22140294_10210132437852110_1622977100_oRecentemente ho accompagnato un amico americano, appassionato osservatore della natura e della fauna, a visitare un tratto del basso Appennino bolognese. Nel corso dell’escursione gli dissi che in quell’area si era insediata da alcuni anni una famiglia di lupi e che nel territorio della provincia vivevano almeno quattro branchi di questa specie.

La sua reazione fu di grande stupore e quasi d’incredulità; non riusciva convincersi che un ambiente così segnato dalla presenza millenaria dell’uomo, ancora in buona misura coltivato, con insediamenti abitativi diffusi, una fitta rete stradale e distante pochi chilometri da una città di oltre quattrocentomila abitanti potesse ospitare un grande predatore che, nel suo immaginario e nella sua esperienza personale, associava a vastissimi spazi naturali assai poco o per nulla alterati, in una parola al concetto di “wilderness”.

Avendo a mente i problemi d’impatto con gli allevatori sorti in occasione della reintroduzione del lupo in Montana, il mio amico mi chiese come in Italia tentassimo di affrontare la “dimensione umana” della presenza del lupo: una domanda impegnativa a cui cercai di rispondere in maniera articolata, provando tuttavia un certo imbarazzo. Di fatto la riconquista del nostro Paese da parte della grande fauna (in particolare Ungulati e Carnivori) avvenuta negli scorsi decenni è sostanzialmente la conseguenza indiretta di mutamenti socioeconomici che hanno interessato il mondo rurale, piuttosto che il frutto di una consapevole ed organica strategia di ripristino delle zoocenosi. Certo la protezione legale accordata ad Orso, Lupo e Lince ormai da parecchi anni, la creazione delle aree protette, gli indennizzi agli allevatori danneggiati accordati da alcune amministrazioni locali e l’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica svolta da diversi soggetti, in primis le associazioni di tutela della natura, hanno aiutato questo processo di ricolonizzazione.

Tuttavia, in maniera per certi versi sorprendente, esso si è realizzato e continua a realizzarsi in mancanza di una politica complessiva di interventi organici e coordinati da parte delle Amministrazioni pubbliche e nonostante l’abbattimento illegale di molte decine di soggetti ogni anno. Riferendosi allo stato di conservazione del Lupo qualcuno ha definito questo stato di cose “la via mediterranea alla conservazione della fauna”: ad una sostanziale inefficienza decisionale ed organizzativa da parte delle autorità si affianca un’altrettanto inefficiente controllo illegale che riesce solo in parte a contrastare il potenziale biotico della specie. Il bilancio è sinora positivo, almeno per ciò che concerne la progressiva diffusione geografica del Lupo, ma dobbiamo chiederci se potrà continuare ad esserlo nei prossimi anni di fronte alle nuove sfide che si presentano. Mi riferisco in particolare alla già iniziata ricolonizzazione dell’arco alpino da parte della specie, in un contesto ambientale e sociale per molti versi differente rispetto a quello dell’Italia peninsulare. Il fragile equilibrio che si è creato potrà ancora reggere di fronte alle spinte contrapposte di un’opinione pubblica “cittadina” tendenzialmente ed acriticamente animalista e quella degli epigoni di un mondo rurale che vede i propri interessi materiali minacciati da una fauna di cui spesso ha perso la memoria storica? Penso sia giunto il momento di pensare veramente ad una politica integrata di conservazione del Lupo che, seguendo le linee guida del piano d’azione nazionale promosso dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio ed elaborato dall’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, si doti degli strumenti necessari e faccia in modo che possano essere realmente utilizzati. Anche il caso dell’Orso è per molti aspetti emblematico: da una parte la conservazione della popolazione dell’Appennino centrale è seriamente messa a rischio proprio dall’incapacità di instaurare un processo decisionale condiviso ed univoco da parte degli enti gestori dei territori che ne ospitano l’areale, dall’altra la recente operazione di reintroduzione in Trentino è unanimemente considerata, anche a livello europeo, un successo dovuto non solo ad un approccio rigoroso nelle fasi di progettazione e di attuazione, ma, soprattutto, perché ha saputo coinvolgere diversi soggetti istituzionali in un disegno unitario. Naturalmente in una efficace strategia di conservazione dei grandi carnivori i provvedimenti normativi, le tecniche operative e l’approccio culturale volti a prevenire e minimizzare i danni al patrimonio zootecnico rivestono un ruolo primario; proprio sulla base di questa considerazione è stato organizzato il convegno “Grandi Carnivori e Zootecnia tra conflitto e coesistenza” che ha rappresentato un importante occasione di analisi del fenomeno, discussione di casi concreti e proposte operative. Gli atti del convegno, raccolti nella presente pubblicazione, potranno dunque fornire un materiale assai utile per coloro che intendono lavorare in questo settore e, sperabilmente, potranno contribuire alla costruzione di un progetto integrato di conservazione in grado di rendere sostenibile nel tempo la presenza diffusa dei grandi carnivori in un Paese relativamente piccolo, sovraffollato, pieno di strade e di case ma nel quale si sta realizzando la meravigliosa esperienza di una convivenza possibile tra i simboli della natura selvaggia ed una società umana proiettata nel terzo millennio. Per continuare a leggere clicca : BIOLOGIA E CONSERVAZIONE DELLA FAUNA