CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

“Il cane da beccacce” di GianGaetano Delaini

Definire l’idealità del “cane da beccacce” in prove ed in caccia vissuta, sottraendosi alla tentazione di rifarsi a modelli puramente teorici od a quel particolare soggetto che, per aspetti disarticolati e spaziati nel tempo ci è stato molto caro o ci ha entusiasmato in quel particolare momento storico, può risultare difficile e non realizzabile. La difficoltà, tale da creare un naturale imbarazzo, è dovuta all’impossibilità di concentrare, in pochi pensieri o semplici qualità, tutto quello che il cane può e dovrebbe essere.

Vi sono alcune peculiarità genetiche che non possono essere eluse né rabberciate da tentativi tanto più ostinati quanto più inutili.

Come in tutte le arti ed i mestieri esiste una naturale predisposizione all’opera da compiere che può solo essere sostituita dalla caparbietà di voler raggiungere, ad ogni costo, un particolare risultato.

La naturalezza, però, dell’innata predisposizione non può essere raggiunta dalla, pur ammirevole, tenacia e metodica applicazione.

Così vi è un modo naturale di cercare le beccacce che diviene “ideale” quando l’azione di caccia si svolge in sintonia con l’ambiente, con l’uomo, con la beccaccia stessa.

L’intelligenza, l’olfatto, il fondo, il coraggio, sono le qualità che non possono mancare al cane da beccacce e che non possono essere costruite da alcun dressaggio, anche estenuante.

Sono “doti naturali” ed in questo si racchiude l’eccezionalità dell’evento: la rara fortuna di trovare un soggetto con queste doti così consolidate nel suo corredo genetico che la mano dell’uomo non può far altro che peggiorare.

Se a questa innata predisposizione a cacciare le beccacce ed a queste doti naturali si aggiungono stile di razza, docilità, carattere si raggiungono vertici cinofili che, solo, possono essere sognati.

Il normale divenire del cane da beccacce si svolge lungo tre tappe consequenziali:

  • La scelta del cucciolo;
  • L’addestramento e le prime esperienze;
  • La maturazione e la caccia vera.

La scelta del cucciolo

Normalmente siamo tutti attratti dal desiderio di rischiare. Così la scelta del cucciolo diventa un modo per esprimere, nello stesso tempo, la supposta competenza di capire da un dolce sguardo, dal modo di portare la testa o di muovere il tronco il futuro di quel particolare soggetto e, nello stesso tempo, l’appagamento del desiderio di rischiare di trovare, tra tutti, il soggetto prodigioso.

Alla fine vale un solo orientamento: scegliere genitori cacciatori selezionati da correnti di sangue che hanno dimostrato in prove e in caccia di non avere complessi e di annoverare rari difetti.

La madre deve essere scelta con la stessa accuratezza del padre e debbono essere considerate le eventuali cucciolate precedenti.

L’addestramento e le prime esperienze

I termini dovrebbero essere invertiti perché sono le prime esperienze che ci rivelano l’indole e l’attitudine del cane lasciando l’addestramento ad una fase più tardiva del divenire venatorio del cane.

Sono profondamente convinto che si debba costituire un feeling con il cucciolone prima di cominciare qualsiasi esperienza. Il contatto quotidiano, la normale gestualità che è propria di ciascuno di noi, l’attenzione alle espressioni ed alle emozioni sono passi importanti per capire e per farsi capire da un cane.

Ho sempre diffidato dei cani che hanno tempo di ascoltarti, che non ti guardano in faccia quando parli o, peggio, ritornano impauriti nella cuccia se casca un badile o se un bambino strilla.

In prima istanza il cane deve far parte del mondo, del nostro mondo, di quello che viviamo ogni giorno, bello o brutto che sia. Deve piacerci non tanto e non solo come espressione esteriore, ma come carattere, intelligenza, docilità; deve, in definitiva, farci sentire impazienti di scoprire, ogni giorno, un piccolo progresso. Solo in questo modo saremo pronti a farne un cane da caccia serio e ad accettare le normali defaillances di un giovane.

Le prime uscite in montagna, senza pretese, debbono essere finalizzate a creare conoscenza con l’ambiente e con la caccia. Niente urla, niente imprecazioni, niente sollecitazioni: paziente attesa nei momenti difficili, rassicuranti carezze nei momenti di smarrimento.

La compagnia di un altro cane adulto può essere utile, ma non necessaria. Certamente ci farà capire, adesso in modo chiaro, se il carattere è forte e consolidato e se non necessita di aiuti o facilitazioni. Entrare in un fitto può essere facilitato dall’esempio di un altro cane esperto, ma diffidate dei giovani che seguono sempre la stessa strada del compagno o che, dovendo scegliere, cercano sempre la strada più semplice.

La caccia alla beccaccia è dura, soprattutto per il cane, e se non c’è passione vera, che vuol dire sacrificio, ben presto verrà meno anche l’impegno e la continuità. Cosa farsene di un cane che dopo due ore vi gironzola intorno pronto a sdraiarsi se appena fate un accenno di sosta?

Il fondo, la continuità sono doti essenziali e sono sempre sostenute da una grande passione, dalla voglia di trovare ancora una beccaccia e poi un’altra ancora e così fino a sera.

Dopo che l’attitudine alla caccia “vera” è stata espressa, comincia l’addestramento che non può essere guidato da schemi fissi, ma, di volta in volta, deve adattarsi alle peculiarità psico-fisiche del giovane cane.

Questa è una fase delicata nella quale si possono compiere molti errori legati alla presunzione di conoscere tutto, alla fretta, alla voglia di avere, da subito, un soggetto eccezionale, come quelli che accendono le discussioni nelle nostre serate di fantasiosi racconti.

Il concetto fondamentale è che il cane deve, nel tempo, interpretare le nostre richieste, comportarsi in un determinato modo non costretto dal terrore della frusta o dalle urla forsennate del conduttore. Deve farlo sapendo che, anche se sbaglierà, potrà tornare a farsi legare senza l’incubo delle percosse. Il metodo per ottenerlo è esperienza personale di ciascuno di noi.

Cacciare spesso nello stesso territorio, nella fase iniziale, facilita l’apprendimento e sveltisce i tempi di reazione positiva.

La caccia vera

Completato l’addestramento inizia la caccia, quella vera, quella che si prenderà la parte più bella della vita del cane: dai tre ai nove anni.

Se la scelta del cucciolo è stata indovinata, l’apprendistato in casa e l’addestramento nei boschi si è svolto regolarmente e senza imbarazzi, la riuscita del soggetto è scontata.

Credo che non si debbano fare paragoni o rifarsi ad esperienze passate, a cani visti in età meravigliose. Come la vita, i nostri momenti di caccia variano notevolmente, influenzati da mille fattori e rischiamo, col rimpianto di episodi ormai sepolti, di non godere o non migliorare col nostro afflato un cane che promette e che si impegna a fondo.

Intelligenza, fondo, olfatto, coraggio sono le doti che vorrei sempre trovare senza trascurare che il cane ci deve piacere, deve essere aderente allo stile di razza e deve trovare e non scontrarsi con le beccacce.

Da ultimo il riporto o, meglio, il recupero diviene il completamento naturale di un’azione che altrimenti rimarrebbe monca ed è quindi logico che debba essere ricercato ed apprezzato come qualità necessaria.

                                                                                    Dott. Giangaetano Delaini

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3 Comments

  1. condivido molto ciò che il professor Delaini ha scritto a proposito del cane da ferma .Condivido assolutamente la parte riguardante il nascere del rapporto fra te e il tuo cane,il cane ti osserva in continuazione e la cosa più importante in questa fase è la tua coerenza nei comportamenti ,sono d’accordo anche sul fatto che viceversa “guardiamo” troppo poco i nostri cuccioloni e quindi impariamo poco a conoscerli insomma mi trova d’accordo quasi completamente se si descrivessero le caratteristiche di un cane da ferma in genere .intelligenza fondo,olfatto,coraggio servono al cane da galli piuttosto che al cane da cotorne o da bianche,oltre naturalmente che al cane da beccacce,ma l’esperienza mia personale ,che naturalmente non ha valore statistico, mi spinge a dire che il cane da beccacce è un cane che ama il bosco fin dalle prime uscite, é un cane che anche fuori stagione se può una capatina nel bosco la fa comunque,e se lo osserviamo bene nel bosco non gira a caso ,ci sono posti ,angoli che frequenta con maggiore assiduità ,con la sua intelligenza memorizza prima e di più degli altri cani(e qui sta la grande differenza) certe radure o certi scorci dove più facilmente ha trovato la beccaccia,e lasciatemelo dire secondo me sa cogliere degli odori che sono propedeutici al ritrovamento della beccaccia,da lì il così detto senso del selvatico,che a noi tutti piace mantenere sotto una forma di magia ,ma che secondo me,non é altro che intelligenza nel capire e memorizzare, passione per quel selvatico ( i miei cani tutti hanno avuto delle spiccate preferenze) e io aggiungo un grande olfatto che sappia cogliere quei profumi propedeutici al ritrovamento della beccaccia ,e non commettiamo l’errore di pensare che dato le quasi sempre ottime condizioni climatiche in cui avviene la caccia ,non occorra un grande naso,lasciar li la beccaccia é facilissimo.
    Mi sono dilungato un po troppo e mene scuso ,ma alla fine voglio ancora se mi é permesso, fare i complimenti al prof Delaini per il bellissimo articolo” e la chiarezza (tipica di chi ha le idee chiare) con cui ci ha fornito un saggio “sull’ARTE di allevare” .
    distinti saluti L.S.

  2. Condivido in pieno quello che dici Lucio, e ti ringrazio per aver approfondito con la tua esperienza………
    Grazie David

  3. pietro setter

    concordo pienamente quello che dice il prof. delaini. complimenti.

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