e con gran dispendio di richiami, urla, fischi, bestemmie e scariche di fucileria, “Attila in confronto a noi era un bambino dell’asilo…!”, con buona pace del silenzio del bosco e della poesia della caccia alla beccaccia. Altri, e sono ormai un gran numero, girano la montagna con i loro cani che fanno esattamente i c…. loro, e vanno dove vogliono e distante quanto gli pare, tanto” con il beeper so sempre dov’è, il cane!”; non c’è quasi più nessuno che insegna ai propri ausiliari un “fondamentale” della nostra Caccia: il collegamento, questo – ormai – sconosciuto (con tutto ciò ripeto la mia ferma convinzione che ognuno sia assolutamente libero di cercare il proprio cane, nei boschi, come meglio crede). Altri ancora hanno frequentato una o due volte le prove internazionali e hanno parlato occasionalmente con i nostri più validi dresseur e/o conduttori, e ora si esprimono come loro, solo che questi, figli di un dio minore (cinofilo), si esprimono con un tono altezzoso e noncagante che li rende ridicoli, essendo chiaro ai loro (pazienti) interlocutori che non si può cavare sangue dalle rape e che un cavallo da tiro raramente si trasforma in un purosangue in grado non dico di vincere, ma anche solo di gareggiare ad Ascot. Vedo sempre più gente che, quando ode un doppietto (da noi si dice un dopi) si precipita a vedere se la beccaccia è stata mancata e se possono, parassitariamente, farla loro pur non avendola trovata, prendendo così, già che si sono, anche l’etica venatoria a calci nel culo. Per non parlare poi di coloro che sparano al volo alle beccacce che, sbagliate o non sparate, ma trovate da altri cacciatori, hanno la sventura di sorvolarli. Non parlo dell’aspetto mattutino o serale della beccaccia perché, con i nostri orari di caccia, in Zona Alpi, e la paura di beccarsi una sospensione della licenza per caccia notturna, questo fenomeno va assottigliandosi: ci sono però un paio di furbi che si piazzano non lontano dagli appostamenti fissi (che iniziano la caccia circa un’ora prima) e, tirando mai più di un colpo alla volta, accoppano diverse Regine che con i loro brocchi imbolsiti difficilmente farebbero cacciando correttamente. Cacciare 5 giorni la settimana, strafottendosene delle 3 (tre) giornate consentite dalla legge per la caccia alla beccaccia è ormai prassi comune e certi mi hanno dato del pirla, quando ho detto che mi attengo a quanto previsto dai regolamenti vigenti. Se poi vedeste come certuni ricevono la beccaccia dalla bocca del loro cane e come la sbattono nella cacciatora come fosse un hamburger acquistato in un discount, senza alcun rispetto, beh, il quadro comincia a farsi più completo e edificante. Ora giuro che queste cose, che sono poi le cose della nostra Caccia che detesto, non mi sono mai passate per l’anticamera della coscienza. Da quando, forse per l’età, forse perchè considero la caccia un’attività dispensatrice di piacere e di svago, ho iniziato a “prendermi delle pause meditative” nel bosco, sono arrivato a trarre certe conclusioni: che la caccia al bosco, se praticata da solo o con mio figlio, è l’unica che mi permette di apprezzare o condividere certe sensazione fatte di colori, profumi, sapori e silenzi. Oppure che è inutile correre, nei boschi, perché tanto si arriva sempre e, se si hanno ottimi cani, si arriva anche meglio. Continuerò ad assaporare quel sottile fluire di adrenalina che scorre fra il momento in cui tacciono i campani e quello, scandito al ritmo del mio batticuore, in cui individuerò la silhouette delle mie Gordon in ferma. Alle quali, tendenzialmente portate ad allungare, continuerò a cercare di affinare il naturale senso di collegamento proprio della razza. Non muterò la mia abitudine di cambiar strada quando odo un doppio di un altro cacciatore, così come l’invidia non mi tange quando qualcun altro abbatte una beccaccia; tutto ciò che può guastare la mia cacciata è stato bandito. Un’ultima cosa, last but no least, è per me importante, e qui sono aperto a tutte le critiche, anche se qualcuno mi definirà un vecchio pazzo: i Lakota e i Cheyenne usavano ringraziare lo spirito del bisonte appena abbattuto, perchè con il suo sacrificio permetteva la sopravvivenza e la continuità del loro Popolo: questo rituale, per loro, era wakan, sacro. Nel mio piccolo, siccome non faccio della caccia (solo) un filosofia, per una forma di rispetto per la Regina del Bosco appena abbattuta e che la mia cagna mi porge come un dono d’amore che mi piace materialmente ricevere, ho preso l’abitudine di ringraziare, nel mio intimo, lo spirito di questo meraviglioso animale il cui sacrificio mi ha regalato momenti bellissimi, a volte indimenticabili che migliorano la mia vita.

Tutto questo, anche per me è wakan, sacro.

Quel famoso Lakota Hunkpapa, Toro Seduto, disse anche che il lato positivo della morte è la possibilità di assaporare e di godere dei momenti più belli e felici che avremo nel tempo che da essa ci separa.

Ecco perché spero che ci siano ancora tante Regine per me, Sioux lombardo e sessantenne.

 

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“LA BECCACCIA” tratto dal Manuale del Cacciatore del 1900, per gentile concessione di Marco Frattini

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1 Comment

  1. Massimiliano

    Grandioso!!!! Pensavo fossi solo a vivere il wakan…grazie!!!!grazie!!!!

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