La Beccaccia (Scolopax Rusticula), ha la virtù di acquistarsi tutte le simpatie e di appagare tutti i gusti: del cacciatore, per le difficoltà e le emozioni che gli presenta; del buongustaio per lo squisito sapore delle sue carni; dell’artista per la eleganza delle forme e la disposizione dei colori; dell’ornitologo perché gli ha permesso di discuterne e di conoscerne i costumi. La dissero regina del bosco, accusandola però ingiustamente di stupidità: accusa che essa merita meno di ogni altro uccello.

Il color delle penne nelle parti superiori è ruggine con macchie grigio-ruggine, giallo-ruggine, brunogrigio e nero; le remiganti brune e le timoniere nere macchiate ruggine.

Nelle inferiori è più chiaro con strisce parallele. Ha sul capo delle macchie brune più o meno pronunciate. Il becco, lungo e forte, rotondo in punta: gambe vigorose: la coda formata di dodici timoniere: le ali forti e robuste.

Vi sono differenti beccacce, considerate dai naturalisti come semplici varietà, ma ben conosciute dai cacciatori per le diverse abitudini. Sono più piccole della beccaccia comune, hanno colori più chiari, e vengono chiamate scoparole. Più svelte nel volo, difficilmente reggono la ferma del cane. Anche in quelle grosse si riscontrano varietà, nelle quali predomina il colore scuro, ed altre nelle quali i colori sono più chiari. In alcune le macchie brune assumono l’aspetto d’una maschera. Una particolarità della beccaccia è la forma della testa, avendo la scatola ossea strettamente applicata al cervello; il meato uditivo sotto l’occhio, mentre in tutti gli altri uccelli ne sta dietro ; e l’occhio stesso situato di fianco e sporgente così da poter veder con facilità indietro senza bisogno di voltarsi.

Passa la giornata nel bosco o nei folti canneti ed all’imbrunire prende il volo per recarsi nei pantani, nei fossi e nelle paludi. Ecco in proposito come il Brehm ci narra maestrevolmente la giornata della beccaccia. « Di giorno essa non si mostra mai all’aperto e quando vi fosse costretta a posarvi, si accovaccia tostamente ed il suo piumaggio si confonde col suolo, come avviene anche per le pernici. Quando tutto è perfettamente tranquillo nel bosco può avvenire che anche di giorno essa cammini, ma sempre per ciò fare sceglie quei luoghi che valgono meglio a nasconderla e a difenderla dalla viva luce, la quale probabilmente le è molesta. Solo al crepuscolo si fa vivace ed incomincia a correre. Nella stagione tranquilla essa tiene il collo rattratto, il capo orizzontale e la punta del becco rivolta al basso. Cammina incurvata, strisciando a corti passi, lentamente e non a lungo perché gli estesi tratti attraversa non a piedi, ma volando, e nel volo appunto può fare tutto ciò che le piace…. Al cadere del crepuscolo serale la beccaccia si pone in cerca del cibo, o nelle ampie strade della foresta, o nei luoghi erbosi, o nei luoghi paludosi di quella o nella loro vicinanza. » Si nutre di larve d’insetti e degli insetti medesimi, che va cercando tra le foglie cadute o nello sterco dei bovini; di piccole lumache e di lombrichi che trova sotterra infilando il lungo becco nel terreno umido dove pratica vari buchi l’uno vicino all’altro. 

All’alba, prima di tornare al bosco, va ad una fontana, o ad un corso d’acqua limpida, a lavarsi il becco e le zampe. Le succede talvolta di esser sorpresa dal giorno, mentre sta lombricando in qualche fosso o nel padule, ed in questo caso si rincantuccia in un cespuglio e vi resta, se non disturbata, tutto il giorno. Del bosco preferisce la parte più folta, e nel cuor dell’inverno si rifugia dove son più forti gli spineti, tantoché le riesce difficile l’uscirne a volo quando il cane la insidia, e ne esce rumorosamente, sbattendo le forti ali. Durante il passo autunnale posasi volentieri nelle macchie palustri, e vi si trattiene per lungo tempo. È accertato che essa è fedele al luogo dove ha potuto tranquillamente riposare, e vi ritorna negli anni successivi. Racconta il Figuier che un guardacaccia avendone con la rete presa una le aveva posto un anello alla zampa, ridandole poi la libertà. L’anno appresso la riacchiappò nello stesso posto, e la riconobbe dall’anello che essa non era riuscita a staccare.

Compie la nidificazione nella zona temperata settentrionale, deponendo da due a quattro uova in un nido fatto sulla nuda terra, con poche foglie secche. Qualche coppia nidifica anche in Italia e meritano speciale considerazione le notizie raccolte in proposito dal professor Hillyer Giglioli nell’inchiesta ornitologica.

Dal Piemonte: « Nell’aprile 1871, ebbi occasione di scoprire in un bosco di ontani presso il fiume Toce un nido di beccaccia. Le uova erano cinque, depositate in terra su poche foglie secche senza cura: ne nacquero cinque pulcini che visitai per ben tre volte, accarezzandoli e baciandoli. Vi era la madre, affezionatissima; non poteva allontanarsene; cercai invano il maschio. « Per una piena del Toce non potei più vederli, li cercai in fine di maggio, ma invano. Forse furono travolti dalle acque. Notai che i nidiacei avevano il tarso e le dita molto sviluppate in confronto del corpo; sebbene appena nati, al mio appressarsi si rannicchiavano tosto e rimanevano immobili, mentre da lontano li vedevo correre e rincorrersi, cadendo sovente sui fianchi. La madre li custodiva come fa la chioccia: al mio avvicinarla, si alzava a volo con molto rumore sbattendo le ali, e volgendo indietro la testa verso di me; ma stando io fermo e un po’discosto, subito ritornava presso i suoi cari pulcini emettendo un grido monosillabo quasi un crec crec e tenendo le ali semiaperte. Era commovente ! (Pertusi). » Dalla Lombardia: « Nel distretto medio milanese ha nidificato una volta nelle brughiere; ma la femmina venne presa e le sue cinque uova distrutte dai contadini (Magretti). » Dal Veneto

Le vengono tese insidie con reti verticali poste nelle gole dei monti, od alla spiaggia; con lacci nei luoghi dove recasi a mangiare, o nei viottoli del bosco; ed una vera strage ne vien fatta di notte dalla lanciatora, piccola rete con cui vien catturata dai bracconieri, che vanno cercando servendosi di una lanterna a frugnuolo e di un campanaccio.

La caccia col fucile le vien data al bosco coll’aiuto di buoni cani, od alla posta, al crepuscolo della mattina o della sera, quando torna o va alla pastura. Nei boschi non molto estesi è opportuno servirsi della marca, costituita da un uomo, o da un ragazzo accorto, che restando in vedetta su qualche punto elevato, sa indicarvi il posto dove la beccaccia si è rimessa, quando il cane l’ha levata senza che voi abbiate potuto tirarle…. o tirandovi l’avete sbagliata. Nelle grandi macchie la marca è impossibile e soltanto il vostro intuito potrà guidarvi. Di solito tale caccia suol farsi in due, bene affiatati e con buoni cani, riuscendo così sempre più proficua che se fatta isolatamente. Al collare dei cani si attacca un piccolo campanello squillante per saper sempre da qual parte caccino, ed accorgersi, dal cessare del tintinnio, quando sono in ferma. Il silenzio nei cacciatori di beccacce dovrebbe esser di rigore: lo squillare del campanello, il rumore che si fa camminando attraverso gli sterpi, non spaventano la beccaccia; ma appena essa sente la voce umana, si mette sull’allerta e si rifugia nei punti più reconditi, pedinando lestamente, ed avendo anche l’accortezza di far brevi voli per far perdere le tracce ai cani che l’inseguono. In questo è tanto più maestra quanto maggiori sono i pericoli che ha corso, ed una beccaccia varie volte battuta riesce a dar del filo da torcere per molte ore ai cani più accorti. Bisogna quindi fare il possibile per ucciderla quando si alza la prima volta, che è poi quasi sempre quella in cui riesce più facile; altrimenti essa diventerà ognor più astuta e non fermandosi nel posto dove si è rimessa, pedinerà con prestezza, pronta a rivolare appena si vedrà perseguitata. Volando cercherà di coprirsi quanto meglio può valendosi di ogni albero e di ogni ostacolo. Il piombo che generalmente si usa è il 7 inglese, temperato, con cariche gagliarde, essendo spesso costretti a tirare attraverso il fogliame ed i rami degli alberi, ed opportuno lo abbatterla sul colpo; perché quando è soltanto ferita è facile il perderla, tanto nel caso che riesca a tenere ancora un po’ il volo e vada a cader lontano, quanto in quello che restatele le gambe sane possa fuggire pedinando.

 www.earmi.it  Questa è la riproduzione digitalizzata, a cura di Edoardo Mori del Manuale Hoepli del 1893. Il testo è stato trascritto in caratteri moderni e il numero delle pagine non corrisponde a quello originale che è di 267 pagine. L’indice è stato modificato di conseguenza. L’opera è stata la Bibbia dei cacciatori italiani dell’inizio del 900 e merita di essere riletta per conoscere il fascino della caccia dell’epoca e perché tutt’ora utile.