14536480_1121487457933059_1094989942_oPer cominciare restituite all’espressione l’eccelso significato: il puro folle non è che la generosa forza primigenia, non domabile che dal Destino, in difesa dell’umanità, il Sigfrido di Wagner, e non ha niente a vedere con la camicia di forza e la psicopatia. Sublime concezione, spirituale immagine artistica del Genio. Cinofilmente – absit iniuria – il puro folle è quel Wing, quel Xocrate, quella Quercia, quella Diva che non hanno nel loro bagaglio né la carta topografica né l’orario colle fermate e le coincidenze, che non vedono nel coltivo di grano di barbabietole soltanto il campo dove manovrare secondo itinerari prestabiliti e cenni diminutivi del conduttore, ma lo spazio da dominare, da violentare per snidare quelle starne che rinnovano al loro olfatto il senso primordiale della caccia; non gabbiarolai certo.

Lo spazio è lo strumento del puro folle che ne trae accordi, come Orfeo dalla cetra; accordi concreti di frulli e di rimesse segnati dallo schianto della ferma e dall’ansia della guidata.


Il puro folle è l’audace che si lancia nell’ebrezza del rischio, tutto osando perché tutto domina con la virtù della classe, non il secchione guardingo che misura le scarse possibilità preoccupato di sciuparle.

Il puro folle non tiene il salvadanaio cogli spiccioli: ha conto corrente aperto alla Banca dell’Arte e non preleva allo sportello; stacca l’assegno per l’intera somma, l’ultimo magari a vuoto, e scompare per non rimanere a vegetare di mensilità parsimoniose.

Il puro folle sono Campione Daisy quando recupera i contorni scalando le rocce a picco e cade poi esausta, è Paride che coi piedi sanguinanti stampa di rosse impronte i sentieri del Curò, è Fux, caro a Santarelli per il ricordo di competizione titanica al Bondione, con cinque eccellenti non regalati, lui primo! Ma fra i progenitori di Daisy, di Paride, di Fux, il purissimo folle lasciò loro in eredità un capitale positivissimo di cromosomi tutti folli, può darsi, ma producenti.

Puro folle non è ricetta salutare pesata dal farmacista per calmare il mal di denti: è elisir che inebria ed esalta.

Il puro folle non è più pazzo né più stravagante, né inconcludente del cacciatore che non persegue l’arrosto, ma il godimento sportivo: simbolo, non emarginata pratica. E le prove sul terreno a Grande cerca non sono la “caccia”, sono la sublimazione della caccia: sogno ad occhi aperti in tanto decadimento banale dell’Arte venatoria.

Per lustri e lustri mi azzuffai coi cinofili che non volevano o non sapevano distinguere la sinfonia dalla marcia del reggimento, ma pretendevano magari il pointer galoppare la marcita, ossia il puro fesso; o quel frescone che spappolasse tutta la selvaggina per fermarne uno, uno solo selvatico ma in quel tale modo. Ve lo raccomando lo sciupone che gioca alla Sisal dell’incontro con le economie racimolate gabbando cacciatore, giudice e selvatico!
Ed ora che siamo riusciti finalmente a costituire un discreto patrimonio zootecnico, tale da poter competere con gli stranieri, già nostri Maestri, – non saremo ritornati all’autarchia, per caso? – si afferma che la Coppa Europa non interessa che scarso pubblico…

E se fosse? Il Cervino non è il Cervino perché lo deturperanno con la funivia, ma perché vi fecero dono della vita per domarlo i compagni di Whymper, e non cadde, ma vi morì, Gian Antonio Carrel. E dopo lo scalarono folle – o folli? – dietro quelle orme guardando in alto, verso la vetta.

I cacciatori sono liberi, liberissimi di scegliersi quel positivo, positivissimo ausiliare da carniere che l’incontro all’angolo del campanile fra un maschio ed una femmina ha combinato o l’alchimia dell’allevatore da inserzione ha perpetrato; il cacciatore è padronissimo di cacciare con quel bastardo che a lui serve e sdegnare il soggetto puro anche senza il folle, soprattutto se legge su “Rassegna” certi articoli; nessuno contesta i gusti ed intende violentarli; nessuno contesti però a Cavalli, a Tremolada, a Rettanni, ai due Bianchi, a Speroni, a Ridella, a Humel, a Rasia, a Gregorin, a Pollacci, a Vistarino, a Coppaloni, a tutti e sono brigata, che coi loro sacrifici personali perseguano qualche cosa di più e di meglio: il puro folle a vantaggio di tutti, anche di Fux.

Il quale puro folle galoppa precipitevolissimevolmente, ma sa dove mette i piedi, perché il naso è sempre oltre l’orma: e qui sta il gioco, è questo il Trialer!

Non masturbate la formula sportiva della Grande cerca, è quella che è: genuina e senza sofisticazioni, è la formula del superamento, del sempre più in là, dell’avvenire.

Tutelate la velocità, che nessuno ha mai affermato dover essere fine a se stessa, o rimarrete con un pugno di mosche.

Il Trialer è il virtuoso, è l’eccezione che difende la razza dalla scialba mediocrità, è la fonte cui attingere la rigenerazione nelle fasi di grigio depauperamento, è l’argine contro la decadenza.

O preferite il campione di caccia pratica praticata sulle gabbiarole, quello laureato in terreno preparato, con giudice condizionato e spettatori in euforia domenicale? Quello non è il puro folle: è un puro che comincia per effe, finisce per o e fa rima con lesso.

Puro folle volta a volta: Dedalo, Glauco, Cristoforo, Lindberg, il fanciullo volante.

Puro folle il solitario delle Dolomiti e il gigante dell’Isoard.
Più modestamente puro folle furono Nearco e Mystic, e lo sono tutti quei crack che si ricordano di osare per levarsi su dalla media ad indicare una meta e sopra “il comune gorgo dell’anime” tramandarono un insegnamento che fosse indice delle possibilità.

O forse non è democratico?
No, è soltanto più comodo elevare il comune cane da ferma ad esponente di diminuita passione, attutiti stimoli e assopite capacità. E’ la cinofilia in una delle sue più significative manifestazioni che sia avvia alla senilità.
All’erta, giovani autentici!