Help, Luna e Arno della Trabaltana

Help, Luna e Arno della Trabaltana

Sono un convinto assertore della necessità che, fra i cacciatori, nell’esercizio della loro attività passionale debba regnare la migliore correttezza di rapporti che potrebbe riassumersi nel reciproco rispetto e nella massima, sempre attuale, del non fare agli altri ciò che non si gradirebbe per se stessi! Per quanto mi riguarda penso, dopo un approfondito esame di coscienza, di non dovermi rimproverare colpe degne di nota in questo particolare campo.

Viceversa ho presenti nella memoria vani casi di scorrettezza venatoria di cui, più volte venni fatto oggetto. Questi ricordi si riferiscono appunto ad uno di tali episodi da me subiti, in cui si determinò in me una reazione, non certo ortodossa, ma in gran parte scusabile e senza dubbio degna delle attenuanti generiche, per la provocazione da me subita.

Era la vigilia della classica data di S. Giuseppe di un Marzo anteguerra, credo il 1938, quando la caccia primaverile era aperta. Il ripasso era stato ottimo e già, sul nostro bel Conero, cacciando solo o con Vittorio Ortali, avevo avuto delle buone giornate di beccacce. Il giorno precedente, con un ponente libeccio fresco e sostenuto, cacciando sul costone a mare tra il convento e il Semaforo, avevo ucciso tre beccacce e una palomba, ma nel pomeriggio e nella notte il vento si era orientato decisamente verso una tiepida e classica “garbignola” ed era facile predire, pel giorno successivo, una giornata di “foltiera”.

Uscendo di casa, che era ancor notte, la tiepida e dolce aria di libeccio mi aveva stimolato ad affrettarmi, aumentando le mie speranze in una giornata di gran passo. Arrivai sul Conero che appena albeggiava.

Non c’era ancora nessuno.

Mentre parcheggiavo la macchina sui prati della rotonda, presso il Convento, dagli alti lecci frullarono alcune palombe. Dalla profondità del cielo tersissimo, venato dalle sottili pennellate dei cirri primaverili, giungeva vibrante lo zirlio dei tordi, mentre in lontananza, rimbombavano cupe le bordate dei “guazzi’ della piana di Loreto. Non c’erano dubbi: era la grande giornata!

Col cuore gonfio di speranza, mi piazzai in posizione favorevole per osservare il rientro mattutino.

Non attesi molto.

A circa due tiri vidi traversare a stancarmi bassa una beccaccia. Subito dopo con la coda dell’occhio, intravidi un’ombra sulla mia sinistra, ma ebbi solo il falso allarme di una civetta.

Ormai era chiaro.

Tornai alla macchina e, messi i campani a “Nobel” e “Mila di S. Patrik”, iniziai a cacciare dirigendomi verso la macchia delle Carbonare che, col “garbino”, è particolarmente buona per beccacce e palombe. Mi ero appena inoltrato nel boschetto che fiancheggia il recinto del vecchio Convento che sentii fermarsi all’improvviso il suono dei campani. Stavo avvicinandomi il più celermente possibile, preoccupato di trovare un piazzamento adatto tra i foltissimi lecci, quando sentii il frullo della beccaccia, che, fortunatamente intravidi aggirare l’angolo delle mura di recinzione. Presi per lo stradino che portava alla stessa direzione e, superato anche io l’angolo delle mura, non udii più il suono dei campani. Procedetti in silenzio, avvantaggiandomi della stradina sgombra e trovai i due setter tesi in plastica ferma. Il colpo troncò la veloce colonna della beccaccia sulla sommità dei lecci.

Dopo 100 metri identica scena ed uguale risultato!

Cominciavo bene.

Avevo appena iniziata la giornata e già due beccacce riposavano nel tascone!

Ripresi a cacciare con l’animo che cantava nel più euforico stato di grazia. Nella piana di Loreto, sulle colline limitrofe, nelle altre macchie del Conero si sparava ovunque. Bisognava affrettarsi. Presi veloce per lo stradone che portava alle casematte delle Carbonare, ma, prima di giungervi, i cani si affondarono nella valle che le precede ed ancora una volta i campani si tacquero. Col cuore colmo di emozione mi feci largo tra i cespugli di corbezzolo, di lentisco e di leccio e mi piazzai in posizione elevata rispetto ai cani che intravedevo nella valletti. La facile beccaccia cadde di prima canna e “Nobel” tornò festoso con la bella preda. Via, via! Oggi è la mia gran giornata! Come giunsi stilla piana delle Carbonare in una zona, che per la sua bontà costituisce un “test” infallibile, sentii i campani rallentare ancora, per poi ammutolire.

Raggiunsi sollecito i setters che. come mi sentirono vicino, iniziarono una lunga estenuante guidata, carica di emozionante attesa. Così, passo dietro passo, sulla scia dei cani, tra cui “Nobel” primeggiava per la sua irresistibile, stilatissima guidata, traversammo tutta la piana sino alla strada. Li i setter si inchiodarono. Al doppio frullo di una coppia risposi con una precisa centrata sulla beccaccia levatasi a candela, ma, purtroppo, con un autentico “buco” sull’alta sfillatari bassa lungo la strada. Gioia e rammarico! Ma al rammarico per la volgare padella, ben presto si aggiunse una nota di viva preoccupazione. Infatti, poco sopra i ruderi della vecchia muraglia che un tempo recintava il Convento, si sentiva giungete a valanga il suono di quattro o cinque campani ed il vocio confuso di altrettanti cacciatori.

Questa proprio non ci voleva! E ciò non per gretto egoismo, ma perché, essendo la zona piuttosto ristretta, questa, di norma, può dare soddisfazione solo a un paio di cacciatori che caccino con correttezza e con metodo. Se questi, viceversa, sono di più e, per giunta, non cacciano con ordine, non solo è facile non combinare nulla di buono, ma c’è anche da stare con la preoccupazione ed il rischio di una impallinatura.

Vista la mala parata che stava prendendo la situazione, abbandonai l’idea di sbattere la beccaccia superstite della coppia che avevo visto andate lontano, per rimettersi, verosimilmente, sul costone a mare che domina la valle di Mortarolo. Li non era facile che altri andassero a cercarla ed era meglio che mi affrettassi ad esplorare la piana e zone limitrofe, che potevano risente altri incontri. In quel mentre vidi venire diritto un colombaccio. Mi mimetizzai tra i cespugli e, con un preciso tiro del re mi cadde quasi addosso.

Mi andava bene tutto, meno quello squadrone di cacciatori di Osimo, a giudicarli dal tipico accento dialettale, che stava per irrompermi addosso! Un volo di palombe, a circa tre tiri di altezza, fu salutato dai sopravvenienti con una scarica di colpi, che mi confermò la sensazione intuitiva della irrazionalità del loro modo di cacciare. Ed ecco, ad un tratto, sbucare i loro cani da tutte le patti. E una sarabanda dove non ci si capisce più nulla! Cerco di allontanarmi, ma rieccoli ancora! E i miei setter dove sono? Anche essi, in genere, rifuggono dalla confusione e vado per istinto a cercarli verso un fonda dove spesso ho trovato la beccaccia.

Giunto sul margine dell’estensione, cerco di guardare e di orientarmi tra l’intrico dei cespuglioni. Faccio appena in tempo a intravedere “Mila” e “Nobel” fermi, che vedo, con raccapriccio, spuntare due… tentativi di pointers mal riusciti, che visti i miei cani in ferma, con perfetto, sincrono accordo, si lanciano verso di loro, cariandone la ferma e facendo frullare intempestivamente la beccaccia. Naturalmente non posso sparare e tra i denti mi sfugge qualche frase poco ortodossa! Si sta realizzando esattamente quello che avevo temuto e, ad un cacciatore della squadra, comparso nel frattempo sulla scena, chiedendomi se avessi visto due pointer (!) non seppi tacere il mio disappunto, dicendogli senza tanti complimenti che purtroppo li avevo veduti e che mi auguravo di non vederli mai più né loro, né il fortunato proprietario, precisando la “boiata” che un momento prima avevano compiuto.

E qué, le vulete ammazzò tutte vò le beccacce?! mi sentii beffardamente rispondere in dialetto ornano. Era il colmo! Non replicai per non perdere le staffe e rovinami, così, definitivamente la giornata. Cercai di cambiare direzione, ma pur tuttavia, mi trovai ancora in mezzo a tutta la squadra. Erano in cinque con altrettanti cani. Senza alcuna correttezza mi tagliarono la strada, si misero ad incrociare davanti a me, chiamandosi, fischiando. Una vera ira di Iddio, che culminò, ad un tratto, in una caotica concitata sparatoria. Punteggiata di gridi, di richiami e di impiccatimi per la beccaccia fallita.

Per sganciarmi. decisi di andare a ribattere la regina che si era rimessa sul costone incombente sulla valle di Mortarolo. Ma non so come, ecco, ancora una volta, tutta la squadra degli osimani attraversarmi il terreno. Una vera persecuzione! In quel mentre non sento più i due setter. Mi metto a cercarli e finalmente li trovo in ferma. Non può trattarsi della beccaccia della valle di Morrarolo e, sicuramente, non può essere quella fallita dagli osimani, che altrimenti l’avrei vista rimettersi. Cerco di piazzami, ma due cacciatori sono li a meno di trenta metri sul probabile fronte di tiro. Aspetto un po’, ma non sembrano volersi allontanare. Do, alfine, loro sommessamente la voce, pregandoli a parole e gesti di allontanarsi, avendo i cani in ferma. Non l’avessi mai fatto! In un attimo, forando la macchia come due cinghiali, me li vidi piazzarsi ai miei fianchi, novelli angeli custodi, pronti a sparare!

Persi le staffe! — Sciagurati!

Dopo avermi rotto le scatole sino adesso. vorreste anche sparare alla beccaccia fermata dai miei cani? Alle mie parole rispose un frullo. Ed io, che me lo aspettavo, tirai velocissimo sulla beccaccia ancora infrascata, abbattendola quasi sulla testa dei cani. Ero furibondo contro gli scorrettissimi cacciatori che mi stavano avvelenando quella che poteva essere una delle più belle giornate di caccia sul nostro bel Conero. I due, rispondendomi sgarbatamente, come se avessero avuto ragione loro, scomparvero per ricongiungersi con gli altri, che sentivo più sotto. Poco dopo sentii una scarica di 5-6 colpi, seguita da grida esaltanti: avevano, finalmente, uccisa una beccaccia! Approfittai dello circostanza per procedere rapido verso la valle di Mortarolo. Trovai subito la beccaccia rimessa, ma la mia serrata coppiola straziò inutilmente un leccio e un corbezzolo ed io potei seguirla incolume, avviata a rimettersi certamente sulla piana delle Carbonare. Saperla li e abbandonarla mi seccava, d’altra parte il pensiero di trovarmi ancora in contano con la terribile squadra degli osimani mi era intollerabile. Comunque decisi di tornare rapidamente sulla piana a cercare la beccaccia per poi, eventualmente, proseguire, oltre la strada carrozzabile, verso la pianta della Capanna delle Streghe. Salendo, faceva ormai caldo, mi sganciai la borraccia dalla cintola per dare da bere ai setters.

Un branco di palombe mi sfianca un po’ troppo lontano e lo seguii senza sparare.

Colpi isolati, coppiole, scariche si senti-vano un po’ dappertutto. Raggiunsi la piana e subito vidi “Mila” in evidente consenso e seguendo il suo sguardo, vidi “Nobel” rigido tra i cespugli. Cercai di aggirare cautamente il cane, ma la beccaccia, che ormai aveva imparato a leggere e a scrivere, si levò lunga, veloce, zigzagando come una pizzarda. Azzardai un colpo, ma inutilmente. La vidi fare un lungo giro abbassandosi sul declivio, traversare, per poi risalire sulla sinistra, avvicinandosi. Mentre si copriva tra i lecci a poco più di un tiro, sentii una coppiola, cui segui un breve silenzio, e quindi una voce in dialetto osimano: — Qué hai fatto? — L’ho “mmazzàda! rispose esulante un’altra voce. — Sbrigate e vin giù, ch’el cane fa bòno! Seguì una pausa di silenzio. lo ero incerto e perplesso sul da farsi. Cominciava ad essere tardi ed avevo ormai poco tempo ancora disponibile. Alle nove dovevo essere immancabilmente in ambulatorio. La prima delle due voci chiese ancora: — Mbè que stai facenno — Non la riesco a truvà! Eppure so sicuro d’averla ‘mmazada! — Ma te dici sempre che mazzi tutto e non porti a casa mai niente! Fu in quell’istante che vidi spuntare tra cespugli Nobel con la beccaccia in bocca! Improvvisa, cattiva, diabolica, nella mia mente scoccò la scintilla della vendetta! Li avevo subiti, li avevo sopportati, mi avevano avvelenato con la loro scorrettezza quella che poteva essere una memorabile giornata di caccia e, ora, una volta tanto, ero lieto di potermi vendicare delle angherie subite con una perfida beffa. Senza esitazione colsi la beccaccia offertami da Nobel e la misi nel tascone assieme alle altre cinque e alla palombo. Non sentito nessun rimorso per quello che stavo facendo. Anzi mi sorpresi lieto, disteso, scaricato della tensione che sino ad allora mi aveva amareggiato. E così, finalmente placato, allegro e sorridente per la comica beffa, mi diressi vesso la macchina. Poteva essere stata una mattina da dieci beccacce, senza gli intoppi e gli inconvenienti subiti, ma ormai ero soddisfatto lo stesso!

Ora bisognava affrettarsi, per essere al più presto in ambulatorio. Via, veloce sui tornanti del Conero, mentre la mente già si adeguava e si orientava alla dura giornata di lavoro ed io rientravo nella mia seconda personalità: quella col camice bianco. L’altra, quella vera, quella con la cacciatora logora e stinta, restava dietro le mie spalle, lassù tra le macchie del Conero, incantata dietro la sinfonia dei campani di “Nobel” e “Mila”, inseguendo un sogno di pura bellezza, sfavillante di sole, pennellato d’azzurro, permeato dal profumo sottile delle viole, intessuto di frulli e di voli dorati, evanescente, eterno, ideale come rutti i nostri sogni più belli!