CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

Giorgio Gramignani Biografia di Romano Pesenti-tratto da Cacciando.com

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Prima di scrivere di Lui, m’inchino al nome di Tanto Uomo. Nasce ad Ancona il 19 luglio del 1907 e, per non smentire il grande Barisoni, nasce con i “globuli rossi” del cacciatore. Da piccolo, da quando cioè comincia a capire alcune cose della vita che lo circondano, si appassiona tanto agli uccellini, che vede in giardino e sugli alberi della città che, a 7 anni, due amici di famiglia, per renderlo felice, gli regaleranno una magnifica opera, il libro “Gli Uccelli” di Luigi Figuier, un classico di Ornitologia, edito dai F.lli Treves di Milano nel 1881 e magnificamente illustrato con bellissime incisioni. Nei primi anni di scuola, per il suo viscerale amore per la natura in ogni suo aspetto, colleziona farfalle, che caccia personalmente e, durante gli anni del ginnasio, regalerà questa sua raccolta di lepidotteri al Liceo classico Rinaldini di Ancona, contribuendo poi, con la donazione di un ricco e sistemico erbario di fiori selvatici da lui catalogati, alla nascita del Museo di Storia Naturale di quella scuola.

Nel 1919 nelle scuole medie, grazie a un prete cacciatore, suo professore di latino, in sua compagnia in un capanno sul monte Cònero, con un fuciletto del prete spara al primo fringuello, appollaiato su un ramo di una quercia e, quella, fu la sua iniziazione alla caccia. Dopo il diploma liceale si laureerà in Medicina nella specialità odontoiatrica. La caccia, riconosciuta come prima e fondamentale legge della natura, farà sì che Gramignani diventi da subito un appassionatissimo cacciatore. Eleggerà come suoi maestri cinegetici tre importanti personaggi del suo tempo e, attraverso i loro consigli, insegnamenti, dettami di moralità e filosofia di vita, modulerà la sua formazione di uomo amante dell’ars venandi.

Il primo di questi Maestri, che influenzarono il suo divenire cinofilo e di uomo “venante”, fu Vittorio Ortali (Victor), scrittore di vasta cultura e allevatore di cani di vaglia che, con la sua diuturna frequentazione, lo renderà un appassionatissimo cacciatore etico- cinofilo. Ortali, ormai avanti con gli anni e gravemente ammalato, prima della sua morte, gli lascerà come testamento, una lunga lettera, che rappresenta il “testimone” della sua ideale concezione della caccia, che dovrà essere etica, poetica, morale, votata alla bellezza e mai con il concetto ed il fine del “carniere” a tutti i costi. Un invito, oltre all’ammirazione del bello della natura in cui si dà corpo all’arte della caccia, a un’altra importante raccomandazione, quella della ricerca del cane di pura razza, che meglio esprime nel suo lavoro le qualità del suo ausilio. Insomma, il lascito scritto è un lungo e prezioso messaggio per nobilitare al massimo la nostra passione.

Il secondo, è il grande Avv. Camillo Valentini, che nei suoi articoli cinegetici si firmava con lo pseudonimo di ”Picchio Verde”. Grandissimo scrittore – notevole per profondità di concetti il suo libro ”Psicologia della caccia”- , di fervida intelligenza e di grande cultura umanistica, invita il giovane cacciatore Gramignani ad essere sempre umile, semplice, come lo sono tutti coloro che vivono le loro attività, ludiche o di lavoro, nella natura, per “ …essere anche noi cacciatori i veri sacerdoti degni di celebrare nel Tempio di Efeso il rito sacro di Artemide. Gente aperta di cuore, conoscitrice profonda della vita, anche se analfabeta, e delle recondite verità essenziali, come sa esserne iperscrutatice ogni creatura che vive dappresso alla natura”. Il Gramignani nel suo bel libro “Tra cime boschi e paludi” ci dice che fu questo suo secondo maestro che, dopo il prezioso testamento di Ortali, arricchì il suo pensiero ed il suo cuore sul modo di intendere ed attuare la caccia. Valentini soleva ripetergli che ” Noi cacciatori siamo un’umanità relitta che vive ancora nella sfera ancestrale dei ritmi e dei cicli biologici della natura e le nostre reazioni, in questo meraviglioso “Teatrum naturae”, sono le stesse reazioni istintuali che ebbero i primi uomini quando, tra le albe e i tramonti, osservavano il volo querulo delle gru ed i branchi di cervi in pastura sul prato verde della valle. Il Valentini scriverà per l’amico/allievo una bellissima “Presentazione” introduttiva alla seconda edizione del libro scritto da Gramignani -Tra cime boschi e paludi.

Del suo terzo Maestro ne accenneremo più avanti quando parleremo di un Gramignani ormai lui stesso scrittore, allevatore e dirigente affermato di Associazioni Sportive e Venatorie, e che darà, in quegli anni, corpo ad una serie interminabile di iniziative nel campo venatorio ed ambientale, in cui sarà un attore di primissimo livello. Nella sua vita, per dare sfogo alla sua esuberanza fisica, da sportivo sarà un ottimo atleta non solo come cacciatore, ma anche nel campo dello sci, dove come universitario partecipa e si classifica nel Campionato Italiano, nel canottaggio e nel tiro a volo. Nel 1941, seconda guerra mondiale in corso, verrà chiamato alle armi e, in qualità di Sottotenente Medico, prenderà servizio di prima nomina all’Ospedale Militare di Ancona dove, con un collega di maggior grado anche lui cacciatore, continuerà, più che altro, ad essere seguace di Diana nei dintorni della città natale. Terminato il periodo di quel servizio, verrà congedato, ma nel 1943 verrà richiamato e inviato in Jugoslavia, occupata anche da nostre truppe, in vari Ospedali Militari dei nostri distaccamenti . In un lungo capitolo del suo primo libro “Tra cime boschi e paludi”, che titolerà “La mia strana guerra”, il tenente medico Giorgio Gramignani racconterà al lettore questa sua “strana guerra” perché, in realtà, la sua guerra …è stata veramente molto “strana”. Arrivato in terra nemica slava, oltre alle poche incombenze ospedaliere, più che alle azioni militari, si occuperà molto di caccia alle coturnici, che sente di mattina e di sera cantare sulle pendici dei monti che circondano i distaccamenti ospedalieri in cui viene inviato. Dopo vari spostamenti in diverse località di servizio, presa stanza in una sede definitiva e presa visione del luogo, cerca subito un compagno di caccia e lo trova in quel luogo in un giovanottone esperto cacciatore slavo di nome Juro – che possiede, a suo dire, un cagnetto da caccia -, e, da subito, farà con loro quotidiane spedizioni armate contro… le pernici canterine, nei più bei posti di quelle montagne. Ogni giorno, terminato il servizio di medico, con il prestito di una doppietta avuta da un collega ufficiale del distaccamento, peregrinerà a caccia con l’amico Juro ed il suo cane Drago- ed in alcune giornate anche da solitario, sulle varie pendici dei monti Velebit. Ma la stranezza non è certamente tutta qui. Grazie ad un amico anconetano, pilota di una linea di idrovolanti, che fa servizio sulla rotta militare per la Jugoslavia, si farà portare la sua setter irlandese Ala nell’idroscalo slavo di Cattaro. Da lì in poi, quasi sempre accompagnato dall’ormai amicissimo Juro, il suo sarà un crescendo di spedizioni venatorie a coturnici, starne e a beccacce, in località sempre più lontane dal suo luogo di stanza, e sempre in terra nemica: in Croazia, Serbia e in Montenegro, fino ai confini dell’Albania; luoghi in cui mai avrà, … fortunosamente… problemi di sorta anche nei confronti dei nemici ustascia, partigiani slavi, che presidiano, con rifugi e postazioni armate le strade, quei monti e le località vicine. Inviato in una missione più a Nord, a Càttaro e sbrigate le incombenze di medico nel distaccamento, dopo un lungo periodo di lontananza, torna a Njegusi, dove aveva stabilmente stanza, per riprendere le abituali spedizioni venatorie alle coturnici locali, di cui sentiva nostalgia. Immediatamente si informa presso il distaccamento per avere notizie dell’amico Juro, che non trova a casa. Alle sue richieste ai colleghi, risponde un freddo silenzio. Il Capellano, con imbarazzo gli comunica che, purtroppo, Juro era stato sorpreso con tre muli carichi di armi per i partigiani sui monti, e che Juro era partigiano ustascia lui stesso, per cui le conseguenze poteva, quindi, immaginarle da solo. Fucilato, si crede, dai tedeschi. Il Gramignani, ci dice nel libro, pianse per una notte intera l’amico carissimo e poi fece di tutto, annientato dal dolore, per ritornare in licenza in Italia, cosa che avvenne realmente con l’avvallo di un Colonnello medico.

L’amicizia e la comune passione per la caccia, associata alla sua umanità e disponibilità come medico per la cura anche verso i locali slavi, fecero sì che due nemici divenissero intimi amici, e questa cosa valse a creargli intorno una specie di salvacondotto, donandogli una immunità contro i pericoli della guerra seppure in una nazione nemica, in tutte le sue pericolose peregrinazioni venatorie, anche solitarie, su quei territori pieni di covi di partigiani nemici. Ritornato in Jugoslavia, solo molto più avanti nei tempi, in un convoglio militare, formato da sei autoambulanze ed un autoblindo di cui, per l’ assenza dell’ ufficiale del reparto, il Gramignani sarà costretto al comando. Durante il trasferimento, per un’imboscata da parte di partigiani slavi, una mina posta sulla strada procurerà il rovesciamento del mezzo blindato. Gramignani si ferirà, per fortuna non gravemente al costato, ma altri soldati moriranno mitragliati nell’agguato. Giunti poi i rinforzi, contrattaccando con mitragliatrici e bombe a mano, riusciranno a disperdere e ad allontanare i partigiani, rientrando veloci al distaccamento. Dopo degenza e cure di 40 giorni, verrà mandato in licenza in Italia. Terminata la guerra, e ormai affermato ad Ancona come medico odontoiatra, alterna alla carriera professionale, in modo assai determinato e partecipativo, la sua presenza nell’ambiente cino-venatorio, collaborando con le più importanti riviste del settore, partecipando alla vita attiva delle Associazioni Venatorie, soprattutto nella Federazione Italiana della Caccia, di cui diventerà Presidente per 18 anni della Sezione Provinciale di Ancona e resterà Consigliere Nazionale per più di 25 anni . Nel 1950,appassionatissimo, come già si sa, di caccia alle coturnici, creerà per il loro incremento la “Catena delle 12 zone di protezione” lungo l’Appennino marchigiano, che permetterà nei dodici anni di gestione, finanziati dalla FIDC, la cattura di oltre 1300 coturnici, a scopo di ripopolamento in altre zone. In quegli anni, per la positività del suo attivismo nel mondo venatorio nazionale e per gli ottimi risultati conseguiti nelle varie branche ad essa legate, verrà nominato: membro del C.I.C. (Consiglio Internazionale della Caccia), Presidente Regionale dell’E.N.C.I., nonché Giudice di prove venatorie e. non ultima cosa per importanza, Presidente della Società Cinofila Marchigiana. A questo proposito va ricordato che fu proprio lui ad iniziare, con la prova del Petrano, organizzata negli anni ’30, la stagione delle prove “Classiche di Montagna”.

Nel ricordo dei consigli e con l’imprintig radicato dei suoi vecchi Maestri, fu talmente attento alle questioni ambientali che, con la carica di Presidente Regionale di “Italia Nostra”, per quei tempi la più importante e benemerita Associazione in difesa dei valori culturali e naturali nel campo della protezione dell’ambiente, si adoperò col massimo impegno per fare approvare la Legge Regionale per la Protezione delle Essenze Arboree pregiate. Propose ed ottenne nel 1970, con il divieto di caccia- malgrado fosse una sua zona prediletta per la caccia alle beccacce – l’Istituzione del Parco Naturale del Cònero, contro l’abusivismo imperante e per salvaguardare questo meraviglioso biotopo dall’assalto del cemento lungo le sue coste. Cacciatore cinofilo a tutto tondo e con un’esperienza ormai di alto spessore nel mondo dei cani, non poteva fermarsi al solo utilizzo per la caccia dei suoi ausiliari sempre di buona razza e ben addestrati, e così ,con l’affisso affiliato all’ENCI, fonda l’Allevamento “Del Cònero”, allevando la razza pointer che lui predilige. Più che per scopi commerciali, i di cui proventi non ha certo bisogno, il Gramignani si prefigge, con l’allevamento di questa razza di cani da caccia, di raggiungere il meglio della qualità, e ci dice: Non accontentandomi mai della mediocrità, ho tentato di realizzare in un allevamento classico “Kalòs kai agazòs” di ellenica memoria, che tradotto letteralmente significa “il bello e buono” e ciò al fine di poter disporre di un ceppo di pointer che, assieme ad una elevata tipicità e distinzione di doti morfologiche ben fissate, unisse una costante ed elevata concentrazione di doti venatorie e psichiche ottimali.

Ad avvalorare questa spesso difficile tesi, molti dei suoi pointers che hanno calcato i ring di tutta Italia, hanno ottenuto ottimi risultati in prove di bellezza, diventando anche in molti Campioni di Lavoro. Tanto è l’amore per i cani che, durante una cacciata sul monte Catria con il suo pointer Brio che, in statuaria ferma a testa alta su uno sperone di roccia su una brigata di coturnici, spinse il Gramignani, in emotiva attesa del frullo sonoro, a dire ad alta voce : E’ il monumento al cane !”

La realizzazione dell’opera fu poi affidata al giudice cinofilo, scultore e cacciatore Ernesto Coppaloni. Il monumento in bronzo, collocato su un basamento di roccia viva nel Passetto di Ancona, rappresenta un pointer ed un setter nella classica posizione di ferma. Sulla base fu apposta una dedica scritta dallo stesso Gramignani : “ Ai nostri amici – d’ ogni tempo e d’ogni paese – dagli umili ai campioni – che con perfetto amore – a noi tutti donarono – chiedendo solo affetto “

Nel 1952, sarà il primo a rispondere a Ettore Garavini, grande scrittore e grande beccacciaio il quale, sulle pagine di Diana, lancia un appello a tutti i cacciatori per la formazione in Italia di un Club dedicato alla Beccaccia. Con lui e con la disponibilità di altri importanti scrittori e cacciatori verrà fondato il Club della Beccaccia e, trent’anni dopo, ne diverrà Presidente.

E il terzo Maestro?

Non lo conobbe personalmente, ma s’innamorò di un suo detto e dalla sua filosofia della caccia. Fu Pierre Malbec, un distintissimo cacciatore francese, la cui nobiltà di pensiero la apprende quando, ancor prima della fondazione del Club della Beccaccia in Italia, il Gramignani divenne socio del Club National des Beccassiers di Francia. Questo personaggio, certamente un dirigente di quel Club, ebbe, come ci dice il Gramignani, il merito di aver saputo puntualizzare il suo modo di intendere ed attuare la caccia, sintetizzando in una breve e lapidaria espressione : ”Chasser le plus possible, tout en touant le moins possible.“ “ Cacciare il più possibile, uccidendo il meno possibile”.

In questa felicissima frase io ho trovato il coronamento della mia maturazione concettuale sulla caccia, che era già stata orientata dalla nobiltà degli insegnamenti di Ortali, di Valentini e di Ortega, che ora si completava con l’apporto di Pierre Malbec, assumendo il valore e le dimensioni di una idea pilota, capace di modulare in chiave moderna una concezione della caccia accettabile anche da quella parte di umanità che essendosi allontanata dalla biosfera della natura, stenta ora a comprendere questa nostra umanissima umanità rimasta aderente alla civiltà della natura…ecc. La frase non è una contraddizione, come può sembrare.

Le componenti della caccia sono tantissime,…il camminare tanto nella natura, il goderne albe e tramonti, sole e pioggia, il lavoro del nostro cane, la sua abilità nel trovare l’animale ,la ferma, che è sintesi e sublimazione di una concezione armonica ed equilibrata della caccia vissuta ed espressione di una cultura che viene da lontano, cultura che la moderna tecnologia e la lontananza dalla natura, oggi viene dai più contrastata.

Il Gramignani, grandissimo Uomo nella professione come nelle altre sue attività, che gratificarono e resero più ricche di contenuti le branche della nostra passione di amanti dell’Ars Venandi, muore ad Ancona il 20 Aprile 2001 nel più vivo cordoglio dei suoi cari, di chi lo ha frequentato e di tutti i cacciatori che l’hanno letto, apprezzato e conosciuto.

Nel 2002, per onorare la memoria del Grande Cinofilo e Grande Beccacciaio, su iniziativa del Club della Beccaccia e con il patrocinio dell’E,N.C.I. con il certificato CACIT, viene promosso un Campionato per cani da ferma, con programmazione annuale e con un serie di prove di caccia alla Beccaccia, intitolato Trofeo Giorgio Gramignani ; trofeo che si sviluppa in varie prove a punti in diverse località..

Cacciatore e bibliofilo e già in possesso di quel meraviglioso libro “Tra cime boschi e paludi”, edito nel ‘72, per avere la seconda edizione del 1983, che su una rivista seppi più ricca di racconti e di sue considerazioni, in quell’anno gli telefonai per l’acquisto. Nel corso del colloquio telefonico, volle sapere chi fossi, dove e cosa cacciassi e con che cane, ed altre notizie. Quando gli riferii che ero proprietario ed amante dei cani inglesi e che ero un cacciatore di coturnici sulle Alpi piemontesi e bergamasche: ”Ah bravo, bene…le saxatilis” ,disse e mi declinò le poche differenze morfologiche da quelle appenniniche e poi volle il mio indirizzo.

Mi inviò i due volumi con dedica..in omaggio.

Le sue Opere.

Nel 1972- tra cime boschi e paludi – Edito da Tipografia La Rapida di Fermo(AN), in 8 di 495 pagine illustrate da tantissime fotografie in b.n. di suoi cani, di ricchi carnieri e personaggi suoi amici. Libro dedicato a sua moglie e a tutte le spose dei cacciatori, a tutti gli amici e ai nostri cani. A mio avviso, UNO FRA I PIU’ BEI LIBRI DI RACCONTI VENATORI, con racconti a partire dai suoi inizi fino alle sue più belle cacciate in giro per l’Italia e per l’Europa, comprendendo le sue straordinarie cacce in Jugoslavia nel periodo dell’ultima guerra (..strana per lui..e stranissima per noi) del 40-45. Racconti di cacce alle varie specie di selvaggina da piuma coi suoi cani da ferma, soprattutto pointers. Nel 1983-Seconda Edizione, edita da SAGRAF, Sabatini Grafiche di Ancona, in 8, in Due Volumi di complessive 504, con aggiunta di altri racconti e di fotografie anche a colori. Nel ( 1990) ma s,d.- Moralità e filosofia della caccia – Edito da Grafiche Jesine di Jesi (AN), in 8. Nel titolo c’è il contenuto del libro, dove spiega come lui giustifica la caccia e come si deve moralmente concepire ed attuare. Si rifà alla sue idee ed ai concetti filosofici del filosofo –scrittore spagnolo Josè Ortega Y Gasset, che l’Autore lesse e sviluppò in questo bel saggio, che ebbe consensi e riconoscimenti anche in ambienti tendenzialmente poco benevoli nei confronti della caccia. 

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2 Comments

  1. Enrico de sortis

    Grande Gramignani e complimenti a lei nel ricordare personaggi di tali spessori. anni fa feci mia l’opera come tant’altre che conservo gelosamente a casa in montagna, dove albergano le cotorne e le beccacce. coetaneo di mio padre, uomini di altro stampo

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