Parlare di cinofilia e di psicologia insieme parrebbe inconciliabile; uno parla dell’universo dei cani e l’altra del complicato mondo umano. Ma in fin dei conti, i parallelismi ci sono. Quindi, parlare di concetti umani come lo è ad esempio, il carattere è un ottimo spunto per parlare di quello che definiamo “carattere” del nostro cane.

Torno un po’ indietro.

Non è facile essere capaci di apprezzare un cane: talvolta, possiamo apprezzarlo in una foto o de visu, talvolta, lo apprezziamo vedendolo sul terreno ma le emozioni che ci suscita sono personali e molto spesso, intime (non mi riferisco ad una sessione ufficiale che segue canoni ben precisi, di valutazione morfologica o di lavoro).

Può capitare che non siamo in grado di comunicare agli altri ciò che abbiamo visto con gli occhi dell’anima: alle volte, è il movimento, alle volte è la presa di punto, alle volte è il lampo che ci coglie nello sguardo quando li ammiriamo e ne veniamo colpiti. Altre volte, invece, è il “carattere”, quando abbiamo la fortuna di frequentarli; se andiamo però, a vedere che cosa sia esattamente il carattere rimaniamo completamente abbagliati da quello che un “carattere” può manifestare ed esplicitare. Il carattere esprime la somma di tutto ciò che un individuo può manifestare: anche per noi umani il carattere esprime la somma di tutto ciò che manifestiamo. Un “brutto carattere” alle volte sta a configurare nel linguaggio corrente, un soggetto che mal si adatta a tutto ciò che lo circonda e tende sempre a porre una nota personale anche in azioni di routine. Pertanto, etichettiamo come persona di pessimo carattere una che ha un proprio personale modo di esprimersi, che va fuori dal coro. Al contrario, un buon carattere è caratteristica di colui che ben si adatta a richieste e ritmi altrui, con una spruzzata di umiltà o di stoicismo a seconda del livello di specializzazione. Ma il carattere cambia al passare del tempo e delle esperienze: quanti di noi possono dire che il proprio cane è uguale a quando aveva un anno, ora che ne ha otto? Spesso i nostri cani cambiano schema comportamentale nel tempo ma noi rimaniamo ancorati a quello che abbiamo visto le volte precedenti. Continuiamo a vederlo con gli occhi del passato. Capita anche nelle relazioni umane quando non percepiamo i cambiamenti che avvengono negli altri.

Per i cani vale lo stesso discorso che per noi umani: quando cercano di fare la “voce grossa” con altri cani tendiamo ad etichettarli come cani dal “pessimo carattere” al pari di come possiamo etichettare dei nostri vicini che mal ci sopportano perché non tollerano che li svegliamo alle due di notte con le nostre manifestazioni indelicate.

Ma i cani, in effetti, sono più semplici di noi umani; per loro il “vicino” è colui che passa accanto in quel momento. Noi con i vicini umani siamo ben poco motivati, ma se ai nostri cani teniamo, val la pena di approfondire quello che sta alla base del loro carattere e prendere le idonee misure. Le mie divagazioni cominciano sempre per caso; nascono da una conversazione, da uno spunto colto qua e là, nascono da un barlume colto in uno sguardo (canino, intendo). Il carattere è questo: è la somma di ciò che manifestiamo, unita a quello che gli altri colgono. Ma quanti di noi sanno valutare obiettivamente un carattere e sanno apprezzarne la variazioni? Sanno cioè distinguere tra ciò che gli altri manifestano e come noi lo cogliamo? Spesso i dresseur o gli educatori di diversa natura, hanno dei nostri cani un’immagine totalmente diversa da quella che noi abbiamo coltivato, ma finchè noi avremo la sensazione e la certezza di cogliere quel lampo negli occhi che ad altri è sconosciuto, continueremo ad avere la certezza di vedere quel qualcosa in più che altri non vedono.

Questo “cogliere” le sfumature rende speciale il rapporto che abbiamo con ciascuno di loro, indipendentemente dal “carattere”.