CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

“La caccia alla Coturnice” tratto da “Tra cime, boschi e paludi” di G. Gramignani

Dopo la caccia alla beccaccia, quella alla coturnice è la caccia che ho esercitato con la più grande passione. Iniziatala ai prodromi della guerra in Abruzzo, mi trovai inopinatamente, durante quella che ho battezzato “La mia strana guerra all’insegna di Diana” in Montenegro, Albania, Bosnia e Dalmazia. praticamente nell’epicentro europeo della coturnice, ove, aiutato dalla più candida incoscienza e dalla più sfacciata fortuna, ebbi modo di realizzare un’esperienza ed una frenetica attività con risultati oggi, irripetibili negli stessi luoghi.

Nel dopo guerra, naturalmente, la mia passione per la coturnice continuò… a peggiorare, sino al punto da divenire una fanatica mania tanto che, più volte, giunsi a non sparare alle starne, se ero in zona da coturnici. In quel periodo fuori della coturnice per me non c’era altro selvatico.

Questo naturalmente accadeva sino a novembre: da allora la febbre si placava, per cedere alla struggente malia della beccaccia, che mi trascinava nella spirale del suo fascino irresistibile col mistero delle selve.

 

Volo di Coturnice Appenninica

Volo di Coturnice Appenninica

E mentre la caccia alla beccaccia, per me, era soprattutto scienza, arte e malia, la caccia alla coturnice era il trionfo della forza, della potenza, dell’impeto tenace e razionale, alimentato dall’amore vivo ed altamente spirituale per la montagna, che già avevo appreso ad amare nella mia giovanile e severa attività sciatoria, completatasi poi, durante un corso di roccia, istituito dai gruppi universitari. Non posso dimenticate una definizione, che Ludovico Hononfi, schermidore e cacciatore fortissimo, un giorno improvvisò, paragonando queste due cacce: — La caccia alla beccaccia è arte e cesello come il fioretto; quella alla coturnice è un  di sciabola! Pur nella mia inesperienza schermitica, io sento la rispondenza di questo paragone. La caccia alla coturnice ha molte regole affini a quella della starna, con cui spesso convive nello stesso ambiente. E se è pur vero che ho trovato coturnici in zone collinari-argillose, tra stoppie e vigne come le starne e qualche volta, in montagna sui rasi campetti di grano di alta quota, è certo però che la coturnice non è legata alla vita agricola, direi meglio cerealicola, dell’uomo come la starna. Ho trovato coturnici in pianura in Turchia e Bosnia, le ho trovate sulle isole Dalmate a livello del mare e dal mare, in una occasione, me ne vidi addirittura riposare una, che vi era caduta, ma la caccia vera, quella esaltante alle coturnici, inizia sopra i mille metri ed ha il suo vero regno oltre i 1500. Qui l’aspra bellezza della montagna, la nitida purezza dei suoi elementi, la spiritualità dell’ambiente esaltano e nobilitano tale caccia, al punto da fare assurgere la coturnice al significato di un simbolo ideale, una aspirazione spesso incompiuta, ma comunque sempre meravigliosa, anche se conquistata in minima dose. Come ho già detto la caccia alla coturnice in montagna ha alcune norme generali in comune con quella alla starna, vedi la regola dell’accostamento dal basso per evitare un più facile frullo e rendere il tiro più efficace, il che si realizza portandosi a lato del branco. La coturnice nel primo scacco del frullo è meno veloce ed elettrica della starna, ma diviene subito velocissima e difficile a causa delle condizioni ambientali, che spesso le permettono di fondarsi nel vuoto. Viceversa le coturnici, che frullino in terreno piano, sono un bersaglio più facile della quaglia e del fagiano. Naturalmente anche per coturnici vale la norma generica di impostare, nei limiti del possibile, l’azione a favore di vento, a costo di qualche ampio giro, in particolare nei casi di rimessa accertata. Come per tutti i selvatici, il comportamento delle coturnici è regolato dalle elementari necessiti del cibo e della difesa. E a proposito del cibo e, quindi, della individuazione dei luoghi di pastura, è di somma importanza l’esame degli alimenti riscontrabili nel loro stomaco.

Questo esame, nel caso della coturnice, è fondamentale per conoscete, appunto, le zone di pastura preferenziali nelle varie regioni e nelle varie stagioni: esso potrà assicurarvi il successo d’una gita di caccia. Anche l’osservazione del terreno e degli indizi su esso riscontrabili veramente preziosa, più che nella caccia alla starna, per la maggiore difficoltà e per la grandiosità dell’ambiente. Osservare delle penne, uno spolverello, delle impronte dei piedi, e soprattutto, “delle fatte” è cosa di grande importanza. L’osservazione delle fatte, ben più voluminose e visibili di quelle delle stame, può dire molte cose al cacciatore attento. La prima cosa da stabilire è se le fatte sono fresche o vecchie. Se sono secche diranno che, nella zona, le coturnici vi erano nei giorni passati e che vi potrebbero anche essere non molto lontane. Se sono fresche, cioè umide, bisogna chiarire se sono recentissime o magari ravvivate da guazza o da pioggia. Si tenga presente che quelle recentissime, oltre che umide, sono lucide e quasi laccate. I mucchi di fatte, tra torrioni o balze, indicano solo il posto dove hanno dormito le coturnici. Particolare importanza hanno le fatte, che si riscontrano lungo i sentieri e le pratozze erbose. che indicano, rispettivamente, gli itinerari percorsi e le stazioni di pastura: essi sono consuetudinari. In queste zone, se le fatte sono freschissime, allargando la cerca, l’incontro è estremamente probabile. La caccia alla coturnice è un equilibrato assieme di potenza, tenacia, di prudente audacia e di razionale osservazione. Gli incontri, spesso, sono più rari che in altre caccie e costano fatica ed impegno, perciò è necessario sfruttarli al massimo con intelligenza. Sul cane in ferma il piazzamento migliore è allo stesso livello del luogo ove ritenere sia il branco. Se vi troverete più alti rispetto alle coturnici dovrete sparare velocissimi e sotto di esse, perché in breve vi scompariranno. Se, viceversa, sarete sotto di esse bisogna distinguere due situazioni: o siete vicini alla zona del frullo o abbastanza lontani. Se vicini, qualora le coturnici sfianchino lateralmente, avrete ottime possibilità di tiro. Se viceversa vi verranno addosso in picchiata è uno dei casi più difficili e dovrete farle passare, sparando di coda. Ma se sarete piazzati sotto, ed abbastanza lontani di circa un tiro, qui “si parrà vostra nobilitate!” perché, senza dubbio, è il tiro più bello, che vi offre la coturnice, con possibilità anche di un prestigioso doppietto. Su questo tiro io ho collezionato montagne di padelle e, spesso, se azzeccavo la prima coturnice, fallivo la seconda e viceversa. Ebbi poi la ventura, durante la guerra, specie in Montenegro, di ripetere tale tiro a sazietà e, in un tempo sufficiente a non farmi dannare l’anima, compresi il suo segreto: il solito uovo di Colombo. Fondamentale, infatti, sparare il primo colpo quando la coturnice presa di mira è decisamente lontana, addirittura al limite del tiro. A questa distanza, con rapida lucidità coprite leggermente la coturnice e sparate: essa vi cadrà addosso! il segreto è tutto qui: bisogna non farla avvicinare e saper vincere la tendenza ad attendere, imparando la distanza ottimale pel primo colpo che è tra i 50-40 metri. Pel secondo colpo attendere che le cuturne vi superino, per sparare di coda a circa 25 metri, un metro sotto e la seconda coturna sarà vostra.

Biba su coturne

Biba su coturne

Certo io fui favorito dalla continuità delle occasioni per tale tiro, ma dopo le inevitabili padelle, preso il tempo, a quell’epoca io lo eseguivo con reiterato successo e meccanica freddezza, ma anche senza il lievito dell’emozione, cosa, questa, che mi rammaricava. L’ascolto del canto della coturnice è senza dubbio importante in zone sconosciute e potrà orientarvi sul terreno da battere. Si tenga presente che, durante il canto, la coturnice è in movimento ed è leggerissima, per cui è spesso inutile attaccarla.

Essa canta il mattino e la sera per radunarsi, ma anche durante il giorno. se sbrancata, canta ripetutamente permettendovi di localizzarla. In Jugoslavia ed Albania ho sentito le coturnici cantare ad ogni ora del giorno. Ripetutamente, senza apparenze motivo, anche sicuramente ferme. Tale ingenua loquacità costò loro, quasi sempre, molto cara. Una osservazione di un certo interesse ornitologico è la sicura varietà delle coturnici osservate nelle diverse località. Le coturne della Lucania ed in particolare quelle calabresi di collina, sono molto grosse e di più vivaci ed intensi colori, certo in relazione col vitto ed il mimetismo locale. Quelle delle isole dalmate sono, in genere molto piccole, quasi come le starne. Ma per me l’osservazione più strana è stata la diversità del canto delle coturnici bulgare e macedoni. Eppure come caratteri morfologici esse sono sicuramente identiche alle nostre ed escludo categoricamente, che possano essere delle chukat o coturnici orientali, che io conosco in modo perfetto, al punto di essere capace cosa che ho realmente fatto, di distinguere una chukat in mezzo a venti nostrane. E ciò avvenne quando, prima in Italia, la Sezione Provinciale Cacciatori di Ancona eseguiva cattute di coturnici (anche un centinaio all’anno!) immagazzinandole prima di rilasciarle in nuove zone.

Ras in ferma spettacolare

Ras in ferma su coturnici

E di chukar, si noti, ne ho avute anche due branchi a spasso nel mio giardino a scopo ornamentale! Casi pure, penso, sia ontologicamente interessante conoscere la possibilità sicuramente constatata da me e da miei amici in Jugoslavia, che hanno le coturnici di “imbroccarsi”, cioè di salire su rami di alberi, anche a buona altezza da terra e da cui frullano poi regolarmente. Alcuni episodi, che poi cito nei ricordi, ne fanno fede. Ho già detto che ho amato la caccia alla coturnice di un amore frenetico, perché esso assommare la mia ammirazione e l’amore per la montagna, con la passione per la caccia nelle sue più pure e difficili espressioni traducendosi in una lotta rude, onesta e leale tra l’uomo ed il selvatico, lotta in cui la vittoria ornava solo il più forte. E spesso vittoriose furono le coturnici! Ma, con essenziale, su tutto regnava il pathos e la cristallina purezza della montagna ove, in ogni suo aspetto, da un fiore a una pietra, da una farfalla alla visione di un’aquila, tra albe incantate e tramonti di fuoco sulle ultime vette, nell’abisso di azzurrissimi cieli, naufraganti in vertiginosi silenzi o tra nuvole e nembi corruschi, spesso quasi sospesi ai confini dell’infinito, tutto ci parla il linguaggio d’una superiore e divina armonia, di fronte alla quale il nostro stupido orgoglio di piccoli uomini si redime in umiltà, concedendoci quell’intima pace e quella forza serena che, sole, ci fanno degni della perfetta ed equilibrata armonia della natura. Ebbene, questa mia concezione io avevo avuto la speranza e l’ingenuità di volerla trasmettere e perpetuare a quanti dei nostri figli albergassero nel proprio cuore la passione della montagna e della caccia. E per conservare ad essi il motivo più bello e ideale della caccia in montagna, pensai di difendere nella nostra regione, che è l’avamposto più avanzato, a nord sull’Appennino, dell’area di diffusione della coturnice, questo insostituibile e genuino selvatico, sperando, con la sua sopravvivenza, di perpetuare la gioia, soprattutto spirituale, di inseguire tra balze e vette delle nostre montagne quell’ideale fatto di penne policrome che, spesso, come tutti gli ideali, resta solo una aspirazione che ci rende, però, migliori e più degni. Mi ero quindi appassionatamente battuto in seno al Consiglio Nazionale della Federcaccia per istituite una catena di oasi di protezione della coturnice sui nostri monti che, dal Nerone, allo estremo confine nord della Provincia di Pesaro, attraverso i monti più belli e rappresentativi delle Province di Ancona e Macerata, giungesse sino al Vettore, ultima propaggine della Provincia di Ascoli Piceno.

Dum il capostipite dei Crocedomini

Dum il capostipite dei Crocedomini

Furono cosi costituita, su mio progetto, 12 oasi sovvenzionate dalla Federcaccia che dettero decisivo impulso all’irradiamento ed alla conservazione di tale selvaggina preziosa. Ma, beffa amarissima, proprio in Provincia di Ancona, quando io mi ritirai dalla scena ufficiale rappresentativa, non si comprese il valore e la bellezza di tale iniziativa e, cedendo alle stolte brame di piccoli uomini, le oasi della Strega e di Val Montagnana, che perpetuavano la coturnice nella nostra provincia, furono aperte alla libera caccia, col delittuoso risultato della totale estinzione della coturnice nella nostra Provincia. Oggi, in provincia di Ancona, la coturnice ed il mammouth sono alla pari: entrambi scomparsi! Senza commento!

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1 Comment

  1. Alberto

    Grandissimo

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