CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

GESTIONE COTURNICE ALPINA di Silvio Spanò

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Foto di Flavio Campana

Faccio seguire un distinguo perché, come vedremo, si rischiano pasticciacci: infatti in Italia abbiamo una sola specie di Coturnice (Alectoris graeca) distinta in 3 sottospecie (l’alpina A.g.saxatilis, l’appenninica A.g.orlandoi e la siciliana A.g.whitakeri), geograficamente separate e morfologicamente separabili da piccole caratteristiche, che comunque è il caso conservare tal quali senza inquinamenti genetici. In realtà due specie affini, di più facile allevamento e presenza sul mercato (la Pernice rossa e la Coturnice orientale o Ciukar) interfeconde, hanno localmente fatto correre qualche rischio alle Coturnici pure, restando tuttavia abbastanza limitato e attualmente in regressione per una maggior presa di coscienza (acculturamento?) dei cacciatori di montagna, ma forse di più per la difficoltà di sopravvivenza in ambiente ostico di questi soggetti di allevamento e degli ibridi stessi con patrimonio genetico non adatto e probabilmente impoverito per deriva genetica in ambiente di voliera! Doverosamente però ricordo l’esistenza di una fascia di ibridazione naturale, tuttora esistente, tra Coturnice e Rossa sulle Alpi francesi meridionali, descritta nel 1843 addirittura con un nome a sé stante. La possibilità, recentemente confermata (Bernard-Laurent 2017) anche per la Coturnice alpina e nota per specie affini (rossa in particolare) della doppia deposizione in nidi separati, uno incubato dal maschio e l’altro dalla femmine, potrebbe favorire in casi particolari il successo riproduttivo.

Tralascio volutamente di parlare della Pernice sarda (anch’essa una Alectoris) ma che fa gruppo a sè e non se ne conosce capacità di ibridazione in natura laddove ha incontrato la Pernice rossa (es.sud della Corsica o Gibilterra).

Porto solo un esempio che mi ha personalmente coinvolto decenni or sono: un commerciante di selvaggina mi ha chiesto di andare a controllare un grosso stock di coturnici che gli avevano richiesto (se non erro dalla Sicilia!) per le quali l’acquirente aveva domandato una certificazione di purezza…. Fatto presente che avrei scritto solo quello che mi appariva da un esame superficiale, senza influenze di sorta, e avendo lui accettato, quando arrivai di fronte alla lunga teoria di gabbie contenenti una coppia ciascuna, già a colpo d’occhio mi apparvero nella stragrande maggioranza Ciukar! Per correttezza professionale ne esaminai un notevole campione donde potei certificare che solo alcune avevano un fenotipo compatibile con una “teorica” Coturnice nostrana, naturalmente senza entrare in ulteriore suddivisione in sottospecie.

Non so come la vicenda andò a finire, ma spero di aver evitato un massiccio inquinamento genetico addirittura interspecifico (graeca x chukar) (se mai il mio parere sarà stato utilizzato!).

A onor del vero mi risulta esistere in Italia un solo allevamento serio, seguito da specialisti, che potrebbe in casi di assoluta necessità essere utilizzato senza far correre rischi genetici alle coturnici eventualmente presenti nella zona di intervento. Non ho dati sul suo uso non essendomene mai più interessato, ma credo esistano riscontri positivi.

In linea di massima la gestione conservativa dei Galliformi alpini ne ha permesso la sopravvivenza grazie alla presenza di ceppi autoctoni colonizzanti un ambiente aspro e difficile nel quale la sopravvivenza è legata alla selezione naturale e pertanto solo un prelievo sostenibile, basato su censimenti della consistenza e del successo riproduttivo annuale, ne può assicurare la continuità, unitamente a miglioramenti ambientali laddove apparissero necessari.

Per la coturnice alpina in particolare i relativamente rapidi mutamenti legati all’abbandono della montagna da parte di nuclei umani con attività agro-pastorale di sussistenza, che avevano facilitato la diffusione della specie in altitudine, hanno causato periodi di preoccupante diminuzione, senza dubbio amplificati dalla possibilità di penetrazione verso le alte quote dei cacciatori (e dei turisti) con mezzi “fuori strada” agevolati dalla presenza e utilizzazione di antichi tracciati (anche militari, oltre che turistici) .. non per nulla Regioni più sensibili hanno posto limiti al transito su queste vie (almeno per fini venatori)…almeno oltre un livello definito ad es. dalla presenza di un “estremo” ufficio postale.

Le coturnici, a differenza delle specie strettamente boreo-alpine (es. Tetraonidi) – che restano sul posto difendendosi egregiamente con l’uso della neve come “igloo”, anzi a volte vivendoci al di sotto, in tunnel e cavernicole sostenute da massi e fitti rodoreti, reperendovi anche possibilità alimentari e, senz’altro, un clima migliore che all’esterno – tendono ad abbassarsi di livello altimetrico (verso valle) dove un tempo esistevano coltivazioni e varie fonti alimentari intorno a stalle e baite ovvero a restare sulle pareti verticali esposte a sud dove sole, vento e gravità riescono a mantenere scoperti congrui spazi e ripari…è chiaro che i rischi sono maggiori!

Peltopyy (Perdix perdix) Grey Partridge, Liminka, Finland, helmikuu / February 2004

foto di Grey Partridge

Chiudo con una curiosità, che parrebbe strana: le starne riescono a scavare tunnel sotto la neve farinosa, alla ricerca di temperature migliori e cibo, comportamento certamente legato alla diffusione continentale della specie in territori vastissimi, per lo più pianeggianti (ma non quando la neve gela). Le Alectoris non hanno analogo comportamento forse dovuta alla loro diffusione tendenzialmente più meridionale, temperata da bracci di mare (Atlantico, Mediterraneo, Nero, Caspio, Rosso) ovvero montana con esposizione privilegiata ai raggi del sole (le troviamo dalle isole alle aspre montagne ).

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4 Comments

  1. mattedi silvano mario

    Se l’amico Silvio, molto garbatamente, vuole consigliare la necessità di non fare ripopolamenti con ceppi di sottospecie di coturnice allevati, sposo in toto la sua preoccupazione.
    Gli “errori” e i tentativi sono stati già fatti e hanno dato tutti risultati negativi. Per i galliformi, peraltro, anche per la pernice bianca e per il gallo cedrone con soggetti allevati i risultati sono stati altrettanto deludenti, nonostante sforzi economici non indifferenti.
    Come ha indicato Arian Bernard nelle ultime note, i problemi della coturnice sono le alte mortalità e la scarsità di aree di svernamento in Francia (figuriamoci da noi sulle alpi), pur accertando una potenzialità riproduttiva maggiore degli altri galliformi alpini legata alla doppia deposizione (scoperta inedita).
    In attesa di conoscere nel dettaglio i risultati della ricerca e le esigenze ecologiche della specie, il consiglio è che la gestione può essere improntata solo sulla conservazione e miglioramento degli habitat estivi e invernali su territori pari ad almeno 1000 ettari.
    Altrimenti, così come per gli altri galliformi (gallo cedrone in primis), il futuro prossimo (entro 50 anni), sarà segnato da un costante declino come
    è stato accertato a partire dal 1970.

  2. Oliviero

    La riflessione che mi pongo è: cosa possiamo fare per favorire la fertilità faunistica dei nostri territori alpini, ormai abbandonati dalla coltura dell’uomo su un territorio sempre più violentato, inteso come frequentazione massiccia e incontrollata, con l’uso indiscriminato di mezzi motorizzati ? Troppe porzioni di territorio sono vuote, sempre più anche l’attività venatoria la si esercita solo nelle zone “buone” particolarmente vocate. E pur calando drasticamente i cacciatori, assistiamo impotenti all’impoverimento faunistico del territorio. Per parlare della coturnice che sembra, dopo la pernice bianca, la specie più in crisi, ha ridotto il suo areale così tanto che ormai la si trova, in quantità discrete, solo nelle zone alte delle montagne. E’ scomparsa in tutte le aree di mezza montagna sino ai 2000 metri. Solo d’inverno con la neve e il gelo, soprattutto con quest’ultimo la coturnice scende a quote anche molto basse e diventando anche facile preda dei sempre più presenti e superprotetti predatori. Nonostante la nostra grande serietà ne gestire questo patrimonio faunistico attraverso censimenti oculati, piani di prelievo attenti, oltre ai così detti recuperi ambientali (sfalci di ginestre recupero di aree a prato)non sappiamo più cosa fare. E’ evidente che il pensiero va verso nuove sperimentazioni. Quali?….. E quali sono le nuove incompatibilità con la selvaggina tipica di monte? Forse l’eccessivo numero di cervi, forse la nuova e inarrestabile corsa e crescita del cinghiale presente sempre più spesso anche oltre i 2000 metri oltre all’utilizzo del territorio ci impongono importanti riflessioni. A me sembra che le pubbliche amministrazioni fanno solo cattiva conservazione . Le ultime notizie delle doppie covate vanno approfondite poiché sono un elemento importante da conoscere e da coltivare.

  3. Giuseppe Farina

    Si parla della coturnici alpina ma forse è più grave lo stato degli appenini campano calabro lucano.fino agli anni 80 c’erano cospicue gruppi di coturnici autoctone, poi il declino , con la scomparsa quasi totale dovuta certamente non alla caccia ma alla coccidiosi .inutili sono stati i ripopolamento , fiumi di inghiostro e soldi spesi senza nessun riultato .come per tutti i selvatici stanziale senza una opportuna bonifica di nocivi non ci sarà mai futuro per la nobile stanziale e anche per la migratoria . Purtroppo in Italia vige una coscienza distorta per la protezione ad oltranza di tutti i nocivi da persone che ragionano col cuore e non col cervello , migliaia di corvi , taccole.Gazze. gabbiani volpe.martire faine fanno da padrone nel territorio impedendo la cova a soggetti non preparati alla vita in natura

  4. Silvio Spanò

    Ringrazio di cuore il collega Oliviero che ha fatto un commento molto costruttivo, pieno di domande cui sarebbe bene rispondere, quando possibile esaurientemente…Pertanto penso sia più corretto qui anticipare che , insieme a Mattedi, vorremmo studiare una risposta idonea e, possibilmente, prima di elementi scontati…pertanto ci prenderà del tempo…ma spererei di poter scrivere con lui un pezzo utile , sia sulla coturnice che sulla beccaccia
    Saluti Silvio
    ps.Quanto alla coturnice appenninica, ne ho poca esperienza per una risposta seria a quato scrive Farina, anche se vi trovo molte delle motivazioni accettabili invocate per la diminuzione della nostra stanziale in genere

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