cora-e-congo

Considerazioni dell’ Avv. Franco Zurlini
pubblicate sul manuale “Il Pointer”
di Fiorenzo Fiorone edito nel 1976
dalla De Vecchi Editore

  Si sono scritte mille cose mirabolanti su questa razza. “Il fermatore per eccellenza”, c’è stato chi lo ha definito, autorevolmente, richiamandosi all’etimologia: to point, fermare. E non credo che sia esatto. E’ un cane da ferma e basta, come tutti gli altri; e chi lo predilige, come me, non lo predilige perché “più da ferma” degli altri.

Tanto più che gli inglesi chiamano pointers (fermatori) tutti i bracchi.

C’è stato chi lo ha descritto come uno specialista per le grandi pianure prive di ostacoli, dove meglio può esplicare l’azione impetuosa di cui è capace.

Chi ha scritto del pointer non ha fatto che porre in risalto le doti “spettacolari” e l’efebica armonia delle forme, scomodando aggettivi roboanti e troppo spesso dimenticando di mettere in luce le doti d’impiego.

Le prove hanno fatto il resto, valorizzando, con la formula a grande cerca, i soggetti più veloci, troppo spesso a scapito di altre doti che il pointer deve possedere necessariamente in comune con gli altri fermatori e, peggio, di quelle che gli son peculiari.

Così, oggi, l’immagine corrente che si ha del pointer è quella di un pazzo scatenato, difficile da addestrare e da impiegare, inadatto ai terreni rotti, poco propenso al riporto e negato al recupero.

E il Pointer Club d’Italia – che riuniva, in una ristretta cerchia, pur eminentissimi cultori della razza – ha fatto finora, a mio parere, ben poco per sfatare leggende e cancellare dalla mente dei possibili utilizzatori l’errata concezione che della razza si è andata diffondendo.

Il pointer non è il cane d’élite che ci si è sempre sforzati di dipingere: è un magnifico, pratico, duttilissimo ausiliare adatto a tutti i terreni; più adatto di altri su taluni terreni e su qualche selvatico; secondo a pochi, in poche, particolarissime cacce. Non è il cane per pochi: è il cane per tutti!

So che questa mia affermazione farà arricciare il naso a più d’uno e che incontrerà la critica di quanti, estimatori della razza, si credon depositari di chissà quali privilegi, in nome di malintesi estetismi, e di quanti, estimatori di altre razze, riterranno le mie parole dettate dalla passione che nutro per il pointer, attribuendogli manchevolezze che non gli conosco e delle quali han sentito parlare, e che invece sono del tutto sconosciute al pointer stesso ed a quanti ne fanno uso, a caccia cacciata.

Non intendo, sia chiaro, toglier nulla ad altre pregevolissime razze, cui non intendo contrapporre quella che prediligo.

Intendo affermare, fatti alla mano e con assoluta convinzione e fermezza, quel che ho, in sostanza, affermato: non esiste un selvatico che si presti ad esser fermato da cane che non possa essere egregiamente cacciato con un pointer, su qualunque terreno e con qualunque tempo.

Non lo affermo perché allevo pointers: allevo pointers perché me ne han dato prova. La plasticità delle sue ferme, l’eccellenza delle doti olfattive, l’azione stupenda di cui è capace, ne han fatto subito una leggenda: questa è la sua vera grandezza e questa è, paradossalmente. la ragione per cui vien guardato con sospetto da quanti si accingono ad entrare in possesso di un cane “da carniere”, preoccupati di vedere offuscate le doti di pratico impiego da quelle che su ogni altra razza lo fanno emergere.

Uno degli appunti che ho più spesso sentito fare al pointer è la sua “idiosincrasia” per il riporto.

Dissento energicamente da questa errata affermazione, originata da un equivoco.

Si è sempre detto (ed è stata una delle prime cose che io stesso ho sentito dire, sedicenne, quando mi han messo in mano il primo guinzaglio con attaccato un pointer) che gli inglesi non gli han mai chiesto di riportare. Che glielo hanno, anzi, da sempre “proibito”, come se si trattasse di azione “servile”, non degna di tale, nobilissimo animale. Il che non è vero.

Io credo che il malinteso sia stato originato dall’affettata lettura del testo di Arkwright, il quale, riportato un brano di Floyd, ha testualmente affermato: “Il mezzo migliore (quando cade un uccello) è quello di proibire al cane di muoversi e di tenerne uno di razza speciale, il compito del quale sarà soltanto quello di riportare la selvaggina: un cane destinato a questo lavoro deve riportare bene, avere buon naso e poca disposizione alla cerca” (Observations on Dog-breaking, di Floyd, 1821, p. 20).

Io credo che il consiglio di Floyd (guardia di sir J. Sebright) di avere qualche altro cane per riportare la selvaggina sia incontestabile ai nostri giorni, se si desidera un lavoro veramente di prim’ordine; poichè il pointer che resta accucciato mentre si raccoglie la selvaggina, profitta di questa pausa favorevole per quella fredda riflessione di cui godeva un tempo mentre si ricaricava il fucile a pistone; inoltre non prova la tentazione all’inquietudine prodotta dal contatto diretto con la selvaggina. Io adopero per il riporto dei piccoli cockers, che restano seduti in addietro mentre avanzo verso un pointer che punta e, al fischio, corrono a raccogliere la selvaggina caduta. Prima di aver letto il passo suesposto, credevo d’essere l’inventore di questo sistema che, più tardi ancora, ho trovato raccomandato dal tedesco von Fleming (1749).”

Orbene, se il grande pointerman ha ritenuto di formulare una simile affermazione, significa che, nella pratica abituale di caccia, gli inglesi richiedevano il riporto e non, come si è preteso, il contrario!

Né si vedrebbe perché mai gli inglesi, cui certamente non fa difetto il senso pratico, avrebbero rinunciato a far riportare i loro fermatori.

Ciò è tanto vero che, nelle stesse citazioni che nel magnifico testo di Arkwright ricorrono, lo si evince con assoluta certezza. Ne riportiamo qualcuna, che riteniamo particolarmente significativa. “Or sono parecchi anni, sir John Shelley cacciava con due coppie contemporaneamente. Queste coppie erano ammirabilmente disciplinate. Al rumore del colpo i quattro si distendevano istantaneamente come se fossero rimasti uccisi; e quando, in un campo di rape, quattro uccelli cadevano, ciascun cane, perfezionato e ammaestrato analogamente, veniva chiamato col proprio nome; gli si diceva: “Porta quell’uccello” indicando la vittima a lui vicina; ciascuno prendeva l’uccello, diremo così, particolare, lo portava al padrone, e si accucciava fino a che il segnale di ripartire non fosse dato a tutti” (The Modern Shooter, p. 144).

“… il Lawrence parla di un cane celebre nella contea del Sud: ‘Nel nostro Sporting Reference Book, Wheeble and Pitman’s Magazine del mese di ottobre 1815, si trova pubblicato un buonissimo ritratto di Don dovuto a Cooper; questo cane ritenuto il miglior pointer della contea di Sussex, apparteneva a Jasper Bates di Parnshurt (medesima contea) e divenne più tardi uno stallone rinomatissimo.

Il ritratto ce lo indica come appartenente alla specie leggera; le sue caratteristiche, molto preziose in verità, erano una velocità di prim’ordine, un naso quasi spagnuolo, ecc. Per due volte dette la seguente prova di naso e talento veramente straordinaria per un pointer: nel riportare, con in bocca un fagiano maschio ucciso dal padrone, trovata, sul suo percorso, una fagiana la puntò’.”

Whitehouse, d’Ispley Court (Reddirch), allevatore del celebre Hamlet, così scrisse ad Arkwright, che riporta: “Tutti i miei bianco-limone erano resistentissimi, sopportavano qualunque lavoro. Nel mese di settembre ebbi da cacciare, ininterrottamente, dall’alba sino a notte, tutti i giorni. Avevo l’abitudine di far riportare ad Hamlet; lo faceva benissimo, assai meglio di molti riportatori che ho conosciuto”.

A parte tutto ciò, che ho ritenuto doveroso precisare, c’è il fatto, non contestabile, che i nostri attuali pointers recuperano e riportano bene e volentieri, almeno quanto le razze continentali.

Chi, come me e più spesso di me, giudica prove di caccia, non avrà mancato di osservare come il riporto venga eseguito dai pointers – e dai setters – altrettanto bene da bracchi, spinoni ed épagneuls. E spesso meglio, che piaccia o no.

Quanto alla pretesa, maggior difficoltà, che i pointers incontrerebbero a cacciare in terreno rotto, rispetto ai continentali, valga lo stesso discorso: in capo a una prova di caccia, a parità di concorrenti, negli accidentati terreni del nostro Appennino, non mi è dato riscontrare affatto che i pointers incontrino e fermino mediamente meno selvaggina. Ho spesso constatato il contrario.

D’altra parte, dove mai stia scritto che i pointers siano stati creati per cacciare sui biliardi, e da che cosa sia dato dedurlo, non sono mai riuscito a capirlo.

Vorrei concludere con una frase letta da Arkwright (Sporting Magazine, 1832, 2 settembre, Vol. V, p. 9) e da questo riportata: “Per meritare il suo nome, il pointer, o il setter, deve lavorare con energia ma posatamente, battere il terreno coscienziosamente e con giudizio, obbedire al gesto e al fischio, accucciarsi al comando, al frullo della selvaggina e al rumore della fucilata; fermare di consenso a tutte le distanze, restare immobile allo schizzo della lepre, ma inseguire quella ferita se è necessario; e riportare correttamente un uccello morto o ferito”.

Il Pointer Club d’Italia, al cui risveglio stiamo con vivo piacere assistendo e, per quanto le nostre modeste qualità ci consentono, contribuendo, nel quadro delle prospettive di lavoro teso alla valorizzazione e alla salvaguardia della razza, sta, fra l’altro, puntando ad organizzare prove di caccia anche su selvatico abbattuto e sarebbe auspicabile che le stesse avessero a svolgersi nei più disparati terreni, al fine di valorizzare i potenziali riproduttori anche tra i cani che in maggior grado possiedono quelle doti di duttilità e praticità d’impiego che un autentico pointer deve possedere.

Tali prove andrebbero, a mio avviso, affiancate a più numerose prove con formula classica, laddove particolare attenzione andrà posta alle doti di stile, troppo spesso trascurate, a vantaggio della velocità, nelle prove a grande cerca.

Contestualmente, sarà doveroso, attraverso raduni ed esposizioni, non perder di vista la rispondenza al tipo dei nostri pointers, senza dimenticare mai che una corretta e tipica costruzione serve solo a far sì che un cane sia in grado di svolgere meglio il lavoro cui è destinato.

Ad evitare che le esposizioni di riducano a una sciocca parata fatta solo per soddisfare le ambizioni dei tiepidi, si dovrà tendere a valorizzare quei soggetti, la cui struttura, al di là di una futile eleganza di linee, meglio risponda alle esigenze di lavoro, evitando di valorizzare quei soggetti appariscenti ma poco nervili, carichi di pelle, gettati sull’anteriore, di taglio eccessiva o di gracile ossatura, a vantaggio di quelli asciutti, compatti, solidi ed insieme leggeri, che meglio garantiscano di reggere al duro lavoro cui sono destinati.

Così come sarà opportuno penalizzare, alle prove, quanti non posseggano sufficienti doti di tipicità e di stile.

Il destino del pointer è quello di servire un fucile e non avrà più motivo di esistere il giorno in cui non sarà più in grado di farlo. O non ci saranno più fucili da servire.