Ritratto fatto da Giusy Rampini di Giorgio Anita e Bach

Eccomi rientrato da pochi giorni dalla Lapponia svedese, dove sono riuscito a fare diciassette giorni di caccia pieni. Andare a caccia lì è come assumere una droga: ogni sera sei distrutto e pensi di riposarti il giorno dopo, ma poi quando è il momento di fare il nuovo permesso, non sai resistere e decidi in quale posto andrai a distruggerti del tutto, consolandoti magari che il riposo lo farai un’altra volta! Credo che in questa condizione si siano ritrovati molti di quelli che erano là con me, perché a giudicare dalle facce sofferenti intorno al tavolo per la cena, veniva da pensare che diversi non sarebbero andati a caccia nei giorni a venire: poi però un bel piatto di tagliatelle, un arrostino di coniglio fatto come si deve e del buon vino italiano, facevano tornare a scorrere il sangue nelle vene.

Anche molti cani finiscono la giornata senza più sapere se son vivi o morti: pensate che il giorno dell’apertura, il 25 agosto, abbiamo fatto dieci ore di caccia e le ultime tre sotto un diluvio universale! Figuratevi come siamo arrivati in baita. Devo dire che sono particolarmente fortunato con i cani: Bach, il Setter inglese ha sei anni ed è in gran forma, sembra non sentire la fatica ed anche l’ultimo giorno si è distinto per la sua tenacia nel cercare pernici bianche alpine tra le sassaie con aperture da brivido; Anita la Spinona, è un trattore instancabile e vorrei qui parlare delle sue doti da beccaccinista. Ci si chiederà che cosa centrino i beccaccini in Lapponia, dove fra l’altro la loro caccia è vietata.

E adesso ve lo spiego.

Anita, che ho preso dall’amico Di Pinto a Napoli, oggi ha quattro anni e mezzo ed è arrivata alla sua piena maturità psico-fisica. È stata una cagna precoce, perché portata in Marocco ad appena otto mesi e messa in risaia, già cercava e fermava qualche beccaccino e qualche quaglia (ed il fatto di essere stata iniziata proprio su beccaccini ha probabilmente a che vedere con la sua predilezione per questo selvatico); portata poi in quei giorni in montagna sul Grande Atlante a cotorne, immediatamente me ne trovò e fermò un paio di rimessa. Non riuscii a fare il doppietto, ma una me la riportò dal fondo di un canalone emozionando me e Francesca che la immortalava con l’inseparabile Canon: era una cucciola tenerissima, ma sotto quelle sembianze da cane di peluche, batteva già un cuore battagliero da vera cacciatrice. Anita è una cagna particolarmente poliedrica, anzi direi che può rappresentare la massima espressione della versatilità. A beccacce non è una specialista, ma le cerca, le ferma e le tratta bene (anche se a volte proprio con le regine – se queste si mettono a fare delle pedinate contorte – le “sale la pressione” e perde un po’ di autocontrollo: intendiamoci, non ne butta via neppure una, ma può succedere che per concludere l’azione ci metta più tempo del dovuto e magari deve riprendere il filo più volte. Questa cosa le succede solo con le beccacce, non tutte, ma quelle più complicate la mandano un po’ nel pallone). A cotorni o a pernici bianche (*) è bravissima e pare che nel guidarle velocemente abbia quel garbo innato che impedisce loro d’involarsi, ma anche non permette che si allontanino troppo e di prendersi dei vantaggi che non mi consentirebbero di metter le canne della doppietta su quelle creature indiavolate. A forcelli, ma soprattutto a cedroni, ha l’atteggiamento di uno spadaccino: avete presente Valentina Vezzali alle Olimpiadi? Ecco Anita coi galli si comporta così, li bada, li incalza, li domina ed infine te li fa prendere con una stoccata, appunto.

Coi beccaccini invece è un’altra Anita: bisognerebbe chiamarla “shuttle Anita” – nel senso della navicella spaziale – perché dall’alto delle sue esplorazioni lei sa sempre dove andarli a cercare. Se in Lapponia, anche nel bosco, c’era un beccaccino, era il suo! Un giorno con Riccardo, gran cacciatore e di professione chirurgo, ero al Romano Lake – tanto distante dalla prima carraia che si può raggiungere solo in elicottero – a cercare d’insidiare soprattutto galli cedroni e forcelli. C’è un bosco molto esteso fatto di conifere e betulle, dove i cedroni nidificano e dove sappiamo, per averli visti, che alcuni maschi particolarmente vecchi e grossi amano vivere e deambulare. Il territorio si dipana sull’immenso fianco di una montagna, sulla quale non vivono pernici bianche, che c’è invece la concreta possibilità d’incontrare tutt’intorno. Al cedrone si deve andare in silenzio, niente beeper, niente campano, niente richiami al cane col fischio o con urla, perché i cedroni hanno le orecchie fini: quindi tra compagni di caccia si deve prima concordare i movimenti, perché i cedroni adulti sono ben padroni del territorio ed è sufficiente un rumorino di troppo perché se ne vadano senza farsi più trovare anche per più giorni. Anita – che è roana – ha sempre indosso un giacchetto colorato di tela non plastificata, altrimenti a contatto coi rami farebbe un rumore d’inferno.

Con quel gilet riesco a seguirla abbastanza bene nel bosco, dove lei accorcia la sua cerca …. a meno che in zona ci sia qualche beccaccino ed allora “shuttle Anita”, innesta la marcia alta impegnandosi nella cerca spaziosissima che distingue il vero beccaccinista. Quel giorno me ne fermò ben sei nelle radure del bosco ed io, che ogni volta speravo fosse una covata di galli, tra me e me la mandavo a quel paese. Al termine della giornata, in cui i cedroni avevano vinto la loro personale battaglia con me e Riccardo (ma un paio di artiche ed un forcello erano finiti nel carniere) stavamo ritornando all’appuntamento ove ci attendeva l’elicottero; nel fianco Est della montagna si aprono numerose ed ampie radure acquitrinose – circondate da betulle che coi loro tronchi bianchi sembrano messi lì da un giardiniere – dove Anita, spinta dal desiderio d’incontrare le “frecce alate”, iniziò a bordeggiare andando ad almeno trecento metri a prendere il vento, per poi risalire con quel naso che ricorda il periscopio di un sommergibile: vederla lavorare così ci ha incantato tanto che Riccardo mi disse: “sembra che stia ricamando la radura”. E proprio là in mezzo iniziò a filare, per quindi andare in ferma.

Non era semplice andarla a servire sguazzando in tutta quell’acqua con gli scarponi ai piedi; ma anche se i beccaccini sono interdetti alla caccia, non potevo lasciarla là. Comportandomi come se dovessi sparare, feci un bel giro largo e le arrivai vicino. Nel frattempo Anita aveva continuato a guidare e a fermare per molti metri: era espressivamente in ferma, ma aveva nel naso un’incertezza, perché le sue narici erano alla ricerca di qualche cosa che io non riuscivo a comprendere. Era ora di concludere e con la doppietta pronta (perché magari potevano essere pernici artiche) mossi qualche passo. Partì un beccaccino sulla destra della cagna, ma lei che di solito rincorre a fondo divertendosi come una matta, rimase in ferma! “Che diavolo Anita, cosa c’è?” Feci altri tre o quattro passi ed un’altra freccia alata partì velocissima, questa volta rincorsa dalla Spinona; io esplosi un colpo in aria per darle un minimo di soddisfazione. Farò coprire Anita al prossimo calore in febbraio nella speranza di poter aver tra le mani un altro Spinone coi beccaccini in testa.