Pascolo di Prato Grande foto di Lucio Scaramuzza

“Gli uccelli spariscono dalle campagne francesi ad una ‘velocità vertiginosa’. Questo declino “catastrofico” di un terzo in quindici anni , è ampiamente causato dalle pratiche agricole, secondo gli studi del CNRS e del Museo di Storia naturale”.

Titola così un articolo de “LE MONDE” del 20 marzo scorso a firma di Stéphane Foucart, ampiamente ripreso anche in Italia, che getta un allarme sulla situazione della popolazione ornitica del Paese. “Sulla zona-laboratorio del CNRS, studiata senza interruzione dal 1994, la pernice è ormai virtualmente estinta” prosegue il quotidiano.

“Il Museo nazionale di storia naturale e il Centro Nazionale di Ricerca Scientifica (CNRS) comunicano, martedì 20 marzo, i risultati principali delle due reti di monitoraggio degli uccelli su il territorio francese e menzionano un fenomeno di ‘scomparsa massiccia’, ‘vicina alla catastrofe ecologica’. ‘Gli uccelli delle campagne francesi spariscono ad una velocità vertiginosa’, precisano le due istituzioni in un comunicato comune. In media le loro popolazioni si sono ridotte di un terzo in quindici anni”

A cosa attribuire un fenomeno così preoccupante? Per i ricercatori “alla intensificazione delle pratiche agricole di questi ultimi venticinque anni, il declino osservato è particolarmente marcato dal 2008-2009, ‘un periodo che corrisponde, tra l’altro, alla fine dei maggesi imposta dalla PAC, al rialzo dei prezzi del grano, alla ripresa dell’eccesso ammendamento con il nitrato per ottenere grano iperproteico e alla diffusione dei neonicotinoidi’, questi famosi insetticidi neurotossici, molto persistenti, soprattutto implicati nel declino delle api, e la rarefazione degli insetti in generale”.

Come si è giunti a queste conclusioni? “La constatazione – illustra l’autrice – è tanto più valida in quanto è il risultato di due reti di sorveglianza distinte indipendenti, che mostrano due metodi diversi. Il primo, il programma STOC (monitoraggio temporale degli uccelli comuni) è una rete di scienza partecipativa [la c.d. citizen science, n.d.r.] supportata dal Museo nazionale di storia naturale. Raccoglie le osservazioni di ornitologi professionisti e dilettanti sull’insieme del territorio e nei diversi habitat (città, foresta, campagna). Il secondo si articola intorno a 160 punti di 10 ettari, monitorati senza interruzione dal 1994 nella ‘zona-laboratorio’ del “CNRS Plaine e Val de Sèvre, dove degli scienziati procedono a dei conteggi regolari.

I risultati di queste due reti coincidono ampiamente e notano un calo notevole delle specie specifiche delle pianure agricole, come l’allodola’, constata l’ecologo Vincent Bretagnolle, ricercatore al Centro di studi biologici de Chizé, nel Deux-Sèvres (CNRS e Università de La Rochelle). Ciò che è molto inquietante è che, sulla nostra zona di studio, specie non specifiche di ecosistemi agricoli, come il fringuello, la tortora il merlo o il colombaccio, diminuiscono ugualmente.

Sulla zona-laboratorio del CNRS – 450 km2 di pianura agricola studiati da agronomi ed ecologi da oltre 25 anni – la pernice è ormai virtualmente estinta. Si nota dall’80% al 90% di declino dalla metà degli anni 1990, ma gli ultimi esemplari che si riscontrano sono quelli derivati dai lanci autunnali, organizzati dai cacciatori, e sono solo pochi superstiti, precisa Bretagnolle”.

La causa, secondo gli studiosi è da ricondurre a un massiccio declino della presenza degli insetti, riconducibile alle pratiche agricole adottate. “Per il ricercatore francese si constata un aumento del declino alla fine degli anni 2000, che si può associare, ma solo in modo correlativo ed empirico, all’aumento dell’uso di certi neonicotinoidi, in particolare sul grano, che corrisponde ad un aumentato crollo delle popolazioni di insetti già in declino.

Nell’autunno 2017, dei ricercatori tedeschi e britannici diretti da Caspar Hallmann (università Radboud, Olana) hanno, per la prima volta, quantificato il massiccio declino degli invertebrati dall’inizio degli anni 1990: secondo i loro lavori, pubblicati ad ottobre nella rivista PloS One, il numero di insetti volanti è diminuito dal 75% all’ 80% su il territorio tedesco.

Dei rapporti non ancora pubblicati, realizzati in Francia nella zona-laboratorio Plaine et val de Sèvre, sono coerenti con queste cifre. Queste indicano che il carabo, il coleottero più comune di questo tipo di ecosistema, ha perso circa l’85% delle sue popolazioni durante gli ultimi ventitre anni, nella zona studiata dai ricercatori del CNRS.

Tuttavia numerose specie di uccelli granivori passano dalla fase insettivora all’inizio della loro vita, spiega Christian Pacteau, referente per la biodiversità alla Lega della protezione degli uccelli (LPO). La scomparsa degli invertebrati provoca dunque naturalmente un problema alimentare enorme per numerose specie di uccelli e questo problema resta invisibile: si stanno accumulando delle piccole perdite, nido per nido, che fan sì che le popolazioni non siano sostituibili”.

E a questa situazione si aggiunge purtroppo il degrado ambientale. Continua l’articolo: “La scomparsa in corso degli uccelli dei campi é solo la parte che si può osservare dei degradi maggiori dell’ambiente. ‘Ci sono meno insetti, ma ci sono anche meno piante selvatiche e, quindi, meno semi che sono una fonte maggiore di nutrimento per numerose specie di uccelli’, rileva Frédéric Jiguet, professore di Biologia della conservazione al Museo e coordinatore della rete di osservazione STOC. ‘Il fatto che gli uccelli stiano male indica che è l’insieme della catena trofica (catena alimentare) che sta male. E questo include la microfauna dei suoli, vale a dire ciò che li rende vivi e permette le attività agricole’.

La situazione francese non è diversa da quella riscontrata altrove in Europa: ‘Si continua in una tendenza pesante che interessa tutti i Paesi dell’Unione Europea’, nota Jiguet. È reversibile? Tre paesi, l’Olanda, la Svezia e il Regno Unito hanno attuato delle politiche nazionali volontarie per invertire questa pesante tendenza, adeguando il modello agricolo dominante – spiega Vincent Bretagnolle -. Nessuno di questi tre Paesi è riuscito a invertire la tendenza: per ottenere un effetto tangibile, bisogna cambiare i metodi su considerevoli superfici. Altrimenti, gli effetti sono impercettibili. Questo non è un problema degli agricoltori, ma del modello agricolo: se si vuole stroncare il declino della biodiversità nelle campagne, bisogna cambiarlo, con gli agricoltori” conclude l’articolo.

Tratto da ladeadellacaccia.it