Foto di Agelo Lasagna

Piove dal primo pomeriggio senza staccare un minuto, senza un filo di vento, con quella regolarità che fa temere durerà a lungo, piove dopo un lungo periodo di siccità e la terra arsa respira profondamente. Il suo alito profumato entra dalle imposte socchiuse ed i vetri aperti della finestra della camera insieme al rumore battente e strusciante dell’acqua sulle larghe foglie ormai rade e avvizzite dei noci che coronano la casa. Il cacciatore si è coricato da un’ ora e vorrebbe dormire, ma non ci riesce: il corpo è stanco ma la mente è iperattiva ed il cuore sembra correre più del solito. All’inizio pensa che dipenda dai rumori e dagli odori inconsueti, poi teme di aver divorato troppo in fretta, come gli capita sempre quando è a tavola da solo, la cena: “la piadina romagnola con prosciutto e formaggio squaquerone per quanto gustosa, tanto è pesante da digerire! o forse ho esagerato col sangiovese novello? Béh quello almeno dovrebbe conciliare il sonno!”

Liquida in fretta con un impercettibile sorriso il sospetto “non è che mi metta ansia essere quassù solo, isolato,sotto il monte Della Vecchia?” NO, non ha paura, anche se si sente molto cambiato dagli anni, condizionato dagli acciacchi che limitano la sua intatta passione di cacciare: cacciare non sparare, ché gli riesce sempre più difficile premere il grilletto. Anche quella mattina ad un certo punto si è trovato ad augurarsi che la lepre, scovata ed inseguita dalle due lepraiole, piegasse verso Settefonti e si sottraesse alla sua posta e la melodiosa seguita si spegnesse pian piano oltre il crinale. Non che alle brave cagnette faccia male addentare una lepre ogni tanto, visto che caccia quasi sempre da solo o con un amico, anche lui con due cani, quindi senza postaioli, e di lepri se ne spara una ogni 5 o 6 scovate, quando va bene. Quella del mattino però, benché vecchia e scaltra e favorita dal terreno arso e polveroso, è stata inseguita tanto velocemente, come solo I’ antica razza dei lepraioli italiani sa fare, che dopo appena mezzora è ritornata sui suoi passi ed ancora tirava gli ultimi quando Trilli è arrivata ed anche la madre non ha tardato molto. Le previsioni meteorologiche parlano, dopo mesi di siccità, di una lunga ed intensa perturbazione che costringerà le segugine in canile, per questo ha deciso di pernottare nella casa di campagna e la mattina successiva fare la prima uscita a beccacce, anche se non ha notizie di incontri sul suo monte, col giovane pointer che l’anno precedente aveva lasciato intravedere buone attitudini e sulla stanziale dei primi giorni le ha confermate. E’ certo che avrebbe la stoffa per divenire un eccellente beccacciaio come lo furono Deus, il bracco italiano, Malì, la bretoncina, Zara, la Kurzhaar, e le setters, Rachele, su tutti, e Moa. Dovrebbe però incontrarne un certo numero ed abboccarne qualcuna, ma non sarà facile in un anno come quello, soprattutto se il cacciatore è costretto a girare per i prati ed i sentieri, ché la macchia ed i fossi son diventati incompatibili con le sue ginocchia di vetro. Eppure si accorge che il sonno non arriva per lo stesso motivo per cui non veniva un tempo lontano: attese, speranze, timori si agitano nel suo animo; ogni sua fibra più intima freme e avverte il suo corpo agile e pronto come da tanto non gli capitava. Scopre che c’é del buono nello starsene sotto le coperte ad ascoltare la pioggia cadere e rincorrere remoti ricordi, vividi come quelli più recenti. Poco importa se il sonno tarda a venire, sa, quando deciderà di farlo, come addormentarsi più in fretta che contando le classiche pecore: ricorderà una ad una tutte le beccacce prese nei giorni di pioggia battente e molte anche di quelle scampate e, se non dovesse bastare, metterà in ogni tappa del monte Della Vecchia le sue beccacce, trent’anni di beccacce, ognuna al suo posto come in un gigantesco puzzle! Ed infatti pian piano i ricordi si spezzano, si riannodano, riverberano, sfumano, si spengono, ma non cessano i frulli, le ferme frementi, le ricerche spasmodiche di un campano silenzioso, gli spari nei boschi sconfinati del sogno, dove la realtà si confonde col desiderio e qualche volta anche col rimorso.

La sveglia lo sorprende addormentato, come non gli capitava da anni, e lo riavvolgono gli stessi rumori della sera: piove senza vento, con paziente perseveranza. E’ tanto euforico da mangiarsi due uova al tegamino oltre la solita frutta ed il caffé, prima di affacciarsi sotto la tettoia a scrutare la fatica del giorno nascente tra la foschia e la cortina di pioggia che cancellano anche i crinali più prossimi e tutto opacizzano nel silenzio punteggiato, ma non rotto, dal ticchettio delle gocce. I cani escono dalla cuccia per farsi incontro, ma le lepraiole, pur protette dal pelo forte, rientrano presto: han capito che non è giornata per loro, mentre il pointer salta contro la rete, su, su, più in alto delle pareti del box. Prima di essere riuscito a “impermeabilizzarsi” dalla testa ai piedi, è già madido di sudore, cosi si toglie la giacca di gorotex “sarà possibile un caldo del genere a metà novembre?” e via in maniche di camicia e col vecchio ombrello, il giubbetto estivo e quattro cartucce in tasca. E’ certo che, se una beccaccia è entrata, sarà nei prati o lungo la mulattiera, non nel bosco che gocciola come un annaffiatoio, e poi non si sognerebbe di entrare nello sporco neppure se fosse asciutto. Ed in una stagione come quella, con pochissime beccacce ai monti, qualcuna di più nei calanchi, roba da niente comunque, bisognerebbe invece andarle a cercare fin all’inferno: è sprecato in mano sua quel pointer di due anni, senza esperienza, che cerca come un vecchio beccacciaio ed in più corre bene, è collegato, è un bel cane. Gli manca solo un padrone all’altezza della bisogna! Quella mattina però sa che farà il suo dovere quando la troveranno e ne é convinto anche quando ha ormai toccato tutti i posti in cui ne ha incontrato in giornate simili, gliene rimane uno solo, il migliore, da far esplorare al giudizioso compagno. Ha tanta fiducia nell’incontro che lo precede, carica la doppietta e attende, emozionato come un neofita. Rabbrividisce anche perché si è alzato da un po’ un vento freddo, vorrebbe asciugare gli occhiali, ma la carta igienica ed i fazzoletti sono bagnati zuppi; Kim, giù alla sorgente, sembra alle prese con una pastura: buon segno! Quando arriva alla sua altezza, sorpassa, apparentemente senza cogliere il minimo effluvio, i rovi a capanna in cui riponeva tutte le residue speranze, poi alza ancor più la testa, rallenta e torna indietro per cadere in una ferma, un po’ dolce per un pointer, ma, tutto sommato, abbastanza convinta. Ci siamo! Invece un pettirosso gli svolazza davanti e, da quel cucciolone che è, raccoglie la provocazione e lo insegue.foto-di-Giorgio-Peppas Ora il cacciatore sente di colpo tutto il freddo e la stanchezza che ha addosso, toglie le cartucce dal fucile e lo chiama “andiamo stupidone!” E’ già in cima al cucuzzolo quando, non sentendolo arrivare, si gira e lo rivede laggiù fermo come prima di rincorrere l’uccelletto. La beccaccia regge solo pochi secondi ancora prima di frullargli davanti: per un po’ segue il fosso, sorvola la sorgente, piega sul bosco stillante, abbozza un tentativo d’atterraggio, poi ci ripensa e si “butta” nell’orlo del prato. Mentre il cane insegue e ritorna al punto d’involo un paio di volte, il padrone cerca con le dita intirizzite due cartucce e a lunghi passi si dirige verso la rimessa senza distogliere mai lo sguardo da dove l’ha vista atterrare. Kim è ancora a 100 metri, lui a 150, quando la regina riparte velocissima, decisa: poco più di un puntino nel grigiore, attraversa la valle e scompare contro una pineta. Il cacciatore ha un moto di stizza ma, di fronte al pointer che inchioda la rimessa vuota, prevale la soddisfazione. Al rientro in città la moglie gli va incontro e, forte di un’esperienza quasi quarantennale di ritorni da caccia, lo interroga: “hai la beccaccia da farmi spennare vero? te lo si legge negli occhi!” “No, solo la lepre di ieri mattina, e già pulita.” “Strano: hai la faccia dei giorni buoni a beccacce! … ne hai prese due allora?” “Neanche una ti dico!” ” E sei così contento lo stesso?” ” Si! Sarà perché è stato cosi bello il prima e, a Dio piacendo, credo lo sarà anche il dopo!”

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