2013 (808)

Jack di Mirco Peli -2013-

Il grande silenzio dei cani ci consola delle futili parole degli uomini“. Chaumont.

Gli antichi li chiamavano magici figli del sole perché nascono dalle perturbazioni provocate dal suo calore. Ed anche i loro nomi sono a volte bizzarri. Ci sono gli Alisei ed i Polari, gli occidentali persistenti ed i costanti, le brezze ed i monsoni che cambiano la forza dello spirare ma mantengono una direzione costante, i pulsanti cosiddetti perché intermittenti ed a direzione costante. Eppoi i venti locali che sono sempre dominanti. Per ogni loro comportamento c’è un vocabolo ed una spiegazione: si alzano, spirano, soffiano, mutano direzione sibilano, si placano, cadono. E possono essere caldi, gelidi, umidi, secchi, a folate, a raffiche.

Restano comunque e sempre il solo veicolo che trasporta emanazioni e il cane che non ne tiene conto resterà sempre meno che mediocre neppur adatto ad esposizioni se si vuol dare a queste l’importanza di palestra per la selezione a completamento delle prove di lavoro.  Perché bisogna sempre considerare che il cane pensa col naso.

Si consideri inoltre che il vento forte non aiuta l’olfatto  al contrario delle brezze costanti e non eccessivamente veloci. “il vento trasporta il pennacchio odoroso in forma coniforme con l’asse del solido più o meno parallela al terreno: proprio come il fumo di un fuoco. E proprio come il fumo di un fuoco l’assenza di vento favorisce invece il ristagno della emanazione nei pressi del selvatico“. ( Alberto Chelini).

Nel 1884 Eliazar Blaze sembra proprio gli rifaccia il verso nel suo “La caccia con cane da punta” scongiurando il cacciatore di non commettere il peccato mortale di far trascurare il vento. “Cominciate prima dal prendere il vento, cioè se il vento viene dal Nord bisogna camminare verso il Nord, se viene da mezzogiorno dovete camminare verso mezzogiorno, non fate un cattivissimo affare regolandovi diversamente. Due gravi inconvenienti ne sarebbero la conseguenza necessaria: la selvaggina sentirebbe il rumore dei vostri passi ed il cane non fiuterebbe la selvaggina. Avviene il contrario allorchè la brezza leggera batte in faccia a voi, essa porta fino alle narici del cane le particelle odorose della lepre o della starna”. Questo significa nel linguaggio della cinegetica “cercare a buon vento” ed è tutto il contrario di quanto intendono i marinai.

In termini nautici infatti buon vento è quello di poppa, nella caccia invece vi deve spirare in fronte. “Mai quindi- ammonisce il giudice internazionale Vincenzo Rago – liberarlo se non a buon vento. E non importa quale tipo di selvaggina si intenda cacciare: deve comprendere che l’attività venatoria inizia per lui appena è libero dal guinzaglio”. E’ deprecabile quindi lasciarlo scendere dall’automobile, gironzolare attorno mentre il cacciatore si prepara e ordinargli poi di esplorare il terreno senza preoccuparsi da che parte spiri il vento sicuri che sarà il cane e cercarne la direzione per lui giusta.

Il naso nell’aria. Per ogni razza il vento determina il modo di portar la testa, cioè metter le narici nella miglior condizione di captare gli effluvi. Il vento dunque è il regolatore insostituibile di esplorazione, filata, ferma, guidata. Per il cane stare sul terreno con cerca impostata correttamente costituisce la premessa indispensabile per esplicare con efficacia gli atti che compongono l’azione venatoria.

Nelle pianure sconfinate prive di intralci è ideale per reperire e primeggia il cane che ha meglio imparato come sfruttarlo, adeguarsi a lui, cogliere anche il più lieve effluvio.

Il vento non è mai eguale, varia anche a seconda della zona  su terreni ondulati o rotti di collina e di montagna che lo rimbalzano, gli intralci vegetali che lo deviano. Nei corridoi interminabili delle vigne dove l’impostazione proficua di cerca richiede perspicacia diventa addirittura fantasioso e può soltanto essere dominato dal cane che sia autentico artista. Nei boschi l’incrocio è impossibile e dev’essere captato così com’è, ma vi accorgerete che se avanza senza sfruttarlo, anche se minimo, sfrulla in continuazione. Attenzione però a non gridare all’eccezionalità od a comportamenti strabilianti: non occorrono particolari doti perché “per il cane – scrive Felice Steffenino, uno dei più grandi autori italiani – stare sul terreno con cerca impostata correttamente costituisce la permessa indispensabile per esplicare con efficacia gli atti che compongono l’azione venatoria“.

Proprio dal vento nasce quel senso del selvatico che molti hanno definito addirittura capacità divinatoria o derivante da facoltà rabdomantiche lasciando in queste definizioni briglia sciolta alla fantasia: un modo pessimo per esser cinofili.

La quaglia “rilascia” nell’aria tracce leggere, quella della beccaccia giunge da più lontano nonostante gli intralci del sottobosco ed occorre un cane che non si faccia imbrogliare dalle camminate che disegnano nel sottobosco un labirinto ma sappia sfruttare anche il più leggero alito di vento.

Il beccaccino pedina quand’è in pastura mai sotto ferma – poche le eccezioni – Resta immobile attendendo l’attimo favorevole per aggrapparsi al cielo. Ma quando accade ci s’accorge che, come tutti i volatili che vogliono avere sopra di se nient’altro che l’aria, si lascia fermare da lontano ed allora non si può non riconoscere che il cane abbia colto la magia del vento. Ci s’accorgerà d’avere un autentico protagonista quando avventata l’emanazione si accerterà rapidamente con la filata se vi sia il piumato evitando persino di cogliere il cenno del conduttore che magari tenta di indirizzarlo in tutt’altra direzione.  Ma la scuola classica in cui il cane da ferma eccelle non può prescindere dalle starne ,”selvatico docente per antonomasia, a caccia non dovendo confondere lo stile con il comportamento perché il primo è congenito, il secondo funzionale” (Felice Steffenino).

L’olfatto.  A qualsiasi razza appartenga deve saperlo adeguare al tempo, al terreno ed all’andatura perché è caratteristica che di per se non risulta sufficiente al reperimento. “La superiore potenza di olfatto non attribuisce un valore proporzionalmente redditizio se non è sostenuta da una superiore capacità nel sapersene servire“.(Felice Delfino)

L’esemplare di grande olfatto avanza a testa alta, ha un galoppo spedito, esegue magari alcune giravolte quando ha la sensazione d’essere in presenza di selvaggina poi va diritto allo scopo senza curarsi delle orme. Il vento lo ha condotto sul suo bersaglio. Se il vento è favorevole e trasporta in continuazione le emanazioni il cane che tiene il naso alto si trova avvantaggiato rispetto a quello che chiede all’orma una conferma. Qualora il terreno sia invece percorso da folate di vento intermittenti l’ausiliare che procede a testa alta è solo apparentemente avvantaggiato. Raccoglie infatti un’emanazione che giunge da lontano poi l’odore viene disperso e non è quindi possibile risalire verso la fonte. Nei cespugliati e nel bosco intricato dove non può andare alla ricerca del vento a lui favorevole il naso tenuto alto da’ minori probabilità di incontro. Nella valutazione quindi bisogna anche fare riferimento alle circostanze ed all’intelligenza che deve saper variare la cerca adeguandola al terreno ed alle situazioni metereologiche.