CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

Il superstite di Bill Byron

Copia di galli forcelli in combattimento- tecnica olio- 50x7

Dipinto di Giusy Rampini

Stipati nel vagone merci, avevano viaggiato per ore nella gelida notte di fine novembre senza né cibo né acqua; i più se ne stavano tranquilli, rassegnati ad aspettare in silenzio il loro sconosciuto destino, ma ogni tanto scoppiava un tafferuglio nel poco spazio a disposizione, che terminava di lì a poco senza un vero vincitore, tra l’indifferenza generale: come se tutti presagissero che qualcosa di ben più terribile stava per accadere …………
Quando il treno si fermò alla frontiera, nei vagoni il silenzio era totale ed impregnato di paura: voci rauche e cattive urlarono qualcosa in una lingua sconosciuta, poi si udì il cigolio del portellone del vagone che si apriva e due uomini in divisa li esaminarono nell’oscurità con le torce elettriche: loro stavano muti e rannicchiati; paralizzati dalla paura e dalla stanchezza, udirono i carcerieri scambiarsi ancora qualche parola, poi quelli richiusero il vagone e si allontanarono sghignazzando.

Il silenzio rimase intatto per qualche minuto ancora, e solo quando il treno ripartì il buio si rianimò del fruscio e del trapestio di chi si scrollava di dosso la immobilità di quei momenti di tensione; un anziano che aveva perso gli occhiali si agitò per un po’, poi si calmò e cominciò a guardarsi intorno con sguardo assente e un po’ sciocco.

Arrivati a destinazione, altri uomini in divisa li caricarono su camion militari che si avviarono sobbalzando attraverso la pianura gelata ed apparentemente priva di vita: dai camion vennero trasferiti nella prigione dove trovarono finalmente un po’ di cibo e di acqua; tutt’intorno c’era un gran movimento di uomini armati che li guardavano attraverso la recinzione della prigione con occhi che non promettevano niente di buono; uno dei loro cani si avventò contro i prigionieri e venne trattenuto a stento dal suo padrone.

Arrivò il buio.

L’ululato del gufo si diffuse ripetutamente nella notte purificata dal silenzio, dal gelo, e dalla luce bianca della luna; solo a pochi di loro il sonno regalò qualche ora di fuga dalla prigionia, mentre i più se ne stettero rannicchiati in piccoli gruppi nelle baracche, cercando ciascuno di sottrarre agli altri un po’ del calore che emanava dai corpi sfiniti.

L’alba fu preannunciato dal fruscio serico di invisibili voli di anitre selvatiche, poi nella prima luce si udì il lamento di una pavoncella e il chioccolio di un merlo: alla fine uno stormo di cornacchie grigie irruppe nel cielo con volo maestoso e voci sguaiate. Una dopo l’altra si accesero le luci dietro le finestre del primo piano della casa più grande vicina alla prigione, poi quelle al piano terra e finalmente due uomini in uniforme uscirono e caricarono una trentina di prigionieri su due camionette, mentre altri uomini armati sovrintendevano alla operazione: i prescelti non opposero resistenza, sembravano avere perso ogni energia, ogni dignità, quasi fossero disinteressati a ciò che sarebbe successo e rassegnati a subire il terribile destino che stava precipitando loro addosso. Il piccolo convoglio partì lasciando gli altri prigionieri ad interrogarsi sulla sorte di chi era stato portato via. E sulla propria.

Poco dopo partì un’altra camionetta con a bordo alcuni uomini armati. E mentre il sole di novembre regalava a tutti lo spettacolo scintillante della sua faticosa vittoria sul gelo del mattino, sulla brina che ricamava i cespugli e sul grigio ceruleo del cielo, essi udirono ripetute scariche di arma da fuoco provenire dalla direzione verso la quale si era diretto il convoglio che trasportava i loro compagni. A un certo punto le guardie tornarono, ne caricarono altri sulle camionette, e ripartirono nella stessa direzione.
Si udirono altre scariche. Andò avanti così per tutta la giornata.

All’imbrunire uno di loro uscì dal vicino bosco e – ripara

to da una siepe e dalla nebbia che si stava silenziosamente riappropriando della campagna – si avvicinò con circospezione alla prigione e richiamò l’attenzione dei compagni.

Loro gli si strinsero intorno: e udirono della uccisione dei loro amici, del vano tentativo di fuga di qualcuno, e di come lui si era miracolosamente salvato. Alla fine il fagiano superstite raccontò agli sbigottiti ascoltatori di altri fagiani, che erano nati in quei boschi, e che erano cresciuti imparando a sottrarsi alle insidie della volpe e degli uccelli da preda: per loro era stato facile farla in barba a quei cacciatori.
Bill Byron

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1 Comment

  1. scaramuzza lucio

    trovo che sia uno dei racconti più belli e finalmente diversivi .
    Finalmente non c’è “la grande camminata” la “ferma grintosa o statuaria” del cane e la “fantastica fucilata” con relativo” riporto” secondo i soliti stereotipi di racconti che ormai si fa fatica a leggere….. speriamo che sia letto con grande attenzione anche da coloro che si dilettano a scrivere.

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