Primo e Lares

L’intima intesa cane-cacciatore per esplicare un’attività che la nostra passione trasforma in arte. Il lavoro, gli hobbies, il tempo libero, lo sport, le religioni sono anche passione… e possono essere vissuti a fondo solo a condizione di comprenderne lo spirito che li anima: in caso contrario creano solo sconcerto e confusione. La caccia non fa eccezione a questa regola.

In origine era il modo con cui l’uomo si procurava il cibo: poi divenne sport, pur conservando tutte le ricchezze delle antiche tradizioni. E solo la consapevolezza delle profonde radici ed il rispetto dei valori culturali che porta con sé, possono fornire la gratificazione che prescinde dall’implicito atto cruento. Come dire che l’abbattimento non è il fine, ma solo un mezzo per compiere il rito che congiunge l’uomo alla circostante natura.

La caccia – praticata a regola d’arte – non può prescindere dall’intima conoscenza dell’ambiente, per esplorare il quale bisogna essere in grado di immaginare con occhi carichi d’amore tutto quel che si cela al di là delle apparenze, avvalendosi non solo delle nostre capacità sensoriali, ma facendo ricorso alla fantasia con cui svelare anche quello che c’è …ma non si vede. E per far ciò sarà indispensabile praticarla nell’intimità della solitudine; non a caso un vecchio adagio recita “a caccia si va in numero dispari, ma in tre si è già troppi!!”. Fa eccezione la collaborazione del cane, che per il cacciatore non solo non è un intervento estraneo, ma è un vero e proprio prolungamento del proprio “io”, il mezzo col quale il suo naso diventa il nostro, la sua passione viene dal nostro cuore, le sue gambe sono l’accelerazione delle nostre. E anche questa magnifica fusione è arte. Ad immergersi nella natura quindi cane e cacciatore sono due corpi ed una passione, la ricerca diventa comune esplorazione conoscitiva e la selvaggina interviene a comporre il magico triangolo della perfezione che trasforma in arte quel che altrimenti sarebbe solo brutale ricerca di ciò con cui riempir la pentola.

Centrare il bersaglio (usando una doppietta…magari carica di una sola cartuccia) non è virtuosismo, ma solo l’atto di congiunzione che premia la collaborazione della nostra creatura a quattro zampe, che concluderà il rito con l’altruistica offerta nelle nostre mani di quel frutto della natura al quale dedichiamo il dovuto rispetto ed un consapevole rimpianto. Ma al di là di questi aspetti romantici, la caccia è di per sé un sano divertimento, una forma di relax e di sana ginnastica ricreativa da cui trarre benessere fisico e psichico per affrontare con rinnovata serenità le dure regole della vita quotidiana.

In questo panorama, il cane assume l’importanza che ha la mano per il pittore: dovrà essere dotato di indomabile istinto predatorio, di grande addestrabilità ed espressione di tutte le caratteristiche peculiari della razza a cui appartiene, così da trasformare ogni sua azione in una manifestazione in cui efficienza ed estetismo si fondono inscindibilmente per incidere nella nostra memoria ricordi indelebili. Ma per creare i presupposti a che tutto ciò possa realizzarsi, il nostro bel Paese deve darsi regole e nuove proposte entro cui esercitare questa nostra caccia artistica. Perché purtroppo la dilagante cementificazione e la devastante industrializzazione ci tolgono l’ambiente naturale che è l’ingrediente primario ed il presupposto della caccia intesa come arte. Ecco perché dobbiamo appellarci alle ATC connesse ai vari comuni affinché predispongano zone in cui immettere selvaggina che costituiscano il serbatoio da cui popolare le zone circostanti destinate all’esercizio del nostro sport in forma incruenta, dove cioè il colpo di fucile viene sostituito da una cartuccia a salve, lasciando però invariato il restante rituale della caccia a regola d’arte.

E per finire un’accorata esortazione: “Cacciatore sii sacerdote nell’officiare l’antico rito della caccia; se tale non sarai, tutto scadrà nello squallore della mediocrità”