CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

IL CANE CHE VIDI PIANGERE

Tratto da: “Aspettando l’alba” di Mario Rigoni Stern (Asiago 1921-2008) Giulio Einaudi editore

Il cane che vidi piangere di commozione e d’affetto una dozzina d’anni fa, quando stava per lasciare questo mondo, è sepolto nel bosco dietro casa: sopra vi cresce un albero di sambuco, e ora che le bacche sono mature i tordi e le pispole svolazzano tra i rami per beccare nei rossi grappoli.

Fu un grande cane anche se di singolare carattere, e con lui camminai per stagioni boschi e monti, così che il suo ricordo è legato ai giorni di settembre, tra i mughi alla ricerca dei galli forcelli, e alle distese e placide ore d’ottobre, sull’usta delle beccacce nei boschi di faggi e di abeti grondanti gemme d’acqua. Lo seppellii un giorno di fine novembre, il terreno era gelato e duro in attesa della neve, e non volli nessuno ad aiutarmi. Gli rotolai sopra una pietra muschiata. Dove avrei trovato ancora un cane simile? Così forte anche sul più aspro terreno, e nella neve; così sicuro sulla traccia del selvatico: nella ricerca e nella ferma; e così affezionato, anche: tanto che i famigliari dicevano: “Non sappiamo se è Cimbro che assomiglia a te o se sei tu che assomigli a Cimbro!” Aveva un singolare carattere, certo, a volte estroso e strambo, e quando gli veniva il ghiribizzo non c’era voce di padrone a farlo desistere; era lui che decideva dove andare, o di andarsene quando ne aveva voglia. Anche a recuperare la selvaggina era bravo, anzi bravissimo, ma a dartela in mano… Non valevano in questo lezioni e pazienza; rimase memorabile quel pomeriggio che mi riportò una lepre e c’era altra gente a guardare: non apriva la bocca nemmeno a sfregagli una salciccia sul naso. Ma non ombriamo il suo ricordo con i piccoli o grossi difetti. Chi non ne ha? E come potevo io sostituire un amico simile? Lui, che negli inverni di tanta neve lasciava beccare il suo cibo agli uccelli affamati e che alla notte li ospitava nella sua cuccia tenendoli al caldo tra le zampe e il petto. E che quando mi sentiva d’umore triste veniva a strusciarsi sulle mie gambe? Pensavo: Cimbro è morto e riposa per sempre sotto l’albero di sambuco, la mia barba s’imbianca, le gambe non sono più scattanti su per le erte dei monti, dei miei figli nessuno è cacciatore; in questi ultimi anni, poi, su questioni di caccia ho visto e letto prepotenze, villanie, offese. A che vale ancora cacciare se un malinteso benessere porta a consumare anche la caccia? Intanto scrivevo anche racconti di caccia, intervenivo pubblicamente contro il referendum, partecipavo a convegni, leggevo i racconti di Tolstoi e di Turgenev. Ma la mia, purtroppo, restava una caccia da “letterato”; sentivo che qualcosa mi mancava, e dentro avevo un che d’amaro e malinconico. Ricordavo sovente gli anni dell’immediato dopoguerra, quando andando a caccia per la montagna alla ricerca di un urogallo mi salvai dalla disperazione del Lager. Passò una stagione, rinnovai la licenza ma non sparai nemmeno un colpo, perché mi mancava un cane. Un cane mio, come Cimbro, e nel mio territorio; così quel giorno che vidi abbattere due beccacce fu come se mi avessero rubato qualcosa di molto amato. Decisi in quel momento di avere un altro cane. Sarà il mio ultimo, pensavo, perché dopo, sì, toccherà anche a me aspettare la morte. Di notte lo sognavo: non dovrà essere veloce o incline ad allontanarsi troppo perché non ho più la gamba svelta; dovrà essere docile ai desideri e anche capirmi nel pensiero; di naso fine e cercatore paziente; e non cane da fagiani o da quaglie d’allevamento. Se per me è passato il tempo delle coturnici e, forse delle pernici bianche, a galli forcelli vado ancora un paio di volte all’anno; e sempre mi rimane il bosco delle beccacce. Dovrà anche essere un cane affettuoso e amico, da tenere d’inverno vicino al tavolo dove scrivo, non farà domande e non sbircerà tra le carte. Ripensavo ai cani che avevo conosciuto nella mia infanzia: al vecchissimo Bull, un Setter Gordon che quando non era in caccia stava sempre sdraiato in un angolo della piazza del paese a guardare i nostri giochi; alla Lea del barbiere che ci tosava a zero; alla Dolly del falegname; all’Aba del fattorino; al Reno dell’impiegato di banca; al Rol del veterinario. Nei ricordi dell’infanzia cercavo un cane per la mia vecchiaia, per far ancora abitare la cuccia di Cimbro. Degli amici trentini, grandi e rigorosi cacciatori e gentili uomini, mi offersero un cucciolo che sarebbe nato da una delle loro coppie di Setter inglesi. Ma la cosa andò male: la cagna abortì, forse a causa delle iniezioni antirabbiche. Ma io avevo pazienza e aspettai il secondo parto. Nacque la seconda cucciolata e non mi dissero niente per non illudermi, e dopo non furono loro ma un amico comune a dirmi che anche questa era andata male. Incominciai allora a leggere gli annunci pubblicitari dei canili, a interessarmi, a chiedere, a telefonare. Non volevo un cane qualsiasi, ma un cane per i miei ultimi anni di caccia, non da gare ma da montagna; cacciatore da generazioni, non da salotto; e cucciolo da far crescere e camminare con me per i miei boschi e i miei monti. Per avere il dono di qualche gallo forcello e di qualche beccaccia. Avevo deciso per uno Spinone, come il mio primo del dopoguerra che discendeva dal Rol del veterinario amico di mio nonno; come Cimbro (anche se Spinone puro non era). Ma non desideravo quegli Spinoni degeneri, grossi e massicci con il muso corto e il passo pesante, come purtroppo se ne vedono, che assomigliano più a un montone che a un cane da caccia. Un giorno un amico mi telefona: “Forse a Roma, o nei dintorni, c’è il cucciolo per te”. E una sera della scorsa primavera me lo vidi portare a casa come dono felice. Prima mi avevano telefonato per il nome, e la cosa, così all’improvviso, mi sorprese: avevo progettato di chiamarlo Stòon, che nel nostro antichissimo dialetto significa “sasso”, o più propriamente quei massi erratici che le antiche glaciazioni hanno portato dove finiscono le valli e che hanno, almeno per me, un fascino magico e misterioso, forse ancestrale come la caccia. Ma non andava bene Stòon; il nome doveva incominciare per “A” in quanto il cucciolo, mi dissero, era il primo di una selezione ricercata, studiata e seguita da tempo con particolare passione e interesse da un tecnico e da un veterinario, con lo scopo di riportare agli antichi splendori il classico “Spinone” italiano, in questi ultimi decenni trascurato come cane da caccia e nella genetica. Insomma il mio cucciolo doveva essere il primo della ripresa di una nobile discendenza. “Ast – dissi al telefono – Lo chiamerò Ast”. È un nome breve che si può sussurrare e anche pronunciare ad alta voce. Ast, nel dialetto che dicevo, significa “ramo”. Ramo nuovo di un’antica pianta che ha radici nella storia dei cani descritti da Senofonte cinque secoli avanti Cristo. Così a due mesi incominciai a portarlo sui prati appena falciati a giocare con il volo radente delle rondini e con l’odore delle talpe, con il veleggiare leggero delle farfalle, a fargli distinguere il mio odore dagli altri odori. Poi nel bosco; e fu per lui grande sorpresa e stupore sentire nelle narici l’odore delle marcature del capriolo. Trascurò i funghi, le arvicole, le farfalle, i passeri: solamente lo interessavano i luoghi dove uscivano a pascolare i tordi e i cespugli dove lo scricciolo aveva cercato il cibo (mi dicevano i vecchi cacciatori che lo scricciolo lancia un odore simile a quello della beccaccia). Annusò anche le peste della lepre. Ma ora basta, ora che ha cinque mesi lo richiamo dalla marcatura del capriolo, dalla traccia della lepre, dall’odore dei tordi e dello scricciolo; solo è ancora voglioso di giocare e quando vede dei ragazzi o altri cani li invita a ruzzolare e a correre. Qualche volta mi siedo nelle radure dove crescono i mirtilli e lui corre goloso a mangiarmeli dal palmo della mano; anche i lamponi mangia così, anzi direi che tra fragole, mirtilli neri o rossi e lamponi, sono quest’ultimi i più graditi. L’altra sera, dopo che gli avevo porto e fatto mangiare una manciata di mirtilli rossi, mi ero attardato a raccogliere un gruppo d’invitanti prataioli; lui, Ast, si era accucciato sotto un abete tra l’erba alta e soffice. D’un tratto lo sentii guaire in maniera straziante e corsi da lui: si era disteso a sgambare proprio sopra un nido di vespe e non si rendeva conto di quello che gli stava succedendo. Lo presi per la collottola e lo trascinai via tra le vespe che ci inseguivano e corsi nel folto per disperderle. Appena mi fu possibile incominciai a levargli dal pelo, che è melato, foltissimo e lucente, le vespe che erano rimaste ingrovigliate, e poi in fretta raggiunsi la mia casa poco lontana, dove gli feci subito inghiottire una capsula di antistaminico che tengo sempre a portata di mano in caso di simili incidenti, anche perché ho qualche arnia di api. Il cucciolo Ast era avvilito, con gli occhi rossi e le labbra gonfie, e non aveva certo voglia di giocare. Telefonai anche al veterinario per un’eventuale terapia. Ma dopo meno di mezz’ora si riprese, venne ad accogliere una carezza e mangiò anche la sua solita zuppa. Ora quando sente un ronzio di un qualsiasi imenottero si mette in stato d’allarme e credo che mai più gli capiterà d’avvicinarsi a un nido di vespe. Fra poco ci sarà la nostra apertura di caccia ma prima, per il censimento della selvaggina, lo porterò sull’odore dei forcelli e sono certo che non sfigurerà nella sua prima vera ferma. Poi verranno le beccacce… No, non sogno carnieri abbondanti, ma un andare lento nel bosco d’autunno con lui che sarà il mio ultimo cane da caccia, che ancora una volta mi porterà una beccaccia, che rinchiuderà in sé foreste, spazi, cieli lontani e misteri della vita. Paesi e sogni di giovinezza per me, ora che il mio tempo scende al tramonto

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1 Comment

  1. MARIO SALOMONE

    L’essenza vera della caccia e del vero cacciatore intento ad assaporare le emozioni che essa sprigiona gustandone ogni sfaccettatura. Tutto questo contrasta con l’oggi dove, purtroppo, l’apparire la fa da padrone, ad ogni costo. Mondo magico quello descritto perchè conosciuto e, il percorrere il bosco con passo lento, per il carico degli anni permette di assaporarne ogni essenza. Bravo Mario.

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