11f3348a940e2ffdb2c50b47efdc3b64Ricordi lontani di una appassionata caccia alle beccacce in Grecia.

Il greco aveva appena finito di dirmi che quello non poteva essere un buon posto da beccacce, che il primo sparo rimbombò nel bosco e lo riempì di echi rimbalzando sui tronchi alti dei cerri e i fianchi delle colline. Il greco soffriva di stomaco ed appena sceso dall’auto si era liberato di una schiuma biancastra, come fino a quel momento avevo visto fare molte volte ai cani e mai ad un uomo.

Così ci eravamo dovuti fermare, il greco ed io, mentre zio Piero e Andrea seguendo i cani, avevano superato il crinale della prima collina ed erano spariti alla vista. Il greco, rimosso con la mano la spesso strato di foglie morte che ricoprivano il suolo, me ne aveva indicato la consistenza pietrosa, dicendomi nel suo stento italiano che lì in Grecia, in posti come quello, beccacce non c’erano mai state. Fu allora che udimmo lo sparo e fummo subito in piedi ed in cammino, con maggior sveltezza che a me era concessa dal mio eccesso di peso ed al greco dal mal di stomaco e ad entrambi dal fatto che stavamo cacciando ormai da molte ore quel giorno e ogni giorno da una intera settimana.

In affanno risalivamo il crinale boscoso nella direzione presa da zio Piero e da Andrea, quando dinnanzi al greco, praticamente dai suoi piedi, frullò rumorosa una beccaccia – la prima che riuscissi a vedere dopo sette giorni consecutivi impiegati a cercarla – e il greco imbracciò con sufficiente rapidità, ma poi non fece fuoco e alla mie imprecazioni rispose mostrandomi che sceso dall’auto aveva dimenticato di caricare la sua antidiluviano doppietta. Così non seppi più trattenermi e mentre riprendevo più veloce la marcia in salita, infransi una delle regole che mi erano state insegnate e chiamai con quanto fiato avevo in gola: “Zio Piero, zio Piero!”.

Fino ad allora per l’intera mattinata avevamo battuto, sotto una pioggia insistente e sottile, alcuni impenetrabili spineti nel fondovalle lungo la strada carrozzabile che portava verso la città greca dell’interno che aveva quello strano nome di donna, ancora una volta senza incontrare neppure una beccaccia, infradiciandoci sino alle ossa e rovinandoci giacche da caccia, mani e visi in quell’inferno di pruneti e rovai, abbastanza bassi da impedirci di camminare, ma sufficientemente alti da consentire ai cani di portarsi non solo fuori vista, ma anche fuori udito, benché avessero ai collari i bubboli più sonori. Così dopo un ennesimo pranzo a base di formaggio e montone arrosto, incuranti delle proteste del greco, zio Piero e Andrea avevano deciso di risalire in auto e tornando indietro sulla via percorsa al mattino, di provare nei boschi di alto fusto sul passo umido di nebbia, prima di scendere verso i rovai e gli spineti del fondovalle magnificati dal greco come un posto in cui le beccacce non potevano mancare. Mentre tornavamo indietro aveva smesso di piovere e al culmine del passo il sole aveva illuminato un alto bosco di cerri con ancora molte foglie rosse sui rami e un rosso sottobosco di quercioli nani, fitto abbastanza da impegnare i cani, ma non da impedirci di seguirne l’azione; un posto splendido insomma, che diceva beccaccia beccaccia, scoperto quasi per caso il giorno prima di tornar a casa e con quell’impossibile greco che sulla prima beccaccia che vedevo frullare, dimenticava di caricare il fucile. Superato il crinale vidi il bosco in ombra che s’inabissava verso il fondo sassoso di un torrente e zio Piero già al di là, sul fianco della collina successiva, che illuminato in pieno da una lama di sole ci faceva imperiosamente cenno di tacere. La bracca era in ferma qualche metro più avanti e più in alto; benché il suo mantello roano fosse quasi del colore del bosco, non mi era difficile scorgerla con la testa rugosa ben eretta, possente e maestosa nella sua splendida taglia. La beccaccia frullò ben innanzi al cane, innalzandosi in colonna lungo il tronco di un cerro e poi, superato indenne il primo colpo, tuffandosi repentina verso il torrente, subito stroncata di netto da un secondo colpo preciso. “L’ho presa?” mi chiese zio Piero con un leggero tremito nella voce. Evidentemente aveva tirato il secondo colpo mentre la beccaccia si nascondeva alla sua vista; ma non ebbi tempo di rispondere, che la bracca scattata al recupero senza attendere alcun comando, già risaliva la collina con il suo trotto cadenzato, riportando ben in vista la beccaccia e agitando allegra il suo moncherino di coda.

Pensai allora che indubbiamente quella era una beccaccia uccisa come Dio comanda, secondo tutte le regole che ormai ben conoscevo, pur non avendo ancora mai imbracciato un fucile. E che in fondo era più giusto che ad ucciderla non fosse stato quell’arrabbiato di Andrea né quell’impossibile greco, ma fosse toccato proprio a zio Piero. Che poi non era affatto mio zio, ma zio molto presto avevo cominciato a chiamarlo da quella domenica di ottobre di due anni prima, in cui per la prima volta eravamo andati a caccia insieme e m’era toccato attenderlo un’interminabile mezzora davanti al portone di casa, nella città deserta e con il cielo ancor pieno di stelle, finché non era giunto, con la sua giardinetta verde stracarica di tutto ciò che poteva servire per trascorrere a caccia l’intera giornata, la grande bracca accovacciata al fianco sul sedile anteriore, gli occhi assonnati dietro le lenti spesse degli occhiali e, fattomi sedere accanto alla bracca, mi aveva detto come unico saluto “Sei grasso, ragazzo!”. Da allora, pioggia o sereno, non vi era stata domenica in cui non fossimo andati a caccia insieme, così che ben presto avevo appreso da Piero e da Andrea, l’unico compagno che accettasse a caccia, quasi tutto ciò che non solo ad un ragazzo ma anche ad un uomo può essere dato di sapere sulla campagna, sul bosco e sulla palude e sulla loro vita segreta nell’alternarsi continuo delle stagioni, il canto delle quaglie nei grani verdi della primavera, il loro frullo improvviso nelle stoppie riarse dall’estate e poi l’autunno con i suoi temporali, le sue albe nebbiose e i mattini sereni e i beccaccini e i frullini e le anitre che portava in palude e le pavoncelle e i pivieri nei prati e soprattutto da novembre in poi il bosco e la macchia risuonanti del bubbolo del cane e poi il silenzio improvviso e il frullo fragoroso della beccaccia; e come non bastasse conoscere tutti questi animali e dove e quando trovarli, ma fosse anche necessario saperli cacciare e uccidere secondo regole precise e come i cani dovessero essere scelti, allevati e addestrati per questo.

Finché dopo due lunghe stagioni di caccia, una mattina di dicembre, mentre dal vertice ventoso di una duna guardavamo l’Adriatico in tempesta e le montagne dei Balcani che nell’aria tersa per la tramontana si intravedevano all’orizzonte, Piero mi disse: “Ho già parlato con tuo padre, ragazzo. Ai primi di gennaio saremo con Andrea a beccacce su quei monti lontani”. Così ci imbarcammo una sera di gennaio, tiepida di scirocco, per traversare l’Adriatico su un vecchio traghetto greco con Andrea subito ridotto dal mal di mare in uno stato pietoso e zio Piero, invece, che con la pipa in bocca e la bracca accovacciata ai suoi piedi, mi narrava vecchie storie dei tempi favolosi prima della bonifica, quando a pochi chilometri dalla città iniziavano paludi che anche i cigni visitavano d’inverno, e mi diceva che lì dove andavamo, non sarebbe stato poi molto diverso. Al porto trovammo ad attenderci il greco che Andrea aveva conosciuto in Italia nell’estate e che si era offerto di guidarci a caccia, promettendo carnieri favolosi soprattutto di beccacce. Così quando giunti in albergo zio Pietro aveva cominciato a scambiare qualche parola con un gruppo di cacciatori marchigiani, che avevano uno splendido bracco, Andrea lo fulminò con una occhiataccia e chiamatici in disparte, ci disse che non aveva nessuna intenzione di dividere con altri la fortuna di una guida che conosceva benissimo i posti per avervi cacciato beccacce sin da quando era nato. Spazi sconfinati ci si aprivano dinanzi: pianure alluvionali allagate dalle piogge invernali, sorvolate continuamente da stuoli di corvi, di storni, di pavoncelle e da aironi maestosi e solitari, e desolate paludi litoranee nereggianti di folaghe, che si spingevano fino ai contrafforti sassosi degli aridi monti che segnavano il confine d’Albania. Ed in quel nuovo mondo, che pareva quasi sfidarci con la sua selvaggia vastità, cominciammo a cacciare, trovando tra le stoppie allagate brigate di quaglie svernanti e beccaccini e frullini e tante folaghe e qualche anatra in palude. Ma di beccacce nemmeno l’ombra! Il greco ci guidava a cercarle in posti stranissimi, incolti allagati, oliveti appena macchiosi, campi coltivati, in ogni posto affermando di avervi fatto, una settimana, un mese o un anno prima, carnieri favolosi di beccacce.

Vanamente più a gesti che a parole zio Piero ed Andrea cercavano di fargli capire che la beccaccia vive nel bosco; il greco non capiva o se capiva invariabilmente si stringeva nelle spalle e nel suo italiano stentato ci confermava che lì in Grecia quelli e non altri erano i posti buoni da beccacce. C’era d’ammattire: anche perché rientrando esausti la sera in albergo, non c’era volta che nella cella frigorifera dove conservavamo la selvaggina, non ci toccasse di sbattere il muso nel mazzo di beccacce quotidianamente messe insieme dal gruppo di marchigiani, che rientrati prima di noi erano già a cena e nel vederci non mancavano di salutarci con sardonici sorrisi. Più volte in quei giorni di sempre più frenetica ricerca, quando la sfiducia nel greco, che pure non riuscivamo a toglierci di dosso e che ormai più che guidarci ci seguiva con un’aria da cane bastonato, si andava trasformando in una sorda avversione, zio Piero aveva proposto di abbandonare le zone litoranee di pianura e di provare in montagna lungo la carrozzabile che portava verso la città greca dell’interno che aveva quello strano nome di donna. Ma ogni volta Andrea lo aveva zittito, imprecando e dicendo che ben diversi dalle beccacce erano i motivi che spingevano Piero verso la città che aveva quel nome. E zio Piero ogni volta non replicava, limitandosi a scuotere la resta e ad abbozzare quel mezzo sorriso, che a me faceva tornare in mente la storia del bottone rosso. Così avevamo proseguito per sette lunghi, frenetici giorni la ricerca di queste fantomatiche beccacce, con Andrea instancabile nell’ira sorda che lo dominava e zio Piero che gli teneva dietro a fatica, aumentando ogni giorno la dose di aspirina e cortisone con cui cercava di placare il mal di schiena che non gli dava tregua, il greco sempre più afflitto dalla stanchezza e dallo stomaco e io che mangiavo per due, riuscendo non solo a non calare, ma addirittura ad aumentare il peso. Finché l’ultimo giorno di caccia Andrea aveva a malincuore accolto l’idea di zio Piero di provare nell’interno e anche questa volta il greco si era messo d’impegno per rovinare tutto guidandoci a cacciare negli spineti del fondo valle, dove tanto per cambiare non avevamo trovato neppure una beccaccia. E c’era voluta tutta la grinta spianata di Andrea per convincerlo a risalire in auto e provare i boschi di alto fusto che avevamo intravisti al mattino e che ora si stavano rivelando uno splendido posto da beccacce, con la bracca che cercava instancabile, zio Piero e io che faticavamo a seguirla e il greco che era silenziosamente sparito alla vista. Avevamo altre due beccacce in carniere e le ombre nel bosco si erano notevolmente allungate, quando vedemmo la bracca, alta sopra di noi, iniziare una lunga guidata e quindi sparire oltre il culmine della collina. Ci affrettammo con la lingua tra i denti e superato il crinale scorgemmo ancora una volta la bracca in ferma, qualche metro sotto di noi nel ripido pendio. Frullò una beccaccia che zio Piero colpì con tiro rabbioso. “Quattro” gridai levando le braccia al cielo e il morbido tappeto di foglie cedette sotto il mio peso e cominciai a rotolare lungo la collina, travolgendo prima zio Piero e poi la bracca che aveva appena abboccato la beccaccia e insieme uomini e cane rotolando fino al letto spinoso di un torrente, con zio Piero che aveva perduto il fucile e la bracca che stringeva ancora tra i denti la nostra quarta beccaccia. “Cerca di dimagrire figliolo” fu tutto quello che mi disse zio Piero “a momenti mi ammazzi”. Risalimmo così l’ennesima costa boscosa che ci stava davanti e quando fummo in cima, ci ritrovammo nello spiazzo dove avevamo lasciato le auto. Sul sedile anteriore di quella di Andrea c’era il greco che dormiva beato, con la bocca semiaperta e un filo di bava che gli rigava il mento. Il suono di un bubbolo ci segnalò l’arrivo di Andrea, preceduto dal suo grande setter, nero e peloso come un orso, e con tre beccacce ai laccioli. “Quante?” ci chiese. “Quattro” risposi. Questo non servì certo a migliorare l’umore di Andrea che ancora carico d’ira per tutti quei giorni perduti a poche decine di chilometri da quel bosco fatato, aprì l’auto investendo il greco di improperi e di ingiurie. Al limite della radura su un grande cartello metallico ancora umido della pioggia del mattino, illuminato in pieno dai raggi radenti del sole al tramonto, una freccia indicava la strada per quella città greca dell’interno dallo strano nome di donna. Andrea si accostò al cartello e sottolineò con un dito quel nome; poi rivolto a zio Piero “È la prima volta” disse “ che ti porta fortuna”. Ma zio Piero ancora una volta non rispose, limitandosi a scuotere la testa con quel mezzo sorriso che a me faceva tornare in mente la storia del bottone rosso. Era stato un pomeriggio del novembre dell’anno prima.

Come sempre ci eravamo fermati in palude ad attendere la sera attorno ad un chiaro, quando con il setter nero al guinzaglio Andrea ci aveva raggiunti. Aveva squadrato Piero sogghignando e poi, tolto dalla giacca un bottone rosso, glielo aveva lanciato dicendo “La prossima volta che prendi la mia auto, non lasciarmi nei guai con mia moglie”.

Zio Piero aveva afferrato a volo il bottone e senza rispondere era rimasto a guardarlo, finché il bottone non gli era sfuggito tra le dita intirizzite e non era caduto nell’acqua fangosa della palude che in quel punto ci arrivava ai ginocchi. Senza dir nulla si era accovacciato e rimboccati su di un braccio giacca, maglione e camicia, aveva cominciato a cercare di recuperarlo. Era restato così a lungo mentre scendeva la sera, senza curarsi delle alzavole che per due volte si erano abbassate sul chiaro, né di Andrea che non falliva un colpo nella crescente oscurità, accendendo di vampe la bocca del fucile.