Caccio in zona Alpi da circa quarant’anni e ho avuto modo di conoscere parecchi veri cacciatori di montagna. Qualcuno non l’incontro più, c’è chi ha cambiato zona o tipo di caccia, certi hanno smesso di cacciare. Incontro invece ancora a quota beccacce spesso e con grande piacere i fratelli Giori, soprannominati Pio. Vittorio è il più anziano e Gianni il più giovane, questa è la cronologia, ma tutte e due hanno una bell’età per andare a caccia in montagna, infatti ora vanno solo a beccacce.

Vittorio quest’anno compie ottant’anni, e Gianni è supera i settanta, non sono persone normali, nel senso che hanno una marcia in più rispetto alla media, in particolare Vittorio sicuramente ha la tempra di un atleta. A differenza d’altri cacciatori che nascondono il numero degli incontri, con loro ho sempre avuto un rapporto schietto, si può tranquillamente parlare di carniere senza remore o dubbi di sentirsi rifilare baggianate.

Fino ad una decina d’anni fa, non riuscivo a spiegarmi come mai il loro carniere di fine anno pesasse sempre più del mio; anche perché fino alla fine d’Ottobre eravamo più o meno alla pari. Facevo le più svariate considerazioni, del tipo hanno più tempo del sottoscritto, conoscono tutte le zone da beccacce della Valle Sabbia e hanno in serbo terreni ottimi da frequentare fino a Dicembre. Io che ho una ventina d’anni in meno di Vittorio, pensavo hanno sicuramente più esperienza. Tutte cose vere, ma il 20 Ottobre scoprii cosa faceva veramente la differenza. C’era poi, un altro particolare che notavo nell’atteggiamento dei loro cani, li ho sempre visti cacciare con setter o bracchi incrociati di taglia leggera, nonostante la diversità di razza erano tutti cani che cacciavano stretti. Ma il particolare che mi faceva pensare era dovuto al fatto che ogni qual volta ci si fermava a fare due parole, i loro cani, si facevano un giaciglio per dormire. Io ho sempre avuto cani d’ottima tempra e cacciavo in media quattro giorni a settimana e il mio cane del momento, non si risparmiava certo; eppure mentre parlavamo il mio cane o tirava il guinzaglio o se era libero scorazzava facendomi intendere di non sprecare tempo. Era evidente che cacciassero con cani stanchi, e ciò li rendeva stretti di cerca. Sapevo che i fratelli Pio in quegli anni cacciavano la migratoria cinque giorni la settimana, ma pensavo dai quattro che caccio io, ai cinque, non spiega la stanchezza dei loro cani.

20 Ottobre 1998, mancano quindici minuti a mezzogiorno; mi avvio verso la macchina parcheggiata presso la piccola cava di sabbia all’ingresso della selva di Capovalle. Lì vedo i fratelli Vittorio e Gianni, che mangiano seduti al sole. Un saluto caloroso e l’invito ad unirmi a loro. Curioso di sapere com’è andata la loro mattinata, chiedo lumi sul loro carniere, che non esitano a riferirmi. Pesa tre volte il mio. Tre beccacce loro e una io, c’è da essere più che soddisfatti. Non posso accettare l’invita a sedermi, per mangiare in loro compagnia, perché Nello mi ha chiamato avvisandomi che ha già buttato la pasta, su alla casa di caccia a quota millecinque. Per arrivarci mi devo spostare in macchina, e prendendo la via più breve ci metto una ventina di minuti, siamo infatti a mille metri di quota. Mentre percorro in macchina il ripido sterrato, entusiasta dal carniere realizzato dai fratelli, faccio mentalmente il piano di caccia per l’uscita pomeridiana, programmando un giretto non troppo duro. Considerando che sarò in ferie anche domani devo risparmiarmi un poco, immagino che i fratelli con tre beccacce in carniere faranno altrettanto. Non so dire quanto tempo sia trascorso esattamente dopo il mio arrivo alla casa di Nello. Sto ancora cuocendo la salamella alla brace quando li vedo spuntare nel valletto nei presi della casa. Gianni si sta asciugando il sudore con il braccio destro e Vittorio prende fiato. Ho impiegato venti minuti in macchina per coprire un dislivello di cinquecento metri di quota, e loro sono già lì a piedi. Mi affaccio per invitarli a bere qualcosa. Visto la tirata che hanno fatto è quello che ci vuole; ma mi rispondono che non hanno tempo, perché hanno un conto in sospeso con una beccaccia già trovata ieri in Corpaglione e hanno la macchia alla cava di Capovalle. Detto cosi non significa molto. Serve sapere che una persona normale, allenata, per coprire il percorso citato andata e ritorno, ci mette almeno quattro ore. Considerato che è l’una passata e anche a loro nonostante il passo serve almeno un’ora di marcia per arrivare in Corpaglione. Dove cercare dopo la beccaccia, e non è detto che la si trovi subito; servono poi almeno altre due per tornare alla macchina. Li osservo allontanarsi con un passo di marcia sostenuto, e questo dopo aver cacciato tutta la mattina e avere in carniere tre beccacce. Voglio ricordare che Vittorio il più anziano ai tempi del fatto, aveva già sessantasei anni, fra me pensai, sicuramente domani non lì incontro in selva a caccia, ma non andò cosi. L’indomani erano in selva e ci restarono fino a sera. Allora ho capito perché avevano sempre cani stanchi, e ho compreso anche perché il loro carniere a fine anno pesava sempre il doppio del mio; tanto di cappello alla loro passione e al fisicaccio che si ritrovano.