Cedrone (35)

Lessi dell’urogallo per la prima volta quando mio padre alla fine degli anni 60  mi regalò il “BOSCO DEGLI UROGALLI” di Mario Rigoni Stern.

Non sto qui a descrivere questo magnifico libro perché già in tanti   più bravi di me ne hanno  recensito le stupende pagine  scritte da uno dei migliori scrittori del 900.

Mi rendo conto che   se mi mettessi a parlarne aggiungerei solo delle inutili banalità, come spesso  ascolto  e leggo. 

Posso dire però che la descrizione di quelle stupende giornate di caccia mi colpi e mi rimase impressa  per sempre .

Capii fin da subito che si trattava di un animale speciale unico difficile da avvicinare che ama stare lontano il più possibile dagli uomini , al punto che la vera causa della sua diminuzione in Italia pur non essendo ormai cacciato da almeno 40 anni, resta la eccessiva antropizzazione.

In estate le “allegre scampagnate” in inverno lo sci, specie quello alpino fuori pista, creano delle autentiche situazioni di stress un po a tutti gli animali, ma soprattutto a questo animale che ha bisogno solo di grandi  spazi, grandi foreste e soprattutto di grandi silenzi . In quelle pagine   leggo per la prima volta  un racconto di caccia all’Urogallo  è  un racconto  di   caccia vera, di uomini che lottano e soffrono sulle loro montagne, una sfida vera fra il cacciatore e  quel vecchio gallo astuto e che sembra non dorma mai, che fino ad ora é sempre riuscito ad eludere i cacciatori  nonostante  sappiano    adottare    tutti  quegli accorgimenti che solo chi,  come lui, conosce e vive la montagna, può adottare.

Lui non ha paura dei cacciatori di pianura, che parlano e urlano e che si annunciano già  da lontano, lui sa che solo loro prima o poi riusciranno perché hanno fatto del silenzio la loro arma più pericolosa. 

Questi uomini di montagna    che hanno sofferto come Lui le bufere di neve e vento  che vivono la montagna come Lui l’ha vive,  scendendo quel giorno  dalla montagna con il Gallo nello zaino sono felici, ma improvvisamente capiscono che d’ora in poi mancherà loro qualche cosa e che   quella montagna senza di Lui non sarà più la stessa.

Sono per me pagine di   caccia che mi hanno emozionato allora come adesso quando  ogni tanto lo rileggo.

Questo accende ancor di più la mia fantasia, il mio desiderio quanto meno di incontrarlo   di capire come si comporta e soprattutto di ammirarlo nel suo ambiente naturale.

Comincio ad andare a caccia all’estero molto presto per un’innata curiosità nell’esplorare nuovi territori, dalle grandi pianure del nord Europa a caccia di starne, fino a raggiungere le grandi  montagne  dell’Asia, dalle  Alpi,   fino alla Lapponia svedese,   tutto mi incuriosisce  e mi attrae irresistibilmente, a condizione però che possa frequentarli con i miei cani…

Non sempre ho avuto cani bravissimi, ma una starna o una cotorna o un forcello presi sotto ferma dei mie cani comunque siano, ha sempre avuto un valore aggiunto inestimabile e irrinunciabile, viceversa se  cacciavo con i cani di altri pur bravissimi, mi stancavo e mi stanco  facilmente.

Nella mia mente, nella mia fantasia,  attingendo  alle fotografie o ai filmati, allora rari,   mi ero costruito  un mio mondo, immaginavo di cacciare in queste foreste questi stupendi animali  ovviamente con i miei cani, come se si trattasse di cacciare starne o cotorne anche perché nessuno era in grado di spiegarmi quello che, molto tempo dopo, imparai a mie spese.

Cedrone (70)

Quando vent’anni fa per la prima volta andammo in Lapponia e cominciammo a trovare in buona quantità  questi stupendi animali e anche se  quei pochi che  ci avevano  preceduti continuavano a ripeterci che non era possibile cacciarli con il cane,   io  , Cesare,  Giorgio, Paolo,  decidemmo invece che avremmo cacciato con i nostri cani l’UROGALLO e soprattutto i grandi galli vecchi, che non sono diventati vecchi per caso, ma per arrivare alla loro età avevano combattuto con tutte le avversità,  un ambiente così difficile   dal freddo impossibile, alle tempeste boreali, ai mille attacchi portati dalla lince, dal procione, dai grandi falchi, dalle aquile  e dulcis in fundo dall’uomo. Capimmo che erano animali molto difficili da avvicinare,  capimmo che i cani non li si poteva chiamare o fischiare, capimmo che non bisognava parlare per nessuna ragione al mondo, capimmo che il silenzio era soprattutto in questo caso davvero d’oro.

Se si cacciava in due era necessario essere assolutamente affiatati, se no era meglio essere da soli e i cani poco alla volta furono spogliati di tutti quegli aggeggi sonori che ti permettevano di sapere dove fossero, ma che quasi regolarmente facevano involare l’urogallo anzitempo e sempre lontano.

Le prime, le più facili furono le femmine a cadere sotto i nostri colpi,

nella Lapponia svedese non fanno distinzione fra maschi e femmine  ne puoi raccogliere tre al giorno, fra francolini, forcelli e cedroni.

Ben presto però capimmo la grande differenza fra una femmina ed un maschio, non solo nel peso e nel colore, ma soprattutto nel comportamento.

Capimmo che quando si parla di caccia al cedrone le femmine non centrano e non devono centrare.

Il maschio e molto più difficile , cammina molto di più e avendone visto un paio a terra posso dire che corrono davvero come una lepre inseguita dai segugi, molte volte soprattutto i cani giovani arrivano sulla passata, ma poi non riescono a tenerla e seguirla come sarebbe necessario    ho visto invece dei cani “vecchi”  guidare per 3/400metri nel bosco fitto con vegetazione a terra folta  in condizioni davvero difficili ,  attraversare torrenti e radure  e  ci siamo resi conto  che solo un cane esperto, molto esperto  può  portare a termine, “un’inseguimento” di queste difficoltà.

Ma anche con un cane esperto,  solo poche, anzi pochissime volte si riesce ad arrivare al posto giusto al momento dell’involo,  é per questo che,   rappresenta una delle cacce più difficili e quindi più belle che si possa fare, non ultimo per l’ambiente ”da favola” che attraversi .

Dobbiamo renderci conto che la cattura di uno di questi magnifici  animali deve rappresentare   l’apogeo di una stagione di caccia e a volte di una vita di caccia.

Quando lo vedi da vicino non hai dubbi è sicuramente un animale che la preistoria ci ha consegnato senza grandi cambiamenti  forse  in questo caso Darwin s’è sbagliato,  una testa grande come forse  solo l’aquila può avere, un becco bianco e ricurvo, forte e che incute rispetto,  che contrasta con il  nero della testa e di tutto il corpo, l’unica nota frivola é quel fregio rosso sangue sopra l’occhio, che ne esalta la testa e soprattutto lo sguardo e   che dà, insieme ai riflessi blu e verdi del collo, un tocco di grande e vera eleganza.

Ma la cosa assolutamente eccezionale, che lo distingue e gli dà imponenza e quasi arroganza é la sua grande coda, quando la apre a ventaglio gli dà un immagine di forza che,    penso sia un’attrazione irresistibile per il suo arem.  

Però la cosa che,  più di ogni altra, mi fa pensare che si tratta di un animale che proviene  direttamente  da molto lontano, è il suo “canto” che canto inteso come lo intendiamo noi, proprio non è, si tratta di un verso, o meglio si tratta di un

“tac tac tac” ancestrale, sembra un battere di un  legno su  altri legni, come probabilmente facevano i nostri antenati per comunicare a distanza e come, prima dell’avvento del telefonino, facevano ancora recentemente in Africa… e che   insieme alla sua maestosa coda, alla sua mole, al suo portamento, alle sue caruncole rosse e gonfie, rappresenta  un attrazione fatale per le femmine.    Cedrone (93)

Non é un millantatore, la sua fama di tombeur de fammes, é assolutamente meritata, infatti nel periodo degli amori sa radunare attorno a se un vero e proprio arem di  decine di femmine , a cui dà piena soddisfazione.

 E’ un animale a cui dobbiamo prima di tutto un grande rispetto,   sinceramente faccio fatica a sopportare persone vocianti e ignoranti, pieni di    arroganza,  che camminano, in questi templi della natura, senza neppure sapere dove effettivamente sono  che non hanno neanche fatto lo sforzo  d’informasi su questo stupendo tetraonide, almeno leggendo qualcosa sui libri, che però  pretendono di cacciarlo con cani che fino a ieri hanno cacciato quaglie o fagiani  liberati da  qualche giorno o da qualche mese nella migliore dell’ipotesi, che arrivano in questi posti difficili con  pretese assurde, solo nella speranza di poter ostentare uno di questi animali con gli amici e che giustamente  traducono le loro assurde speranze in cocenti delusioni . 

Il bello che sono talmente ignoranti su queste cacce che se non combinano nulla, come e logico e giusto che sia,  si arrabbiano pure, incolpando il mondo intero.

La caccia all’Urogallo richiede un mix di caparbietà e conoscenze nell’affrontare questi territori difficili, ma oltre ciò  occorre la cosa più difficile un cane di grande esperienza e di grande  tenacia che non molla mai che sa stare sul terreno cacciando per ore anche senza trovare nulla, e che al momento dell’incontro sa con freddezza e determinazione ciò   che c’è da fare, senza che il cacciatore apra bocca.

Da parte del cacciatore deve esserci  una grande conoscenza del proprio cane  per poter  capire al momento giusto anche solo attraverso un espressione, un movimento, a volte uno sguardo   dove e cosa sta facendo quel gallo, perché intuire con un certo anticipo e quindi sapersi continuamente piazzare, rappresenta in questa difficile e meravigliosa caccia il secondo punto fondamentale per arrivare con successo sull’animale.

Molte volte, a fronte del proprio cane che sta guidando cercando di non dare tregua al gallo, si impongono delle scelte,  come cercare d’anticipare l’animale per essere ben posizionato al momento dell’involo, o in certi casi  vedendo la conformazione del terreno,  aspettarlo in una radura, è chiaro che  non sempre   il gallo si comporta come vorremmo, ma quando succede ed il gallo ti parte a tiro o ti arriva addosso e tu riesci a prenderlo, tutto questo ha un valore aggiunto secondo me incommensurabile.

Però  questa caccia difficile  e stupenda al tempo stesso, una cosa te la regala sempre,   ti costringe a camminare giornate intere in ambienti che definire belli, lo trovo un po troppo semplice e riduttivo, sono in genere foreste, pianure, laghi, fiumi dove l’uomo non ha mai messo mano, trovi i grandi pini secolari accanto ai pini appena nati o cresciuti da qualche anno, trovi piante abbattute dalla furia dei venti boreali, magari ricoperte di muschio, che fa capire come il ciclo della natura   sia vero e intatto, senza che l’uomo lo abbia  minimamente influenzato.

Posti assolutamente unici, posti dove pochi uomini  hanno camminato poche volte.

Trovo che poter ammirare in posti come questi sia già di per se un grande privilegio, che purtroppo troppo pochi riescono a capire ed apprezzare.